Lucca, 12 lug – Concerto o comizio? E’ quello che in molti si sono chiesti ieri sera, durante l’esibizione di Roger Waters sugli spalti delle mura di Lucca. Nemmeno questa volta l’“anima militante” dei Pink Floyd ha perso l’occasione per riversare sulla folla la solita ricetta di propaganda globalista a base di feroci bordate anti Trump, antifascismo, ingerenze immigrazioniste riguardo l’emergenza sbarchi nel Mediterraneo e appelli a #restareumani. Come già Eddie Vedder un paio di settimane fa, anche Waters ha voluto indirizzare una lettura morale sull’accoglienza all’arretrato e xenofobo popolo italiano; l’ennesimo, controproducente tentativo di portare acqua a un mulino ormai caduto in rovina, visti i risultati di sondaggi ed elezioni sul nostro suolo, che vedono una sempre maggiore fetta di italiani esasperata e disincantata su queste tematiche.

Il tutto è stato presentato tramite effetti speciali faraonici, giochi di luce, coreografie, e con l’immancabile presenza di Algie, un enorme maiale gonfiabile fatto volare nei cieli di Lucca sopra le teste dei 20mila fan; stando a Waters, una rappresentazione di Trump e del capitalismo, lo stesso sistema che – si veda l’ironia – proprio i menestrelli dello status quo come Waters contribuiscono a fortificare tramite questo genere di lavaggi mediatici del cervello. Non a caso l’incipit del concerto è stata la frase “Siamo tutti sorelle e fratelli, siamo tutti uguali: nulla ci distingue, né la religione né l’etnia” – migliore biglietto da visita per il sistema capitalista non poteva essere presentato.

Chissà cosa avrebbero da dire i milioni di poveri nel mondo, osservando questo omino predicare accoglienza da un palco con esubero di costosissimi effetti speciali, il cui valore monetario probabilmente è pari alla somma occorrente per costruire un ospedale africano, o organizzare una fila di camion di aiuti umanitari. Chissà se i fan di Waters, che hanno pagato una media di 100 euro per abbeverarsi di pura propaganda, saranno così solerti a donare la stessa cifra per le varie cause umanitarie che fanno loro battere il cuore.

Cristina Gauri

Commenti

commenti

3 Commenti

  1. Rispondo a Franca del Santo, a Valter Allievi, ad Umberto Riva, a Lucia Alesini, ad Enrico Boccelli, a Renato Dialpiaz, a Turi Mancini e a tutti quelli che, loggandosi con il facebook che non ho, criticano l’autrice del di questo bellissimo articolo (per una volta che, in questo dannato occidente, una donna si astiene dallo scrivere le solite menate femminil-femministe!)

    Ci sarebbero tanti motivi per criticare Trump presidente: i dazi contro l’Europa, il permanere delle inique (e dannose per l’Europa) sanzioni contro la Russia, la rottura del trattato con l’Iran (unico successo in politica estera di Obama), lo sfacciato filosionismo.

    Ma questi servi della finanza e del femminismo (la parola “menestrelli” è troppo gentile) preferiscono criticare il Trump antecedente, quello che, prima di essere presidente, è stato la speranza e il simbolo di chi vorrebbe alfierianamente abbattere questa doppia tirannide che opprime il cosiddetto “occidente”.

    Probabilmente Trump presidente non è né mai diventerà la soluzione ai mali della globalizzazione, ma il Trump avversato dall’establishment resta l’unico con il merito di aver almeno posto il problema. Continuare ad esaltare, con le fisime popperiane di una “open society” (a cui, peraltro, sempre meno gradi di libertà corrispondono nella vita reale dei cittadini) e la retorica “democratica” dei diritti umani (con cui si giustificano guerre militari o economiche, colpi di stato e sommosse, ed ogni genere di distruzione delle sovranità nazionali e popolari), l’evoluzione turbocapitalista che ha letteralmente distrutto la classe media in occidente (come nemmeno un partito marxista-leninista avrebbe potuto fare) per ricrearla (forse) altrove (e sicuramente con meno giustizia sociale, se si pensa al perdurare di caste e sottocaste in India e al “totalitarismo capitalista” cinese), è puro masochismo per ogni occidentale che non abbia i propri interessi personali legati a quella ristretta minoranza di speculatori newyorkesi e di burocrati europei che sono i soli ad aver tratto vantaggio dall’andamento socio-politico degli ultimi vent’anni. Ma, come ben detto da Trump stesso nel suo discorso di insediamento, la classe politica deve perseguire gli interessi, materiali e ideali, del popolo storico che rappresenta (e da cui è stata eletta e pagata), non una presunta “umanità universale” contro cui si celano gli interessi non “umanitari”, bensì “umani, troppo umani” della finanza senza patria (e spesso con sede in USA). In questo, Trump è stato una speranza.

    Ma Trump, per il fatto stesso di essere stato eletto, è anche un simbolo di opposizione al femminismo demagogico, quello che, prima, avrebbe voluto vedere eletta la Clinton “in quanto donna” (a discapito delle sue responsabilità come segretario di stato nella politica di destabilizzazione del medio-oriente e dell’europa orientale, tutt’altro che intese fattivamente a quegli ideali di “pace” e di “uguaglianza”, propri al mito matriarcale, in cui la propaganda femminista identifica in ogni tempo la figura della donna-madre al potere), quello che, dopo la sconfitta elettorale, usa oggi delle mediocri attrici (cui il tempo e la bellezza, oltre al supposto talento, stanno voltando le spalle) in cerca di fama, soldi e vendetta, per montare una persecuzione giudiziaria contro uomini “colpevoli” non tanto di reati riconducibili alla violenza o alla molestia (che’ altrimenti il povero Weinstein sarebbe già in carcere da tempo, data la facilità con cui tali reati “simbolo” del femminismo vengono “provati” sulla sola parola dell’accusa in un luogo come gli Usa dove il giustizialismo puritano agevola il nazifemminismo), quanto del semplice fatto di usare studio, lavoro, fama, successo, cultura, potere, posizione sociale – e quant’altro sia possibile procurarsi con fortuna o merito individuale – per “corteggiare” in maniera non velleitaria o ridicola, per bilanciare il potere della bellezza e del desiderio, per dare un valido motivo ad una donna da molti disiata per le sue grazie di essere non “costretta a”, ma “ben contenta di”, concederle (in cambio ovviamente di qualcosa, che può variare dalla promessa di una vita principesca fra regali lussuosi e viaggi esotici a quella di accesso ad un mondo apparentemente dorato, come può essere lo spettacolo, passando per certe forme implicite di “utilità economica” e per particolari “favori” di carriera).

    Se Trump è in questo (purtroppo) solo un “simbolo”, la necessità di combattere tale femminismo è tutt’altro che simbolica per gli uomini reali: esso, con il suo corollario di politicamente e sessualmente corretto, sta generando un ambiente invivibile (oltrechè in certo casi pericoloso) per ogni eterosessuale. Ricadendo ancora sugli uomini le fatiche e i rischi della cosiddetta “conquista” (unico ambito in cui nemmeno la più rigorosa delle femministe pretende uguaglianza), chiunque non abbia già messo in conto di rivolgersi soltanto a “libere professioniste” (ammesso di avere ancora, personalmente, la sufficiente possibilità economica e, collettivamente, la necessaria possibilità politica di trovare paesi non proibizionisti) per i propri bisogni erotici, si trova le difficoltà e i pericoli del’ars amandi (già paragonati da Ovidio a quelli delle campagne militari) accresciuti dal femminismo d’origine americana. Un tale “femminismo democratico” considera anche un primo sguardo “molestia” (come dall’aberrante teoria, concepita nell’ambito dei cosiddetti di studi di genere finanziati dall’america “democratica”, dello “stupro visivo”), un corteggiamento non arrendevole (di quelli platealmente pretesi da certe “madonne”, evidentemente rimaste sentimentalmente al contrasto con messere di Ciullo d’Alcamo, e in fondo da tutte coloro che sfruttano l’occasione per mettere alla prova i pretendenti e tacciare di “pavidità” o “pigrizia” o “insicurezza” chi si intimorisce, si stanca, abbandona) “stalking” e qualsiasi atto o detto, non avente nulla di oggettivamente e dimostrabilmente violento o molesto, ma avente la sola “colpa” di esprimere disio naturale per il corpo della donna, “violenza”, se, a posteriori e secondo un inconoscibile soggettivo sentire, vuole essere definito tale dall’interessata (cui quindi, contro ogni principio di diritto e di ragione, è lasciata non solo la possibilità di far valere come “prova” la propria parola anche prima e anche senza riscontri oggettivi o testimonianze terze, ma pure quella di definire il confine stesso fra lecito e illecito)!

    E avete il coraggio di chiamare “maiale” Trump e con lui tutti gli uomini che (con la naturalità di una primavera che irrompe e la nobiltà di secoli di poesie ispirate da muse carnali) desiderano primieramente la bellezza nelle donne! Meglio essere un “epicuri de grege porcus”, con tutto il suo ingenuo trasporto per la bellezza simile, per usare un’immagine di Oscar Wilde (lui sì vittima del puritanesimo angloamericano perché omesessuale), al riflesso sull’onda lucente del mare notturno di quella conchiglia d’argento chiamata luna, piuttosto che una viscida serpe femminea pronta ad usare, oggi, la menzogna politicamente corretta così come, da sempre, il veleno sentimentale, la parola obliqua, l’instillazione dei sensi di colpa per tiranneggiare ogni uomo! E voi “giovani democratici” siete i servi di quelle serpi femministe , i vermi, anzi i batteri, che generano il brodo di pseudocultura su cui esse strisciano e di cui nutrono il proprio veleno antimaschile.

    E avete pure la faccia tosta di presentare Trump come “bambino viziato” solo perché vorrebbe (riuscirci è un altro paio di maniche) che il fine della politica tornino ad essere i nostri figli e non quelli della generica “umanità” (più o meno migrante, più o meno in via di sviluppo, più o meno terzo mondo), solo perché vorrebbe poter continuare a “viziare” i nostro figli, il cui presente e il cui futuro sono minati da un’evoluzione turbocapitalistica che li vedrà come la prima generazione occidentale ad essere meno ricca (e meno libera, aggiungo) di quella dei genitori, solo perché vorrebbe invertire la marcia non tanto della presunta “storia”, quando della presente turbofinanza la quale, per creare miliardari in India o in Cina (e permettere a Wall Street di speculare) riunisce in una vita lavorativa sempre meno pagata e ancor meno tutelata i figli degli ex-borghesi e degli ex-proletari.

    Viviamo d’ingiustizia? Voi non sapete neanche cosa sia la giustizia.

    Come già a Friedrich Nietzsche, “a me la giustizia parla in un altro modo: gli uomini non sono uguali, e nemmeno devono diventarlo”.

    L’uguaglianza fra popoli è sbagliata, perché chi ha generato il Rinascimento non può essere ridotto alla pari di chi, a nord come a sud, ha solo saputo “cacare nella foresta” (considerazione valida non solo, banalmente, per gli africani, ma pure per i plantigradi acculturati del nord, che pretendono di farci la morale avendo storicamente saputo soltanto passare dalle razzie vichinghe all’adesione al nazismo prima ed al nazifemminismo poi, mettendo in mezzo puramente quella forma particolarmente virulenta di sovversione dei valori cristiana chiamata luteranesimo), perché il colonialismo non ha dimostrato alcuna “colpa morale” da parte degli europei (in nulla e per nulla più “cattivi” delle popolazioni indigene fra le quali la guerra, il massacro e l’oppressione non erano certo sconosciute, ma semplicemente conosciute con mezzi materiali e ideali infinitamente più rudimentali), ma piuttosto un loro merito storico (il merito, per dirla con Giorgio Locchi, di essersi saputi “pro-gettare” nella storia, di aver saputo, meglio di altri, passare, grazie a quell’atto necessariamente arbitrario e per questo fondativo di identità e valore che è l’ordinamento del chaos in kosmos, dal tutto indifferenziato dell’uomo primordiale ad un’opera d’arte dotata di forma e chiamata civiltà, ottenuta anche riducendo in polvere con martello di artista ciò che non può appartenervi) , perché aver prodotto benessere nel dopoguerra è anche un merito dei nostri nonni che hanno studiato (nella scuola gentiliana) e lavorato (in un’Italia con l’IRI e senza “manipulite”) e non solo una coincidenza storica (le grandi potenze e il grande capitale, per motivi contingenti, lo hanno permesso).

    L’uguaglianza fra i sessi è sbagliata, perché permette alle donne di mantenere, contro ogni principio di equità e di equilibrio di poteri, gli antichi privilegi (galanteria, corteggiamento, “protezione” in ogni senso materiale e psicologico) assieme ai moderni diritti, perché impedisce all’uomo di bilanciare socialmente tutto quanto, in desiderabilità e potere, è dato alle donne per natura dalle disparità di numeri e desideri nell’amore sessuale (da esse sfruttate in ogni modo tempo e luogo senza limiti, remore né regole) e da quelle psicologiche correlate alla predisposizione all’esser madri (non eliminabili nemmeno fra i talebani), perché – distruggendo quelle mirabili strutture dall’arte come della religione, della politica come della storia, del pensiero come della società, edificate da quella minoranza di uomini dotati di senno non già per opprimere (chè non è l’obiettivo dei savi) le donne bensì per non essere da essi troppo oppressi – non lascia in piedi alcun meccanismo di compensazione/freno in grado di dare anche a noi le stesse possibilità di scelta e la stessa forza contrattuale in quanto davvero conta innanzi alla natura, alla discendenza ed alla felicità individuale.

    Cari banditori di menzogna egalitaria, ancora parlate?
    Già 2000 anni fa (quando, per sovvertire il mondo avete usato la religione) avete fatto un danno immenso durato 1000 anni (che ha anche rischiato di cancellare la stessa Grecia e la stessa Roma e che abbiamo finito di “riparare” solo col Rinascimento).
    Duecento anni fa avete usato la politica (maledetto 14 luglio e dannatissimi Francesi!) e come risultato finale (dopo un lungo secolo di rivoluzione ed un secolo breve di guerre mondiali) l’Europa, da “donna di province” (Dante chiamerebbe così l’essere il centro del mondo politico, economico e culturale) è passata ad essere periferia di un mondo globalizzato.
    Da un ventennio state usando la “cultura” e, come conseguenza, non abbiamo neppure più la facoltà di capire che ci stiamo estinguendo, come popoli, come lingue, come tradizioni pensate per misurare i millenni, come stili di vita adatti non solo a non essere “raggiunti dai contemporanei né superati dai posteri” (è il caso appunto del classico), ma anche ad affrontare la contemporaneità (D’Annunzio e Marinetti che avete bandito dalla cultura sono due diversi esempi di come si possa creare poesia anche nel mondo della tecnica, dell’acciaio e della pubblicità, di come si possa essere “non passatisti” pur non condividendo le “idee moderne”), insomma, proprio come “cultura”. Anzi, anche come “natura”, data la “teoria gender” che nega l’origine biologica delle differenze (anzi, degli stessi desideri naturali) e la prassi nazifemminista (sempre più esplicitamente pubblicizzata dal “cinema antifascista” di Hollywood) di spingere (forse anche in senso fisico, sicuramente in senso mentale) per un mondo “senza maschi e senza sesso”.

    Dovreste essere tutti crocefissi come quello che in fondo è l’origine del vostro mito egalitario. Certo che per voi, a differenza che per il Cristo, servirebbe il bavaglio, con tutte la valanga di cretinate intellettualizzate che sareste in grado di continuare a levare al Cielo.
    Ma forse ci penserà l’Islam a condannarvi finalmente a morte (così tutta questa immigrazione sarà finalmente utile a qualcosa). Magari anche durante i vostri concerti (cara ISIS, quando servi non ci sei mai…). Sicuramente prima di quanto vi immaginiate. Perché ogni uomo, persino il più stupido “dottor Dulcamara” della situazione, sa che “in guerra ed in amore è fallo l’indugiar”. E, come diceva l’autore del’Anticristiano, “l’Islam ha dei maschi, per presupposto”.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here