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Roma, 28 giu – Cecchini, snipers in inglese: un vero e proprio sistema d’arma composto da una singola persona con un fucile. Un solo cecchino, se ben piazzato, può inchiodare una compagnia intera e costringerla a rallentare drasticamente la propria avanzata se non addirittura a desistere: se c’è un cecchino attivo le operazioni rallentano perché le truppe cercano di stare il più possibile al coperto, la minaccia infatti è invisibile e spesso silenziosa.



L’utilizzo del cecchino come vera e propria “arma” a sé stante risale al 1798, quando in Inghilterra fu dato incarico di formare il primo reggimento di fucilieri di nuova concezione divenuto operativo 4 anni dopo. Gli inglesi, memori dell’esperienza fatta durante la Guerra di Indipendenza Americana ed anche del conflitto, sempre in territorio americano, combattuto contro la Francia, furono i primi a capire l’importanza strategica di questo nuovo modo di fare la guerra: i vari “scout” americani armati coi primi fucili a canna rigata, adottando tattiche che oggi definiremmo “di guerriglia”, furono in grado di infliggere forti perdite agli ufficiali britannici. Le Guerre Napoleoniche furono il primo banco di prova per questa nuova specialità dell’esercito, anche se il loro utilizzo con tattiche moderne (e soprattutto grazie ai progressi tecnologici compiuti dai fabbricanti di armi), si ebbe successivamente con la Guerra di Crimea, dove per la prima volta si passò dallo scontro frontale di formazioni ben inquadrate in campo aperto, alla guerra di trincea con colpi sulla lunga distanza. Permettetemi un inciso: in questo conflitto si ebbe la bellissima, epica, inutile e disastrosa carica di cavalleria a Balaclava, dove circa 600 cavalleggeri inglesi attaccarono le posizione russe, appunto ben trincerate e dotate di svariati pezzi di artiglieria; una strage di uomini e cavalli, una follia tattica che però viene ricordata ancora oggi.
La Guerra di Secessione Americana ed i due conflitti mondiali videro il passare di questa specialità dall’adolescenza all’età adulta, tanto che le tattiche di impiego dei cecchini durante la Seconda Guerra Mondiale fondamentalmente sono utilizzate ancora oggi: un team di cecchini è composto da due persone, tiratore ed osservatore, che spesso operano in territorio ostile per fornire copertura all’avanzata delle truppe o più comunemente per colpire gli avversari nei centri nevralgici ovvero dove vi è un concentramento di truppe o un comando; frequentemente l’attività di un cecchino infatti è distante chilometri dalle linee amiche e i loro spostamenti avvengono a piedi dopo infiltrazione (ed esfiltrazione) in elicottero. Il cecchino quindi è un militare atipico che deve essere abituato a vivere (e sopravvivere) isolato in un ambiente ostile, per questo la loro formazione è oggi affidata ai corpi speciali come i Seal, il Goi, il SAS ma anche ai Marines Usa, che per tradizione hanno sempre uno o più team di cecchini a seguito delle truppe di fanteria.

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Chi sono i migliori cecchini di sempre? Difficile stabilirlo con esattezza, dato che bisogna considerare principalmente due fattori discriminanti: il numero dei bersagli colpiti (e confermati) oppure il singolo tiro sulla distanza più lunga. Ecco quindi le due classifiche. Per numero di bersagli colpiti il gradino più alto del podio va ad un finlandese, il famoso (e famigerato per i russi) caporale Simo Häyä che durante l’invasione sovietica della Finlandia nel 1939/1940 in meno di 100 giorni mise a segno 542 uccisioni confermate (con le non confermate superò le 700) con il suo fucile M28-30 di fabbricazione sovietica. Record ancora più impressionante se si considera che Häyä non usava il mirino telescopico a causa delle condizioni climatiche proibitive che non ne permettevano il corretto utilizzo. Il secondo e terzo posto sono occupati da due cecchini dell’Armata Rossa: Ivan Sidorenko con circa 500 uccisi e Ivan Kulbertinov con 489, entrambi operativi durante la Seconda Guerra Mondiale. Ed il famoso, cinematograficamente parlando, Vasily Zaytsev? Non è nemmeno tra i primi 10 con i suoi 242 bersagli accreditati.

Per quanto concerne il tiro migliore, ovvero sulla distanza più lunga (non quello in condizioni più difficoltose, badate bene), il record è recentissimo: un cecchino canadese, per ora ancora anonimo, ha colpito un bersaglio a 3540 metri di distanza a Mosul, durante le operazioni per la liberazione della città dall’Isis. Al secondo posto per il tiro più lungo un britannico, il caporale dei Blues and Royals Craig Harrison, che nel 2003 colpì un bersaglio a 2475 metri nella provincia di Helmand in Afghanistan con il suo fucile di fabbricazione inglese L115A3. Al terzo posto un altro canadese, il caporale Rob Furlong, che nel 2002 sempre in Afghanistan, ma nella valle di Shah-i-Koth mise a segno un colpo dalla distanza di 2430 metri con il suo McMillan Brothers Tac-50.

Nella storia ricordiamo anche Thomas Plunkett, un soldato irlandese in forza al 95° reggimento fucilieri britannico che nel 1809, durante la battaglia di Cacabelos in Spagna, nel quadro delle Campagne Napoleoniche, colpì un Generale francese alla distanza di 600 metri, considerata impressionante data la scarsa precisione dei fucili dell’epoca, e per ovviare alle possibili critiche di un colpo fortuito, immediatamente dopo colpì anche un ufficiale (un maggiore) che corse in aiuto del Generale.

Paolo Mauri

 

 

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