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teoria-geocentrica-e-non-sfericita-della-terra_fc5b8ee53c42c3deea876bf70e5860b8Roma, 21 apr – Il pianeta Terra è un pianeta vivo, ovvero ha tutte le condizioni ambientali favorevoli alla presenza ed evoluzione della vita. Oltre ad alcuni fattori universali c’è da considerare anche il fattore geologico: la Terra è un luogo adatto alla vita perché è un pianeta geologicamente attivo come testimoniato dall’estesa attività vulcanica e soprattutto dalla tettonica della placche.

Ma avere attività geologica ed essere nella fascia “temperata” del Sistema Solare, quella che permette all’acqua di essere presente allo stato liquido, sono condizioni necessarie ma non sufficienti affinché la vita possa evolversi oltre che svilupparsi. Per evolversi infatti, la vita ha bisogno di una relativa “calma” dal punto di vista geologico: troppa attività vulcanica, o un elevato bombardamento meteorico, non permetterebbero alla vita di svilupparsi in forme complesse. D’altro canto, un pianeta troppo stabile, in cui l’attività geologica fosse scemata o addirittura estinta, porterebbe alla stagnazione della vita stessa e successivamente ad una sua regressione.
Le catastrofi naturali del passato geologico, come impatti meteorici, supereruzioni, glaciazioni su scala mondiale come avvenne circa 650 milioni di anni fa, hanno quindi contribuito a “rimescolare le carte” della vita sulla Terra e a dare nuovo impulso al processo evolutivo.

Extinction_IntensityIn particolare le estinzioni hanno sempre fatto parte della storia del nostro Pianeta: oltre le classiche 6 estinzioni di massa, la più famosa ed estesa delle quali si ebbe alla fine del periodo Permiano, circa 250 milioni di anni fa, in cui scomparvero circa il 97% delle specie viventi forse a causa di un improvviso aumento dell’acidità degli oceani per colpa di un picco dell’attività vulcanica, ve ne sono state numerose altre lungo tutta la storia della vita: si stima che più del 99% delle specie che hanno vissuto sulla Terra siano ora estinte e che la maggior parte di esse, circa il 95%, si sono estinte per aver perso la lotta nella competizione per il cibo e altre risorse o per aver fallito nell’adattarsi a condizioni ambientali diverse nel corso delle decine o centinaia di milioni di anni. Solo una piccola percentuale quindi è scomparsa a causa di queste 6 catastrofiche, rapide ed estese estinzioni di massa.

Quello che si evince, considerando la globalità della vita sulla Terra cominciata circa 2,7 miliardi di anni fa quando sono state riscontrate le prime evidenze di fotosintesi negli oceani, è che il nostro pianeta si è sempre ripreso dopo ogni cataclisma globale; la vita pur essendo quasi del tutto scomparsa in più occasioni, ha sempre ritrovato il modo di svilupparsi e proliferare nuovamente nell’arco di una decina di milioni di anni. Quello che conta infatti è il fattore tempo: il Pianeta usa una scala diversa da quella dell’uomo, la cui vita è misurabile in centinaia di anni ed il cui passato è forse misurabile in pochi milioni di anni; un’inezia in confronto a specie meno evolute ma che popolarono, e popolano, il pianeta per centinaia di milioni di anni.

Lo stesso fattore tempo è quello che dobbiamo comprendere quando si parla di salvaguardia dell’ambiente.
Noi non stiamo salvando il Pianeta, non perché non ci stiamo riuscendo, e comunque non ci riusciremmo data la grandezza dei meccanismi in gioco, ma perché il Pianeta, avendo un orologio tarato sui milioni di anni, riesce a salvarsi da solo tramite i suoi cicli naturali. Quello che stiamo facendo, semmai, è cercare di salvare il nostro habitat naturale, mantenendone immutati i suoi connotati, che sono variabili a scala delle decine di migliaia di anni, quindi più prossimi al nostro orologio.

La questione, ancora una volta, è antropocentrica, retaggio di un positivismo progressista post rivoluzione industriale mai del tutto estinto che, nonostante le pretese filosofiche moderniste che vorrebbero l’uomo come una semplice parte dell’ecosistema Terra, continua a leggere l’ambiente in chiave umana, sebbene ora abbia sostituito le necessità di sviluppo senza freni e la cieca fiducia nel progresso tecnologico volto a piegare la Natura di fine ‘800, con una filosofia che vede l’uomo come l’unico artefice della distruzione del suo habitat naturale, e quindi l’unico in grado di salvarlo, confondendo il suo habitat naturale con la totalità della vita sul Pianeta. Questa forma mentis riflette una sorta di ipocrisia di fondo perché non ci considera davvero come una delle tante specie che hanno vissuto su questo pianeta, ma l’unica capace di salvarlo. Va considerato però che è innegabile che l’uomo stia cambiando il suo habitat naturale e lo sta facendo da quando ha scoperto l’agricoltura ed è passato dalla vita nomade di cacciatore/raccoglitore a quella stabile di allevatore/agricoltore: disboscamenti, terrazzamenti e bonifiche sono lì a dimostrarlo da 10 mila anni a questa parte. Dopo la rivoluzione industriale lo sta facendo ad un ritmo ancora più veloce, tanto che recentemente alcuni scienziati hanno proposto di definire una nuova era geologica, l’antropocene, facendola cominciare con l’inizio dell’era atomica, questo perché gli isotopi radioattivi emessi nell’atmosfera dai test nucleari si possono ritrovare nei sedimenti su scala globale.

Ma il punto fondamentale è sempre lo stesso: nonostante tutte le modificazioni che l’uomo apporta al suo ambiente, mai nessuna sarà così incisiva da avere il potere di modificare il futuro della vita sulla Terra. Anche i più grandi disastri, che siano radioattivi, petroliferi, oppure lo stesso riscaldamento globale – ammesso che davvero sia opera dell’uomo visto che l’argomento è ancora molto dibattuto in ambito accademico – verrebbero tutti risolti dalla naturale tendenza del pianeta a ritrovare il proprio equilibrio nell’arco di poche migliaia di anni: molto tempo per la vita umana, meno di un battito di ciglia per la vita del pianeta Terra.
Se consideriamo poi che la specie umana è tra le più adattabili essendo presente su di un areale di distribuzione che va dalle latitudini polari a quelle equatoriali, è facile dedurre che l’impegno nella lotta per “salvare il pianeta” in realtà ha ben poco di concreto e di efficace.

Questo non significa che siamo autorizzati a consumare ogni risorsa del Pianeta: se vogliamo continuare a sopravvivere occorre trovare un nostro equilibrio, che nulla ha a che fare con lo sviluppo sostenibile di Karl – Henrik Robèrt che vede sempre l’uomo, seppure da un’altra prospettiva, al centro della vita sulla Terra e che, soprattutto, non è attuabile in quanto qualsiasi forma di sviluppo, a livello globale, non può essere sostenibile per definizione perché prevede lo sfruttamento di una qualche risorsa da qualche parte del Pianeta mantenendo lo status quo della condizione umana. Se non ci pensiamo noi, quindi, a trovare un certo equilibrio, lo farà l’evoluzione, magari anche in modo violento tramite qualche malattia o tramite qualche altro comportamento anomalo, come pare stiano osservando alcuni biologi.

Occorre perciò una profonda ridefinizione critica del ruolo dell’uomo sulla Terra considerando il fattore tempo su scala antropologica e geologica e soprattutto rendersi conto che pari possibilità di sviluppo su scala globale sono impossibili da realizzare: anche se sfruttassimo tutte le risorse del Pianeta sarebbe impossibile avere pari condizioni di benessere e accesso alla tecnologia per ogni singolo abitante della Terra.

Paolo Mauri

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