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Roma, 21 aprile 753 a.C.: l’alba di una città sacra

by Adriano Scianca
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Fondazione di Roma

Roma, 21 apr – Roma è già da sempre rischiarata dal fuoco. L’origine del suo luogo sacro per eccellenza, il Palatino, è vulcanica: nel Pleistocene le eruzioni del complesso albano crearono un colle alto 50 metri sul livello del mare. La presenza dell’uomo vi è attestata già dal Paleolitico e prosegue nell’età del Bronzo, divenendo stabile intorno al IX secolo. È però più tardi che il fato fa di quel minuscolo luogo il centro del mondo. Accade alla metà dell’VIII secolo a.C. Diciamo intorno all’anno 753.

I Romani non hanno mai posseduto una cosmogonia o una teogonia, ma hanno elaborato una “urbigonia” (Gianluca de Sanctis), cioè un racconto mitologico in cui si descrive in dettaglio il modo in cui fu creata la loro città. Nella storia di Roma, il destino della città (urbs) coincide con il destino del mondo (orbis).

La storia della città inizia in un paesaggio originario. Immaginiamo due giovani pastori: forti, vitali, bellicosi. Si aggirano a cavallo nello scenario proto-urbano dell’Urbe, un insediamento discontinuo che si distende su 205 ettari fra pascoli e piccoli villaggi, orti e frutteti, paludi e ruscelli. Guidano bande di giovani, che esprimono quella cultura violenta, territoriale, clanica che è sarà così tipica della romanità, passando per i bulli dell’Ottocento e arrivando addirittura a certe forme sottoculturali giovanili della Roma odierna.

Quando i gemelli avevano 18 anni, mentre tutta la comunità era riunita nel santuario del Lupercale per un sacrificio a Fauno, un pastore invocò l’aiuto dei due gemelli contro una banda di predoni. I due si lanciarono in aiuto del pastore, prendendo direzioni differenti. Remo fu il primo a raggiungere i predoni e a salvare la sua mandria. Tornato al Lupercale, pretese di mangiare la capra che stava per essere sacrificata, compiendo così due atti empi: sottrarre la carne che spettava al dio e evitando di condividere il pasto con il fratello. Empietà, protervia: presagi di un destino.

Sarà solo più tardi che i due scopriranno di essere i figli della vestale Rea Silvia, posseduta da un fallo di fuoco del dio Marte in persona innalzatosi dal focolare regio.

Conosciuta la loro origine regale, i due fratelli chiesero al nonno Numitore, re di Albalonga, l’autorizzazione di fondare una propria città. Per procedere nell’impresa, tuttavia, occorreva non solo l’assenso degli uomini, ma anche quello degli Dei.

Romolo voleva fondare la nuova città sul Palatino e chiamarla Roma. Remo voleva invece far crescere la nuova città sul colle Aventino e chiamarla Remoria. Remo voleva quindi fondare la città su un luogo rurale, fuori dal centro abitato, il luogo dove si svolgeva il noviziato degli iniziandi, il che implicava istituire il regno di Fauno al posto di quello di Giove. Remo è il non-iniziato, colui che non è divenuto adulto, cittadino. La sua città è una contro-città, una città invertita.

La contesa fra i due fratelli fu risolta il 23 marzo. I due fratelli si stabilirono in luoghi differenti dell’Aventino e allestirono due sedi augurali. Si trattava di dar vita a un templum, uno spazio rettangolare orientato verso est, definito da pali di legno agli angoli e strisce di cuoio a segnare i lati. Poi i due fratelli, entrambi àuguri e aspiranti re allo stesso tempo, tracciarono con il lituo l’equivalente in cielo dello spazio delimitato sul terreno. Remo vide, per primo, sei avvoltoi. Romolo ne vide dodici.

Le fonti non concordano sull’esito dell’auspicio, c’è chi dice che gli Dei abbiano favorito Romolo, c’è chi dice che abbiano dato responso positivo a entrambi. In ogni caso, Romolo si dichiarò vincitore: nella religione romana tutto passa attraverso gli Dei, ma tutto viene poi deciso dalla libera volontà umana. Per chiarire che la disputa era stata sciolta, Romolo scagliò una lancia sul Palatino: era un gesto guerresco, stava a indicare la presa di possesso di un territorio.

Ora iniziava il rito di fondazione vero e proprio. Consapevole di stare iniziando una impresa storica nuova, mai conosciuta prima, Romolo convocò dei sacerdoti etruschi con i loro libri rituali: la religione dei latini era ritenuta troppo primitiva per benedire un progetto di civiltà di quella portata.

Il 21 aprile era il giorno designato per la fondazione. La mattina Romolo uscì dalla sua capanna e compì un sacrificio. Qui istituì un nuovo templum e prese di nuovo gli auspici, questa volta relativi al destino della comunità e non per se stesso. Avuto l’assenso divino, tracciò un limite continuo, detto pomerium. All’interno del pomerio non potevano riunirsi i comizi centuriati, ossia l’assemblea del popolo in armi: questo perché quel solco tracciava il confine tra lo spazio ordinato e lo spazio selvaggio, tra l’ordine politico e il disordine da vincere con le armi.

Era sorta la “Roma Quadrata”, la prima Roma.

Poi scavò una fossa, il mundus, in cui i membri delle curie di Roma gettarono zolle della propria terra. Era il simbolo che tante piccole comunità ora diventavano una cosa sola, una cosa nuova: Roma. Accanto alla fossa venne eretto un altare e acceso un fuoco, il primo focolare comune della città. Romolo si affacciò sulla vallata e pronunciò per la prima volta il nome di Roma, quello noto e quelli segreti.

Fatto tutto ciò, Romolo tracciò esternamente al pomerio il sulcus primigenius. Lo fece con un aratro di legno, aggiogato a un toro e una vacca. Il circuito fu percorso in senso anti-orario, a partire dall’angolo a nord-ovest. In corrispondenza delle porte alzò l’aratro. A consacrare il solco furono messe delle pietre terminali, cioè sacre a Terminus, il dio dei confini. Egli era il garante dell’eternità dell’Urbe. Quando Tarquinio il Superbo consacrerà il Campidoglio a Giove Ottimo Massimo, Terminus sarà l’unico che resisterà al padre degli Dei, restando al suo posto. Se il dio dei confini non si era mosso neppure di fronte all’arrivo di Giove, allora nulla avrebbe mai potuto scuotere i confini dello Stato romano.

Il rito di fondazione, per anni ritenuto leggendario dalla critica positivista tedesca, è stato oggi confermato dai dati archeologici, che confermano la costruzione, attorno al 750 a.C., di una cinta muraria attorno al Palatino, un’opera pubblica commissionata da un’autorità centrale che aveva evidentemente sostituito i capi dei singoli villaggi. Tutta la leggenda di Roma, considerata per anni favola, viene oggi ritenuta nella sua essenza veritiera. La scienza ha reso onore al mito.

Secondo i dati che abbiamo oggi, questa prima comunità, divisa in tre tribù e trenta curie, doveva contare circa 17mila persone.

Dopo la fondazione, avvenne il primo atto politico della nascita di Roma, e anche il suo primo comandamento. Remo, non accettando il nuovo ordine, scavalcò le mura con intento sacrilego, probabilmente nella zona in cui oggi sorge l’Arco di Tito. Secondo Dionigi di Alicarnasso, Remo, notando il solco e non comprendendo la sua natura simbolica e sacrale, se ne prese gioco con una annotazione materiale: “Facilmente un nemico potrebbe scavalcare il vostro muro, come me!”, saltando dall’altra parte. Romolo, o forse uno dei suoi uomini, colpì con un vanga sulla testa il fratello che, “con scherno” (ludibrio), aveva osato saltare oltre i novos muros. Poi, secondo Livio, il re pronunciò il primo comandamento della città: Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea, “Questa sorte avrà chiunque altro oltrepasserà le mie mura”.

La portata giuridico-sacrale del gesto era perfettamente chiara ai romani. Secondo Floro, Remo “con il suo sangue consacrò le difese della nuova città”. E Properzio: “Canterò l’alto Palatino, pascolo dei tori romani e le mura rese salde con l’uccisione di Remo”. Romolo è quindi figura politica e religiosa al tempo stesso. Egli è l’uomo del villaggio, il capo delle bande di pastori, il figlio del capraio, l’uomo le cui origini umili verranno ricordate con devozione da tutti i romani. Ma è anche il fondatore di una civiltà che dominerà lo spazio e il tempo. Nel suo personaggio, infatti, si situa “il cardine fra il passato mitico che si è celato in un suolo ben determinato e l’avvenire che in esso dovrà manifestarsi” (Renato Del Ponte).

Il ricordo dell’origine di Roma resterà vivo per tutta la storia dell’Urbe. Come scrive Andrea Carandini, Romolo “ha continuato a rappresentare per i romani delle epoche successive un fondamento identitario da preservare e al tempo stesso continuamente da aggiornare”: da Cesare vestito da re latino a Ottaviano Augusto che alcuni senatori avrebbero voluto si chiamasse “Romolo” e che andò a vivere anch’egli sul Palatino. Lo stesso colle sacro di Roma rappresenterà sempre l’incarnazione vivente, palpabile del mos maiorum: “Per i Romani – aggiunge ancora Carandini – il Palatino non era tanto una città fantasma, meramente teorica, quanto il ricordo concreto e vivente delle origini”.

Il ricordo del rito di fondazione verrà invece utilizzato da Sant’Agostino come prova a carico di Roma, nel processo che egli intenterà all’Urbe nel suo De Civitate Dei. Viceversa, Niccolò Machiavelli elogerà, in un’ottica però totalmente profana, l’uccisione di Remo da parte di Romolo perché “colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare, si debbe riprendere”. E il gesto di Romolo non mirava a guastare, perché “quello che fece fusse per il bene comune, e non per ambizione propria”, tant’è che dal primo re deriveranno ordinamenti “più conformi a un vivere civile e libero che a uno assoluto e tirannico”.

Per noi, oggi, Roma rappresenta la sacralità del radicamento e l’apertura alla conquista del mondo. La custodia del fuoco sacro e il rischiaramento del mondo. L’ascolto degli dei e la decisione degli uomini.

Adriano Scianca

(Una versione francese di tale articolo è in uscita nella rivista Livr’Arbitres. Da tale testo è estratto il discorso che verrà pronunciato dall’autore al colloque dell’Institut Iliade, il 25 aprile, a Parigi)

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