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Roma, 4 lug – Il 6 e il 7 luglio a Tallinn, in Estonia, è previsto un incontro informale tra i vari ministri dell’Interno dell’Unione Europea per discutere il sempre caldo tema dell’immigrazione. Le premesse sono poco rosee per tutte le anime pie del Nessun uomo è illegale, i leader europei, che fino a pochi mesi fa si fregiavano dell’accoglienza a tutti i costi annunciano un sorprendente cambio di rotta: Macron annuncia di voler chiudere le frontiere ai migranti economici, Donald Tusk ha ammesso che la maggior parte dei migranti che arrivano in Europa non sono profughi, l’Austria di Van der Bellen annuncia la volontà di schierare l’esercito sul Brennero. La domanda sorge spontanea: cosa sta succedendo? Si è già consumata l’esaltazione mistica refugees welcome? È apparsa la Madonna in sogno a Macron? Ebbene, questa inversione di rotta dell’Europa è qualcosa che può farci sorridere e gioire, ma non deve farci subito cantare vittoria: si può evincere tranquillamente che la decisione dei leader europei di moderarsi sull’immigrazione dipenda da due fattori sociali fondamentali. I Macron e i Van der Bellen hanno semplicemente compreso come tira il vento in Europa, e hanno deciso di non tentare di andare controvento.

Chi era indeciso o neutrale sul tema sta incominciando a schierarsi. 

Premettiamo subito una cosa: ci sono veramente poche persone, in Europa, che siano a favore della Grande Sostituzione. Si può avere l’illusione che la maggioranza degli Europei abbiano il desiderio di trasformare l’Europa in un continente multirazziale, ma questo è solo perché i duri e puri del globalismo sono la maggioranza del ceto intellettuale, e dunque hanno in mano le leve del mondo culturale, sia di massa che d’elite. In realtà, la maggioranza degli Europei, inclusi quelli che votano partiti di sinistra, semplicemente non si interessa alla questione o la reputa una trivialità; oppure semplicemente si fa coinvolgere dall’idea, comprensibile per carità, per cui sia nostro dovere come parte più ricca del mondo di aiutare le persone più svantaggiate. Ora, però, la questione sta incominciando a diventare una questione calda, sull’immigrazione si sono polarizzati i dibattiti politici, e a dire la verità si sta polarizzando la realtà dei fatti di per sé: tutta l’Africa e il Medio Oriente bussano alle porte del Mediterraneo, l’Islam scalpita sotto i nostri nasi per conquistare l’Europa, diventa più chiaro ogni giorno che passa che condividere le nostre risorse con chi arriva a prenderle da parti più svantaggiate del mondo significa impoverire noi stessi senza veramente aiutare loro. Se fino a poco tempo fa era possibile mantere la linea aiutare i più svantaggiati oggi questo terzo non è più dato: oggi o ci si oppone alla Grande Sostituzione, o si è a favore. E mi spiace per i globalisti: la maggior parte del popolo europeo è contrario, inclusi tutti quelli che hanno votato contro i partiti populisti mossi dallo spettro del ritorno del fascismo. Questo Macron lo ha capito bene, e Macron è pur sempre uno che ha fatto la tesi di laurea su Machiavelli. La Grande Sostituzione è nell’interesse ideologico della cricca di Attali e Soros, ma all’establishment europeo interessa principalmente mantenere il potere, puro e semplice, e questo richiede di mantenere il consenso: con la chiusura dei confini ai migranti economici e l’aumento dei controlli di frontiera i leader europei guadagneranno il consenso degli oppositori della Grande Sostituzione, pur mantenendo il consenso dei sostenitori dell’accoglienza. Perderanno il consenso dei promotori della Grande Sostituzione, ma come già accennato, questo gruppo è un gruppo minoritario, che ha il controllo del ceto intellettuale in un’epoca in cui il ceto intellettuale perde potere ogni giorno di più.

Il fronte globalista sta facendo una ritirata strategica…

Ora, il fronte globalista in Europa ha la sua maturazione con il ’68, quando gli studenti scendevano in piazza con gli striscioni la mia patria è il mondo intero e propagandavano una radicale abolizione del concetto stesso di nazione. Quegli studenti che sarebbero di lì a breve diventati i professori. Fu durante gli anni ’80 e ’90 che i globalisti cominciarono a propagandare solo indirettamente la loro ideologia, attraverso svariati punti pragmatici, tra cui i seguenti punti principali:

  • Esaltare le vere o presunte responsabilità storiche dell’Europa e dell’intera razza bianca (colonialismo, schiavitù, seconda guerra mondiale, olocausto ecc…)
  • Propagandare il vantaggio economico dell’immigrazione
  • Fare leva sull’empatia delle masse spingendo ad aiutare a tutti i costi i più svantaggiati, quand’anche migranti economici

I frutti del ’68 li abbiamo visti all’alba della crisi dei rifugiati, quando la cultura di massa si riempiva di no borders. Di fatto era un ritorno di fiamma della vecchia ideologia cosmopolitista del ’68. Eppure, per le ragioni che ho illustrato nel paragrafo precedente, tutto questo è stato controproducente per i globalisti: la risposta naturale della massa di indecisi è stata quella di prendere uno schieramento, e in maggioranza uno schieramento contrario. Il risultato dell’operato propagandistico globalista è stato il sorgere dei movimenti populisti anglosassoni e del lepenismo. I paesi dell’Est Europa stanno solo oggi cominciando a brillare come un esempio di civiltà per la stessa ragione. Tutto questo movimento politico è il risultato di un movimento culturale: il ritorno dell’Europa bianca e orgogliosa di esserlo. Di fronte a questo, i globalisti hanno due strade: o il suicidio politico oppure ingoiare il rospo e rimettersi la maschera di anime pie dell’empatia internazionale. Quale strada prenderanno è prevedibile, e questo ci porta alla nostra conclusione.

…ma non si è neanche lontanamente dato per vinto.

Per quanto possiamo desiderarlo, non illudiamoci: non saranno decisioni dei leader europei ad arrestare la guerra spirituale tra l’Europa i suoi nemici dialettici, i quali non hanno mai abbandonato il loro proposito. Il fronte globalista perderà consensi in politica, ma continuerà, culturalmente, a propagandare la distruzione della civiltà Europea. Qui occorre esporre un punto tanto semplice da sembrare banale: l’immigrazione è un problema fondamentale, naturalmente, ma esso fa capo ad una degenerazione culturale di respiro più ampio quale la crisi dell’identità Europea. Questa crisi è un prodotto della propaganda post-bellica e sessantottina, come già accennato: è il prodotto di un ceto intellettuale che per mezzo secolo non ha fatto altro che umiliare e svilire la civiltà Europea. L’arrivo in massa dei migranti, per i globalisti, era carburante per questa ideologia anti-europea; quando non l’occasione d’oro per dare il colpo finale demografico all’Europa. Anche se tutto ciò si è rivelato un fallimento: la loro propaganda continuerà, e continuerà con insistenza, visto che il globalismo è l’ideologia maggioritaria nell’intellighenzia. Questo deve portare ogni difensore dell’identità europea a capire l’ampio respiro della sua missione: la questione dell’immigrazione è solo uno dei punti, seppur il più importante, della questione identitaria. Anche chiudendo le frontiere, ci sarà sempre chi vorrà oltrepassarle: l’Africa non ha mai smesso di reputare l’Europa responsabile di ogni suo male, il mondo islamico ancora non ha digerito Vienna e Lepanto.

I confini chiusi sono naturalmente una necessità, ma quello di cui l’Europa ha veramente bisogno sul lungo termine è una ripresa di coscienza della sua superiorità rispetto al resto del mondo. Questo non è possibile ottenerlo senza una ribellione all’intellighenzia globalista. Non è sufficiente mantenere i confini chiusi se poi, in Europa, si insegna ai nostri figli a sentirsi in colpa del colonialismo, se si continua a dare ascolto alla cultura di massa ultra-cosmopolita e a dimenticare le proprie radici. Perché l’Europa resista alle prossime ondate migratorie è necessario relegare il cosmopolitismo e il relativismo culturale tra le malattie mentali. Questo può essere raggiunto solo con la guerra spirituale, non arriverà dalle decisioni di Bruxelles.

Edoardo Pasolini

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