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Roma, 26 mar – Lo avevano condannato definitivamente all’ergastolo per due omicidi volontari e per il concorso morale in altri due, nel 1993. Eppure la crema dell’élite culturale italiana e della caviar gauche internazionale firmava manifesti, appelli, si sbracciava, si mobilitava nei salotti raffinati, indignandosi per la persecuzione dell’intellettuale più condannato dello Stivale. Non sapevano nulla degli atti processuali a suo carico, né forse se ne curavano. Poi, dopo l’arresto all’inizio di quest’anno e l’ammissione di aver compiuto quattro omicidi, la rivelazione. “Eh sì, dottore, io li ho praticamente presi in giro per trent’anni”. A dirlo è stato lo stesso Battisti al pm milanese Alberto Nobili durante l’interrogatorio: “Vede, dottor Nobili, io me la sono sempre cavata – confessa Battisti – grazie agli appoggi che ricevevo: in Francia, poi in Messico, poi in Brasile. È stato grazie a loro che sono sopravvissuto”. E come otteneva questi aiuti? Semplice: «Dicendo che ero innocente e quindi raccontando un sacco di bugie».

L’appello del 2004

Come dimenticare l’appello del 2004, conseguente all’arresto dell’ex-Pac – in quella Francia che per anni gli aveva dato protezione in spregio massimo della giustizia italiana – e firmato da decine di scrittori, filosofi, registi, attori: “Dal momento della sua fuga dall’Italia, prima in Messico e poi in Francia, Cesare Battisti si è dedicato a un’intensa attività letteraria, centrata sul ripensamento dell’esperienza di antagonismo radicale che vide coinvolti centinaia di migliaia di giovani italiani e che spesso sfociò nella lotta armata“. Per gli intellettuali dell’epoca, quindi, la pubblicazione di qualche libro durante la latitanza parigina cancellava tutti i crimini commessi tra il ’72 e l’89 e lo affrancava da qualsiasi colpa. Battisti, spiegavano i saputi con arroganza era solo vittima di una congiura: “C’è chi ha interesse a che una voce come quella di Cesare Battisti venga tacitata per sempre. Chi, per esempio, contribuì alle tragedie degli anni Settanta, militando nelle file neofasciste o in quelle di organizzazioni clandestine quanto i Proletari armati per il comunismo, chiamate Gladio o Loggia P2, e sospettate di un numero impressionante di crimini. Chi fa oggi della xenofobia la propria bandiera. In una parola, una gran parte del governo italiano attuale”. Come a dire: e allora i neofascisti?  Ma vediamo nel particolare chi firmò l’appello: il collettivo Wu Ming, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, il vignettista Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari.

Saviano firmatario a sua insaputa

Da segnalare dulcis in fundo nella lista la presenza di un allora semisconosciuto Roberto Saviano: il quale però tre anni dopo pubblica Gomorra, e quando nel 2009 la sua fama è allo zenit, scrive: “Mi segnalano la mia firma in un appello per Cesare Battisti (…) finita lì per chissà quali strade del web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda (…) Chiedo quindi di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime”. Firmatario a sua insaputa?

Insomma Battisti li ha fatti fessi tutti, a onor del vero con una maestria impareggiabile. E ora basta fare un giro sulle bacheche Facebook di questi personaggi per trovarvi, sull’argomento, un silenzio assordante, un vuoto cosmico, la classica balla di fieno dei film western che rotola nel deserto.
Cristina Gauri 

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