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samuel-l-jackson-as-jules-winnfield-in-pulpRoma, 9 lug – “Siamo negli anni ’80, è l’era di Michael Jackson”, esclama a un certo punto il protagonista di Soul Man, commedia cult degli anni ’80 da qualche tempo scomparsa dagli schermi, forse perché quello che qualche anno fa faceva sorridere oggi cadrebbe sotto la mannaia del politicamente corretto.
Nella pellicola, un ragazzo bianco ammesso ad Harvard ma costretto dal padre a pagarsi da solo le spese, approfittava di una borsa di studio per soli neri alterando la propria pigmentazione. Jacko, all’epoca, rappresentava il trionfo planetario di un cantante black, ma anche la sua acquisizione al sistema “bianco”, testimoniata anche dal suo progressivo schiarimento di pelle. All’epoca la cosa venne presa per una mania da vip, mentre oggi sappiamo che si trattava di una rara e acuta forma di vitiligine, diagnosticata al cantante nel 1986, anno di uscita nelle sale del film diretto da Steve Miner.
Dovessero rigirare la pellicola adesso, la battuta non sarebbe più su Michael Jackson, ma forse su Rachel Dolezal, che certo è meno famosa ma la cui storia è forse più emblematica. Si tratta dell’ex portavoce del NAACP di Spokane, stato di Washington, ovvero il National Association for the Advancement of Colored People. Un’attivista antirazzista e sedicente afro-americana, di cui però si sono scoperte le origini ceche, svedesi e tedesche. Alla Nbc ha detto di identificarsi come nera dall’età di 5 anni, definendosi «transrazziale, birazziale e nera». Di fronte alle sue foto da bambina, ha commentato: «Mi verrebbe da dire che quella ragazza è visibilmente bianca per chi la guarda da fuori».
Il che, se vogliamo, è solo un ampliamento della logica gender: ti senti donna? Cosa importano quelle stupidaggini anatomiche, hai il sacrosanto diritto di essere donna. Lo stesso vale per l’appartenenza etnica. Vivano i diritti, crepi la realtà.
Della realtà, che nonostante tutti gli sforzi non se la sente di venir meno, la pelle costituisce una testimonianza inderogabile. Ecco quindi che per descrivere i cambiamenti nella società americana – californiana, nello specifico – persino i paludatissimi media americani non possono far altro che parlare di come gli ispanici abbiano superato (è notizia di queste ore) i “bianchi”, testualmente “whites”. Allo stesso modo, nella strage di Charleston i giornali italiani, così solerti nell’affermare quanto sia razzista specificare l’etnia dei criminali nei titoli, non hanno saputo descrivere la strage se non ricorrendo a semplificazioni sul “bianco” che ha ucciso i “neri”. Alla fine, l’igienismo linguistico del politicamente corretto ci lascia letteralmente senza parole e va a finire che per esprimerci dobbiamo prendere proprio quelle più grossolane.
Insomma, vuoi o non vuoi, non riusciamo a liberarci della pelle. Il razzismo ottocentesco ne assolutizzò il valore, mentre la genetica ci ricorda quanto poco sia un dato affidabile per definire scientificamente un’etnia. Debolissimo come essenza, il colore della pelle tuttavia permane come traccia fantasmatica di un qualcosa, che forse non rimanda a nulla di reale, ma che non di meno incombe come presenza indefettibile.
Sarà che la pelle si vede a occhio nudo e i geni no. Se così non fosse, Obama non avrebbe ricevuto un Nobel per la pace prima ancora di prendere mezza decisione, solo in virtù del suo… colore. Come se esistesse una pelle buona e una cattiva.
Negli anni ’90, i calciatori Cantona e Karembeu – entrambi di passaporto francese, ma bianco il primo e nero il secondo – si prestarono a una campagna antirazzista che, per relativizzare il fattore epidermico, li ritraeva a colori invertiti. Il risultato era agghiacciante: nessuno dei due sarebbe potuto minimamente passare per uno della razza dell’altro. Segno, appunto, che la nostra membrana esterna cattura qualcosa che non è riconducibile a una mera scala cromatica.
Sarà proprio per questo che quando nella propria pelle ci si vive male non basta una schiarita o una scurita per tornare a posto con se stessi. Normalmente è il gruppo socialmente dominante che attira a sé i membri dei gruppi oppressi. Ma è dal 1957, ben prima dello psicodramma di Rachel, che Norman Mailer parlava di The white negro, come da titolo di un suo famoso saggio. Si trattava di bianchi attirati dal vitalismo della negritude. Gli stereotipi, cacciati dalla porta, rientravano dalla finestra, con il nero che era invariabilmente simbolo di istinto, potenza, carnalità e lo è tuttora fra gli afro-maniaci impenitenti, adepti di un nuovo mito del buon selvaggio e di un razzismo delle buone intenzioni che offende due razze: la nera, di cui si apprezza solo una macchietta caricaturale, e la bianca, disprezzata apertamente come una colpa indossata, un mantello di peccato. Qualcosa da espiare.
Del resto dieci anni dopo, nel 1967, Nino Ferrer poteva tranquillamente cantare “La pelle nera”, singolo in cui il cantante esprimeva il desiderio di essere un nero per poter così somigliare ai grandi della musica blues. Come se l’anima del genere musicale risiedesse nell’epidermide. Non è mai stato chiaro, in compenso, perché la pelle possa essere veicolo di valori culturali più o meno “positivi” ma non possa mai esserlo di quelli “negativi”, pena la sempiterna accusa di razzismo.
Fece poi scalpore, nel 2008, il fatto di un ragazzo bianco, in Francia, aggredito su un bus notturno da una banda di nordafricani. Fra le botte volarono anche insulti, fra cui l’immancabile «sale blanc!», ovvero «sporco bianco». Razzismo anti-bianco, tuonò il Front national. Poi si scoprì che uno della banda, il più violento, era proprio un bianco. Sulla sua bocca, l’insulto razziale alla sua stessa razza, esprimeva un rancore sociale travisato in odio di sé, della sua gente, della sua pelle, un po’ come i gangster neri dei film di Tarantino dicono in continuazione “nigger”, come a ricacciare eternamente nel ghetto l’interlocutore insieme a se stessi. Non c’è mai redenzione, dalla pelle.
Adriano Scianca



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