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Roma, 24 feb – Lo scrittore Giampaolo Pansa ha di recente rilasciato una dichiarazione in cui esternava la sua insofferenza per la retorica antifascista, in particolar modo da parte dell’Anpi, ancora oggi restia a riconoscere quanto accaduto nelle stragi antifasciste durante la guerra civile e nel dopoguerra. Pansa difende le sue dichiarazioni affermando che ciò che sostiene è storia e nessuna propaganda può cancellare la realtà dei fatti. A questo autore, dunque, è necessario accostarne di pari passo un altro, ovvero Giorgio Pisanò. Quest’ultimo ha infatti svolto un enorme lavoro di ricostruzione storica dei fatti accaduti durante la guerra civile, raccogliendo testimonianze, fonti e quant’altro per ricostruire una verità ancora subissata dall’enorme mole di bugie e che va alla stregua di quanto sostiene lo stesso Pansa.



L’obiettivo dei Gap 

Pisanò va soprattutto ad indagare l’aspetto più importante ma allo stesso tempo il più sottovalutato del triennio della guerra civile italiana che va dall’8 settembre 1943 alla fine della guerra nel 1945: chi ha dato inizio alla guerra? Sembra quasi che sia una conseguenza scontata a causa degli avvenimenti avvenuti in quel dì sciagurato dell’8 settembre, quando Mussolini venne arrestato, mentre Badoglio e il Re fuggirono a Bari consegnando quel che rimaneva dell’Italia agli alleati. Si creò dunque una spartizione tra la Repubblica di Salò, fascista, e il Regno d’Italia il cui scontro è dato per scontato da parte delle nuove generazioni di studenti; ma all’epoca era tutt’altro che certo. A dare inizio alla guerra civile fu un piano strategico ben delineato, di un cinismo assurdo, da parte delle bande armate dei Gap (Gruppi di Azione Patriottica), di cui faceva parte la famosa Brigata Garibaldi, ovvero i partigiani di fazione comunista. Costoro avevano in mente un unico obiettivo, fondamentale secondo Pisanò per capire gli avvenimenti in quegli anni, ovvero la rivoluzione bolscevica in Italia. A questo obiettivo si contrapponevano tre nemici: il Re, ormai compromesso dalla sua debolezza, i fascisti, che invece godevano ancora di un ampio consenso e che quindi andava compromesso, ed infine gli antifascisti. Quest’ultimi erano repubblicani, cattolici, liberali e socialisti moderati. Guardando nell’insieme l’obiettivo principale e i nemici appare lucida la linea perseguita dai comunisti italiani, far apparire come martiri gli antifascisti da loro considerati nemici e attribuirne la responsabilità ai fascisti.

Il casus belli

Ma come ha avuto inizio la guerra civile? Secondo Pisanò la causa scatenante va trovata nell’uccisione di quattro federali da parte dei gappisti. Costoro sono Iginio Ghisellini, federale fascista di Ferrara, Aldo Resega, il famosissimo federale di Milano, ed infine Eugenio Facchini ed Arturo Capanni, rispettivamente federali di Bologna e Forlì. Essi facevano parte di una fazione “moderata” all’interno della Repubblica di Salò. Non sono rari i loro interventi per cercare di trovare un compromesso con gli antifascisti, preoccupati proprio dell’inizio di una guerra civile a causa dell’escandescenza dimostrata da numerosi attentati perpetrati dai gappisti. Iginio Ghisellini fu tra i primi a capire l’importanza dell’intermediazione con il Cln. Egli infatti convocò una riunione con i componenti del Cln ferrarese, con la mancanza sola del rappresentante del Partito Comunista. L’accordo venne trovato ed escludeva la possibilità di una lotta armata tra le due fazioni. Qui il primo lampo di spietato cinismo venne compiuto dai gappisti: Iginio Ghisellini fu ucciso il 13 Novembre 1943 sulla via di casa.

L’eccidio del Castello Estense

La reazione fu spietata da parte dei fascisti più intransigenti, che adesso avevano via libera per farsi portatori della linea dura: a Ferrara si consumò il famoso eccidio del Castello Estense, dove persero la vita 11 antifascisti appartenenti a quella fazione del Cln che aveva siglato l’accordo con Ghisellini. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i comunisti avevano eliminato dei potenziali nemici della rivoluzione bolscevica, in più avevano compromesso la popolarità dei fascisti. Il resto del lavoro venne svolto dalla retorica e dalla propaganda. L’attentato verrà rivendicato attraverso il giornale dell’Unità, anno XX, n. 28 del 13 Dicembre 1943. A discapito di chi, ancora oggi, attribuisce la matrice dell’omicidio all’interno della stessa federazione fascista di Ferrara, per diversità di vedute “troppo moderate” da parte di Ghisellini. Una ulteriore fonte la troviamo anche in Spero Ghedini (Uno dei centoventimila, edizioni La Pietra, Milano) in cui afferma: “Il gerarca fu infatti giustiziato dai partigiani e non ucciso dagli stessi fascisti in dissenso con lui, tesi lasciata circolare per diversi anni senza che nessuno intervenisse per smentirla”. Il motivo per far circolare una tale bugia era chiaro: la matrice dell’omicidio e la rappresaglia avevano uno stesso comune denominatore: i fascisti. I gappisti potevano lavarsi così le mani dei martiri.

Unici responsabili

Lo stesso copione si ripete con l’uccisione degli altri federali, tutti portatori della linea moderata di cui faceva parte Ghisellini. Tra questi si ricorda brevemente il già citato Aldo Resega, che, a seguito di uno dei tanti attentati, nell’11 novembre 1943 in cui persero la vita due soldati tedeschi, si oppose fermamente alla decisione delle SS di fucilare venti ostaggi, riuscendo nell’intento. Nemmeno la morte del federale fu rispettata dai gappisti partigiani, visto che costoro aprirono il fuoco durante la celebrazione del suo funerale.
Le reazioni da parte dei federali più intransigenti, di cui erano vittime quelle fazioni del Cln che volevano evitare uno scontro, non faranno altro che dare man forte all’obiettivo dei gappisti: la guerra civile era iniziata e la responsabilità ha un’unica matrice: il Partito Comunista.

Davide Cesari



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