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geisf_bassa-page-001_o679571wRoma, 12 lug – I numerosi fan italiani di Alain de Benoist hanno da poco un ulteriore testo del pensatore francese tradotto nella nostra lingua da poter portare sotto l’ombrellone. Si tratta di Gesù e i suoi fratelli (Diana, € 12, pp. 141), inedita incursione debenoistiana nel mondo dell’esegesi biblica.
Il volumetto consta di due saggi e un’intervista. Il primo scritto, il più corposo, affronta un noto tema biblico che da secoli crea infinite discussioni teologiche: la presenza, nei Vangeli, di personaggi qualificati come “fratelli” di Gesù Cristo.
Lo scrittore, attingendo con la consueta accuratezza a un ampio e dettagliato ventaglio di fonti, smonta una a una le ipotesi che fanno di tali personaggi dei “fratelli” in senso metaforico, dei cugini, o magari dei figli di Giuseppe relativi a un altra relazione diversa da quella con Maria – che, ricordiamo, secondo la dottrina cattolica avrebbe non solo partorito da vergine, ma vergine sarebbe rimasta fino alla morte, non potendo quindi dare fratelli al suo figlio più noto, pena un’insanabile contraddizione dottrinaria.
È una singolare scelta, da parte di de Benoist, quella di dedicarsi a una simile questione, che resta alla fin fine problematica solo per chi si ponga davvero entro un orizzonte cristiano e cattolico e abbia quindi l’esigenza di trovare la quadratura nel groviglio dei dogmi per salvare la Verità della propria fede.
Per chi invece, come chi scrive o come de Benoist stesso, situa se stesso al di fuori di questa prospettiva e si limita a considerare il cristianesimo storicamente, ovvero come una dottrina che, per mezzo di alcune istituzioni che ad essa si richiamano, ha determinati effetti sulla realtà (in particolare sulla nostra realtà di europei) la questione dei fratelli di Cristo appare piuttosto poco interessante.
La presenza di contraddizioni nei Vangeli o fra i Vangeli e il catechismo cattolico, è un tema che sembra appassionare la critica razionalista, ma che ha scarsa presa su chi si preoccupi più di dimostrare la nocività della Bibbia che la sua “falsità”.
Il secondo saggio fa il punto, più in generale, su tutto ciò che sappiamo della figura storica di Gesù e sulle diverse correnti in materia. De Benoist tende a sospendere il giudizio, anche se sottolinea come l’interpretazione “mitista” – che fa del Cristo una figura inventata e mai esistita – risulti oggi superata dalla ricerca. Il volume si completa infine con un’intervista in cui il francese torna sugli stessi temi.
Non è la prima volta che de Benoist affronta tematiche religiose. Come spiega Giuseppe Giaccio nell’introduzione, anzi, si può propriamente dire che il tema pagano e la conseguente polemica con il cristianesimo siano un filo rosso che attraversa tutto il percorso intellettuale debenoistiano, spesso in forma esplicita e talora anche in forma carsica (in fin dei conti si potrebbe tranquillamente dire che l’autore francese non ha mai scritto nulla che fosse davvero estraneo a questo scontro spirituale).
Cosa che rende ancor più incomprensibile l’atteggiamento di certi debenoistiani italiani che hanno la tendenza a considerare l’interesse del francese per il paganesimo come una fastidiosa bizzarria anziché come l’architrave di tutto il suo pensiero.
Adriano Scianca





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