La recente scoperta all’interno di una domus privata situata nella regio V di Pompei di un ambiente destinato al culto domestico straordinariamente ben conservato, ha destato l’interesse e curiosità di ogni appassionato del mondo classico. Su di una parete, ove più sopra trovasi un’edicola con il larario domestico (destinato ad accogliere i sacra privata, cioè le immagini o statuette delle divinità protettrici della famiglia come Lari, Penati o il Genio custode della famiglia stessa) appaiono raffigurati due serpenti di dimensioni e colorazione tra loro differenti, illustrati mentre si trovano a guardare un sacellum con offerte presenti, sotto forma di uova o pigne. Sotto di loro si rinviene l’immagine di un uccello, forse un pavone, che passeggia in un giardino. Su un’altra parete, una scena di caccia: un cinghiale di colore scuro è assalito da fiere di sfumatura chiara, mentre più sullo sfondo è ben visibile un cavallo.

Il tema iconografico dei serpenti che s’intrecciano intorno al larario stesso o all’ara destinata alle offerte ovvero rappresentati sulle pareti in posizione l’uno di fronte all’altro, non costituisce certo una novità.  Nella sola Pompei esistono non meno di una trentina di casi simili, già noti da tempo. Il che nulla toglie all’eccezionalità della scoperta anche per la nitidezza e bellezza delle pitture presenti.

Ma quale significato si deve attribuire alla presenza di due serpenti sulla parete ove si trova il larario? Nonostante una certa confusione alimentata anche dalle parole – come vedremo – di Massimo Osanna, Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei, il valore e simbolismo del serpente nella tradizione religiosa romana hanno genesi e funzione del tutto originali e originarie. In un passo dell’Eneide, Enea mentre è intento a sacrificare al padre Anchise, scorge improvvisamente un serpente il quale dopo aver tratto sette cerchi intorno al sepolcro, si allontana. Stupito per l’apparizione Enea resta “incerto se pensare che sia un Genio del luogo o un messaggero del padre” (Aen. 5, 95-96). Il commento di Servio Mario Onorato al passo annota come, infatti, non vi sia luogo che non abbia un proprio Genio e generalmente questo è raffigurato da una serpe (ad Aen.  95). Del resto su di una parente dipinta ad Ercolano resta ancora ben visibile un sacello avvolto da un serpente con l’iscrizione “genio di questo luogo,  del  monte” (genius huius locis montis). A quale località si alluda è ben chiarito da un altro famoso dipinto di Pompei, in cui si può intravvedere un draco alla base del Vesuvio: era dunque il Genio del monte campano.

Nella concezione romana del sacro, in effetti, le entità geniali non solo proteggevano i singoli individui (sorgevano alla nascita) la famiglia, il popolo, ma anche i luoghi privati, monti, boschi, sorgenti e città: così come esisteva un Genio custode del Popolo Romano (Genius Publicus Populi Romani Quiritium) esisteva, ad esempio un Genio del luogo ove sorse Roma (Genius Urbis Romae). Tema che s’intreccia, sia detto per inciso, con quello del nome della divinità protettrice di  Roma che fu custodito gelosamente per evitare che i nemici potessero trarne vantaggio.

Il serpente dunque raffigurava il nume tutelare del luogo ove sorgeva la casa e fungeva da custode della domus, anche in senso prettamente fisico, come diremo. Ciò spiega ad esempio per quale motivo il tema del serpente (o dei serpenti) si ritrovi molte volte anche sulle pareti esterne delle case di Pompei (e non solo) o nelle edicole dei compita, cioè i crocicchi o incroci ove si onoravano i Lari Compitales, le divinità protettrici dei luoghi ove si incrociavano le strade: abitudine tuttora assai diffusa, con edicole contenenti immagini della Madonna o dei santi ben visibili agli incroci delle nostre vie. Così in un passaggio del poeta satirico Aulo Persio Flacco, si invitava i bambini a non insozzare le pareti esterne delle abitazioni private, spiegando loro che due serpenti si trovavano colà come monito (Sat. 1,113). All’interno di una casa privata, la presenza di uno o due serpi su di una parete che ospitava il larario, aveva il preciso scopo di rammentare a tutti coloro che venivano introdotti nell’ambiente, come quella parte dell’edificio fosse destinata a scopi sacrali e come pertanto andasse rispettata: essa, dunque, fungeva anche da separazione materiale con altre pareti o parti di una stanza che racchiudevano temi profani, come, nel nostro caso, scene di caccia le quali, fungevano da splendide decorazioni della casa e denotavano l’alto grado sociale o di ricchezza del suo proprietario. C’era dunque un  limite fisico e spaziale ben preciso tra ciò che era sacro e ciò che non lo era: ma i temi potevano essere presenti in un medesimo ambiente, così come l’Urbe rappresentava un susseguirsi, senza soluzioni di continuità, tra i due mondi.

Ma per quale ragione i serpenti erano più sovente in numero di due? Il Genius loci, come ogni entità geniale era considerata come una divinità a tutti gli effetti: e secondo la concezione romana poteva essere di genere femminile o maschile. Le due serpi con tratti fisici e cromatici ben distinti rappresentavano l’incertezza circa il genus della divinità geniale del luogo, sia per precauzione, sia per richiedere l’assistenza e protezione di entrambi: si deus, si dea (se sia Dio o Dea).

Ancora, è interessante annotare come il luogo di presenza dei rettili sia il giardino: il pavone (o quale altro uccello possa rappresentare) è una tipica avis da cortile e serve a indicare, specificamente, come il genius loci abiti di norma nel giardino proprio perché rettile. Da qui, con tutta probabilità, l’idea di rappresentare la provenienza di uno dei due serpenti visibili, quello di destra, con la coda più bassa quasi a toccare l’ambiente sottostante. Il genius loci non era dunque una presenza astratta, ma considerata reale.

In un famoso passo di Aulo Gellio, l’antiquario ricorda come la madre del futuro condottiero Publio Scipione Africano, disperava di avere figli: sino a quando una notte un serpente si introdusse nella sua camera e nel letto, per poi allontanarsi subito dopo. Di lì a poco la donna cominciò ad avere i primi segni della gravidanza. Il genius loci benigno aveva esaudito le sue richieste (NA 6,1).

Nell’ 89 a.C. nel corso dell’assedio di Nola, divenuta una roccaforte della resistenza sannita, mentre l’allora proconsole L. Cornelio Silla era intento a compiere un sacrificio davanti al quartier generale, improvvisamente un serpente fu visto spuntare alla base dell’altare e attorcigliarsi intorno a esso: interrogato l’aruspice C. Postumio, si indicò che il presagio significava come non si dovesse perdere tempo e attaccare immediatamente. La cittadina campana, ritenuta inespugnabile, fu presa facilmente (Plut. Sull. 6,11-12).

Del resto è molto probabile che proprio da osservazioni di carattere naturalistico, sia sorta l’idea che i serpentes fossero particolarmente benigni: erano cacciatori di topi, considerati animali di cattivo auspicio e apportatori di malattie e disgrazie; un po’ come un altro animale assai fausto nella tradizione romana (ma non in quella greca), la donnola (mustela) era considerato utilissimo per allontanare sorci e altri infauste presenze animali. Macrobio ci indica poi come il serpente sia associato spesso alle divinità protettrici del benessere fisico e medico dell’individuo, come Esculapio e la Dea Salus, in quanto capace di mutare pelle ogni anno: quasi che il corpo umano, deposta la malattia, riacquisti nuovo vigore, così come la muta dona ciclicamente vita al rettile. L’erudito aggiunge poi che il suo nome, draco, deriva dalla forma verbale dérkein ( cioè “vedere”): ha una vista estremamente vigile e acuta “e perciò ai serpenti è affidata la custodia degli edifici pubblici, dei santuari, degli oracoli e dei tesori”  (Sat. 1,20).

Ecco dunque spiegato il simbolismo legato al benefico e buon serpente. Nulla a che vedere con astruse teorie propinateci da Massimo Osanna, a dire del quale i serpenti alluderebbero al culto greco dell’Agathos Daimon che fu il frutto, con tutta probabilità, di un tardo sincretismo greco-egizio, ma per quanto presenti alcuni tratti comuni con il significato ultimo dei serpentes romani, ben poco ha a che vedere con i temi iconografici pompeiani.

Stefano Bianchi

 

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