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corruzione mazzetteRoma, 15 mag – Dopo il Papa, arriva anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a ricordarci nuovamente che la corruzione è “il più grave dei peccati”.

Sangue di Enea Ritter

Indicativo certo che un politico, pretesamente secolare, utilizzi la parola “peccato”, ma forse nemmeno troppo, perché questa è la parola che più si confà alla narrazione mediaticamente dominante, quella della visione calvinista dell’economia.

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I lettori ricorderanno bene come nel 2011 l’allora premier Silvio Berlusconi sia stato scalzato con un golpe finanziario la cui causa, ci è stato spiegato, risiedeva nella scarsa “credibilità” all’estero causata dalla sua spensierata vita sessuale. Traduzione: se al posto di un divertente erotomane avessimo avuto un triste puritano che si corica presto e rimane fedele alla moglie allora lo spread sarebbe rimasto a zero.

Stessa cosa dicasi per la corruzione, che viene urlata urbi et orbi essere la causa delle nostre disgrazie. Sembra incredibile che apparati di potere -come i media, in particolare quelli della galassia di De Benedetti, sono- si scaglino contro il potere, ed in effetti c’è qualcosa di poco chiaro. Abbiamo già visto come lo “stato di corruzione” sia una delle scuse migliori per bloccare lo sviluppo dell’Africa, ed in generale per consentire ai tecnici di ingerire pesantemente con le politiche nazionali, che devono essere ricondotte (come Mattarella, di fatto, invita) ad una sostanziale coerenza interna: taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, smantellamento dello stato sociale.

Certo, se queste fossero le ricette giuste per scardinare la corruzione, l’Italia sarebbe a posto, dato che siamo al primo posto nella discutibile classifica dei privatizzatori, avendo in meno di un decennio (dal 1994 al 2003) privatizzato partecipazioni pubbliche per l’equivalente di oltre 90 miliardi di euro. Nemmeno l’Inghilterra tatcheriana è arrivata a tanto, e questo la dice lunga.

Per anni gli stessi “antipolitici” ci hanno detto che in Italia la corruzione valeva 60 miliardi, e questa era una bufala che derivava dal fatto di non conoscere Trilussa. Ovvero, nei primi anni del 21esimo secolo, l’Onu aveva stimato che nel mondo si pagassero mazzette pari al 3% del Pil globale. Ergo, gli scribacchini hanno stabilito che questa non fosse una media pesata, bensì che in ogni singola nazione del mondo si pagassero mazzette pari al 3% del Pil (dalla Svizzera all’Indonesia, per dire) e quindi miracolosamente saltò fuori, all’epoca, questo numeretto magico. Ma tranquilli: salvo i giornalisti del Fatto Quotidiano o i “militanti” del Movimento cinque stelle probabilmente non ci crede più nessuno, tipo signoraggio o scie chimiche, bufale che andavano di moda qualche anno fa.

Quale che sia la sua natura, si può definire la corruzione come la cessione di danaro ad un pubblico decisore da parte di un privato allo scopo di ricavarne benefici di vario genere. È quindi abbastanza ovvio che più elevato è il numero di discrezionalità (tecnica e amministrativa), più elevata è la probabilità e la stessa organizzazione del fenomeno corruttivo, ergo il federalismo regionalista non è stata una mossa molto saggia. Idem per le partecipazioni pubblico-privato o altre buffonate dell’ultimo trentennio, ma non è questo il discorso. Il discorso è che in un sistema di stampo oligarchico fondato sulla concentrazione della ricchezza, sul controllo dell’apparato mediatico da parte di cerchie sempre più ristrette e sulla conquista della politica (e quindi, inevitabilmente, dei processi decisionali) attraverso meccanismi sostanzialmente “legali” come il finanziamento alle campagne elettorali, la corruzione è un fenomeno del tutto irrilevante rispetto all’immiserimento generale. Ed infatti l’impoverimento si rafforza laddove è più assordante la retorica anti-corruzione, che poi è una retorica anti-Stato, anti-welfare, anti-politica in senso ampio.

Solo il Fatto Quotidiano può berciare sulla corruzione nell’epoca in cui la tonnara sociale è perfettamente legale, i trattati-capestro dell’Ue sono stati regolarmente ratificati dal Parlamento, pensioni e salari sono legalmente sotto attacco almeno dai primi anni ’90 e forse prima, le imprese dell’Iri sono state svendute secondo prassi, ecc…

La corruzione non è il peccato più grave di tutti, ma solo uno strumento illecito dei pesci piccoli per accelerare le procedure decisionali, in particolare in un paese dalla asfissiante ed al contempo ultra-discrezionale burocrazia locale, regionale e nazionale. Avrà degli effetti negativi sulla crescita del Pil? Può anche essere, ma può anche darsi, e non è un paradosso, che possa sortire l’effetto contrario dato il suo potere lubrificante. In ogni caso i danni non sono quelli sbandierati e la causa dei nostri mali è perfettamente “legale” sotto il profilo del mero formalismo giuridico. Lasciamo le battaglie inutili ai grillini e concentriamoci sulle cose serie.

Del resto, invocare “poca corda e tonfo sordo” ad ogni refolo manettaro delle procure in passato non ci ha portato benissimo. Ed una delle definizioni più pertinenti di follia è: “fare sempre la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso”.

Matteo Rovatti

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