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Kabul, 26 ago – “Amico mio, come va?”, “Non molto bene, la mia famiglia è lì”. È iniziata così la storia che sto per raccontarvi. Perché quando un gruppo di persone vive insieme un’esperienza tragica come una guerra o una singola battaglia, viene legato strettamente da un vincolo cameratesco che resta indissolubile al trascorrere del tempo.



La storia di Faza, interprete afghano per i militari italiani per 8 anni

Faza è un ragazzo afghano, marito e padre di tre bambine, che ha servito l’Italia accanto ai nostri militari. Ci sono diverse figure “esterne” delle quali un esercito si avvale nel teatro nel quale sta operando. Tra le varie figure ci sono gli interpreti, fondamentali sia all’interno che all’esterno delle strutture militari. Gli interpreti che “escono” rischiano esattamente quanto rischiano i nostri soldati, con la differenza che, essendo del posto, a guerra finita restano lì.

Faza ha collaborato con la coalizione italiana per ben 8 anni, è uscito decine di volte con gli operatori italiani, ha vissuto con loro la tensione di quei momenti, ha tenuto come loro gli occhi aperti, ed ha provato con loro le stesse emozioni. L’interlocutore è Giuseppe, un incursore italiano col quale ha stretto amicizia in Afghanistan e col quale ha mantenuto i rapporti anche al termine del suo lavoro con la “TF45” (la Task force italiana di Forze speciali schierata in Afghanistan).

Lui e il fratello con le rispettive famiglie vivono ad Herat

Da un paio di anni Faza vive e lavora in Italia con suo fratello, anche lui interprete, anche lui padre di 3 bambini, e quello che guadagna qui permette alla sua famiglia di vivere dignitosamente e di sperare di tornare a vivere insieme nella loro terra. Le due famiglie vivono ad Herat e, nonostante la situazione stia iniziando a precipitare, sono relativamente tranquille. Sanno che l’Italia gli fornirà i visti necessari all’evacuazione perché lasciarli lì con i talebani significherebbe condannarli a morte. Ma, soprattutto, Herat fino a poche ore prima era un posto sicuro.

Il 12 agosto Herat capitola ma mancano i visti per l’evacuazione

Il 12 agosto, invece, Herat capitola, la cognata di Faza riceve la mail con i visti e le indicazioni relative all’evacuazione, la moglie di Faza, Halima, nonostante avesse fatto richiesta mediante il contingente militare italiano presente nel Paese, no. A quel punto, Faza decide di chiedere aiuto al suo amico italiano, che prova a fare un giro di telefonate e, intanto, posta una storia su Instagram sperando che venga visualizzata da qualcuno che abbia idee o contatti validi. Il contatto valido è Federico che con un’ignara condivisione della storia, fa arrivare la notizia a Daniele.

Daniele scopre la storia e si attiva con la Farnesina

Daniele, ex militare dell’Esercito che è stato a sua volta in Afghanistan diverse volte e che attualmente presta servizio nell’Arma dei Carabinieri, si attiva ed arriva a trovare un contatto che riesce a farlo parlare direttamente con la segreteria del ministro degli Esteri, alla quale chiede informazioni in merito ai documenti di questa famiglia.

Il 14 agosto la famiglia di Faza lascia Herat

Il 14 di agosto la famiglia di Faza decide di spostarsi dalla città ad un posto sicuro, per nascondersi dai talebani che imperversano in città, aspettando notizie dall’Italia. In Italia, intanto, sono attimi convulsi con telefonate che si susseguono giorno e notte tra Daniele e le segreterie del ministero. Con tutti gli attori della vicenda in moto ed arrivando ad interessare persino la segreteria della Presidenza della Repubblica. Per due volte Daniele viene contattato dal ministero degli Esteri con la promessa che riceveranno i visti nel più breve tempo possibile.

Il 15 agosto si scopre che per un errore burocratico i visti non ci sono. Ma poi arrivano

La mattina del 15 si scopre, invece, che a causa di un errore burocratico i visti “non ci sono” e che avrebbero dovuto produrli ex novo: qualcosa nella catena non ha funzionato. In effetti, arriveranno la sera stessa. Nonostante in Afghanistan sia quasi mezzanotte, Halima, la cognata e i bambini si mettono in viaggio, accompagnate dal cognato e dal suocero. Perché non è pensabile lasciar viaggiare da sole due donne e sei bambini in quella situazione. Appena fuori da Herat incontrano i checkpoint fatti dai talebani che li costringono a tornare a casa. Decidono di seguire il “consiglio” perché se quello è il clima, effettivamente, arrivare a Kabul potrebbe non essere così semplice.

La famiglia parte per Kabul e arriva in serata nella capitale afghana

Partono, quindi, la mattina successiva con un autobus considerato sicuro, passando da sud, la strada più lunga ma più tranquilla arrivando nella capitale afghana che è ormai sera. Cercano una camera in un hotel che niente ha da invidiare alla peggiore bettola che potreste trovare in Italia, e dormono lì. Programmando di recarsi all’aeroporto all’alba come indicatogli dal punto di contatto (uomo di collegamento tra il personale italiano e quello afgano). Non sanno che nel frattempo la zona attorno all’aeroporto è diventata una bolgia, con migliaia di disperati che a vario titolo provano ad entrare, spingendo verso i cancelli dei gate esterni, gestiti da militari inglesi (nella zona interna di interesse italiano) ed americani.

Caos all’aeroporto: impossibile avvicinarsi al gate per il controllo documenti

Arrivano di buon’ora nella zona polmone a loro indicata e si rendono conto che non sarà per niente facile raggiungere il gate ed accedere al controllo documenti. In realtà, non vedono ingressi, soltanto muri di cemento e una moltitudine infinita di gente, che gli impedisce persino di capire in quale direzione muoversi. Avvicinarsi all’ingresso indicato è impensabile, con sei bambini al di sotto dei 10 anni al seguito è praticamente impossibile. Come se non bastasse la ressa, la disperazione e la concitazione del momento, arrivano i talebani che iniziano a bastonare un po’ a caso chiunque costringendo la folla a diradarsi. Halima e gli altri si sistemano in un angolo, vedono l’ingresso del primo perimetro ma non riescono ad avvicinarsi se non di pochi metri. Arriva la sera, “oggi non entra più nessuno”.

I talebani chiedono informazioni alle persone presenti, vogliono sapere da dove vengono, in quanti sono, da chi devono essere evacuati. Il cognato ed il suocero di Halima capiscono quello che potrebbe succedere alle donne ed ai bambini se dicessero la verità e fingono di essere i loro mariti, ben consci del fatto che se per qualche motivo capissero l’inganno, pagherebbero con la vita.

Durante la notte la figlia di 5 anni viene punta al viso da una vespa

Per questa volta è andata, si preparano a trascorrere la notte a terra quando qualcuno, perché anche nelle situazioni più assurde gli uomini di buon cuore non mancano, si avvicina e mette a disposizione di donne e bambini il cassone telonato di un camion, per tenerli al riparo. Gli uomini invece, dormiranno all’addiaccio. Durante la notte la bambina di 5 anni viene punta al viso da una vespa, iniziando immediatamente a gonfiarsi. Qualcuno le dà una pillola ma non basta, inizia a respirare male, chiaro segno di uno shock anafilattico. E la cosa appare talmente grave che la folla si apre permettendo a Halima di arrivare all’ingresso. La bambina viene subito notata da un soldato inglese che tramite un interprete comprende la situazione e la prende in custodia chiudendosi dietro il cancello.

La bimba si ricongiunge con la famiglia passando di mano in mano sopra la folla

Dopo un paio d’ore un soldato italiano si affaccia con la bambina in braccio, chiama la mamma ma è impossibile farsi sentire. Ad ogni movimento all’interno dei cancelli i trenta metri che separano la famiglia dal gate, coperti da centinaia di persone accalcate, si animano sperando che ricominci l’afflusso verso l’aeroporto e la salvezza. Halima e il suocero iniziano a sbracciarsi, vengono finalmente notati dal soldato e la bambina, passando di mano in mano sopra la folla, si ricongiunge alla famiglia. Ancora tumefatta ma fuori pericolo, esausta ma tranquilla. Approfittando del cancello aperto, però, si sono riversate all’interno del primo perimetro di sicurezza decine di disperati. “Cancello chiuso, abbiamo troppa gente dentro, se ne parla domani.”

Dopo la seconda notte in aeroporto, la famiglia riesce a entrare nel primo perimetro

Nel frattempo, Daniele e Giuseppe stabiliscono dei contatti con alcuni colleghi all’interno dell’aeroporto, che gli confermano di avere tutta la famiglia in lista e gli consigliano di farli sistemare davanti al cancello e fargli trascorrere lì la seconda notte. Così il giorno successivo sarebbero stati tra i primi ad entrare. E così fanno: passano la notte a terra, davanti al gate e il giorno dopo entrano nel primo perimetro, il “polmone”. Che è, se possibile, ancora più caotico. Trascorrono così tutta la mattinata attaccati al cancello ma non si muove nulla. L’unico soldato col quale parlano, un inglese, gli dice che la situazione all’interno è molto caotica e che probabilmente non riescono a fare entrare nessuno. Gli consiglia anche di uscire e tornare il giorno successivo. Loro adesso sono da sole, gli uomini sono dovuti restare fuori e sarebbe troppo pericoloso provare a muoversi per Kabul col rischio di essere rapite e fatte sparire insieme ai bambini.

Entrano in azione Fiammetta e suo marito per mettere al sicuro donne e bambine

Comunicano con Faza, che a sua volta gira i messaggi a Daniele e Giuseppe. In quei momenti di disperazione, mi ritrovo a sentire l’audio col quale Faza dice: “Devono tornare domani, gli hanno detto di andare via ma non possono perché se i talebani le trovano da sole io non le rivedo più”. E ho un’idea: “Fiammetta!” Arriva improvvisa, come un fulmine, perché non c’ho pensato prima? Maledicendomi per aver perso tempo e perché avremmo potuto guidarle in modo più efficace, le chiedo se possiamo disturbare suo marito che è proprio lì a Kabul. E le racconto velocemente il travaglio di questa famiglia assicurandomi, soprattutto, che fosse chiaro il pericolo derivante dall’essere da sole: prima entrano in aeroporto, meglio è. Perché il punto non era dargli una priorità arbitraria ma metterle al sicuro, poi avrebbero preso il volo loro assegnato nella data prevista.

“Devono recarsi al posto X, quando vedono il Tricolore devono alzare le mani sopra la testa così le riconosciamo e le portiamo dentro”

Quindi da adesso in poi ogni comunicazione segue questo iter: Halima – Faza – Daniele – la sottoscritta – Fiammetta – il marito di Fiammetta e viceversa. “Devono recarsi al posto X, noi usciamo, quando vedono sventolare il Tricolore devono alzare le mani sopra la testa così le riconosciamo e le portiamo dentro”.

Ma i dispositivi Jammer interrompono le onde radio e comunicare è quasi impossibile

Sembra facile a dirsi, lo diventa un po’ meno quando devi fare arrivare il messaggio in una zona con i “Jammer” attivi. Dispositivi che disturbano o interrompono le onde radio, il cui utilizzo è necessario ad evitare attentati con bombe azionate a distanza tramite cellulare. La linea va e viene, spesso le comunicazioni si interrompono del tutto, non c’è linea Gsm né linea internet.

Quindi trascorriamo tutto il giorno inviando centinaia di messaggi. Quando Halima leggeva era ormai troppo tardi e i nostri militari erano già rientrati. Direte che avremmo potuto abbreviare la catena facendo parlare Halima direttamente con le persone all’interno dell’aeroporto. Ed avreste ragione, se non fosse che hanno provato a chiamarsi a vicenda decine di volte senza mai riuscirci. Jammer.

Intanto i bambini hanno perso tutto, dagli zainetti alle scarpe, le donne sono allo stremo anche se combattono come leonesse. Ma iniziano ad essere sempre più spaesate. Si avvicina la sera, gate chiuso, speranze rimandate ancora una volta al giorno successivo. Non dormiamo, continuiamo a mandare messaggi a chiunque, a studiare come riuscire a farli incontrare ma arriva l’alba e non abbiamo risolto nulla. Mi addormento, dopo due ore mi sveglia Fiammetta: “A Kabul sono le 10 del mattino, sveglia!”, ci rimettiamo in moto…e per fortuna siamo tutti in ferie!

Una serie di appuntamenti mancati

Dall’interno dell’aeroporto ci comunicano un appuntamento, i bambini all’esterno recuperano un cartone ed una penna e scrivono “ITALIA”, decisi a sventolarlo per farsi riconoscere. Appuntamento rimandato per un’altra urgenza, ma tanto ad Halima non è ancora arrivato il messaggio quindi sarebbe saltato comunque. Secondo appuntamento: ognuno è al loro posto ma non si trovano. In realtà le donne sono andate nel posto sbagliato, riescono ad allontanarsi, trovare linea e a mandare una foto. Dall’interno dell’aeroporto non riconoscono il luogo nel quale dicono di trovarsi. Si affacceranno da sopra alcuni container per provare ad individuarle dall’alto. Donne e bambini sventolano sciarpe e tengono sul il cartello: non le vedono. Arriva un altro appuntamento e questa volta non possono sbagliare perché è davanti al gate d’ingresso: “Le tiriamo dentro e chiudiamo”, pensavano. Le donne e i bambini arrivano ma gli inglesi hanno appena chiuso il gate. Messaggio dall’interno dell’aeroporto: “Gate chiuso, cazzo. Si rimanda a domani. Fatele dormire accanto a *OMISSIS*”.

Non va bene. La situazione dentro è difficile da gestire, il personale italiano è veramente poco rispetto alla componente civile che necessita assistenza ed un veloce deflusso verso la salvezza. Daniele e Giuseppe si scambiano diverse telefonate, tentando di contattare ognuno le proprie conoscenze operative sul posto. Alla fine, la follia e il saper osare risultano essere l’unica via possibile. E come spesso accade, è qualcosa che va controcorrente a salvare la situazione.

Una seconda famiglia di afghani da salvare

Una componente delle Forze speciali appartenente a una Forza armata che non riferirò, si offre per operare un salvataggio d’emergenza fuori dalla bolla di sicurezza dell’aeroporto. Studiata la carta e trovato un punto abbandonato e lontano da occhi indiscreti, un operatore contatta telefonicamente, con un telefono satellitare, un interprete che si trovava a sua volta fuori dalla zona polmone con la sua famiglia. Come per Faza, il rapporto che si crea con queste persone è forte tanto quanto quello che si crea con un camerata in armi.

Si aggregano anche le donne e i bambini ancora in attesa. E alla fine riescono ad entrare

Vengono fornite le istruzioni per raggiungere il punto d’incontro, e gli vengono indicate le due donne ed i bambini da far aggregare alla sua famiglia. Giriamo il messaggio a Faza, che lo gira ad Halima. E, contemporaneamente, Halima avverte Faza che uno sconosciuto sta dicendo loro di seguirle: “Fidati di lui, seguilo”, le dice Faza. Ci salutiamo tutti, con la promessa di riaggiornarci ormai all’indomani, aspettando il momento giusto per mettere in moto la macchina. Per oltre un’ora i telefoni hanno un po’ di tregua, tutto tace. Squilla il telefono di Daniele e io sento: “Dimmi! Sono dentro? Come sono dentro? Sì, cazzo! Grandi! Grandi!”.

Gli italiani, se hanno due famiglie di afghani da salvare, non li ferma nessuno

Perché la regola di base è che agli italiani non gli devi rompere il cazzo. Perché gli italiani hanno lo spirito degli Arditi, la forza del Leone di San Marco, l’istinto protettivo della Lupa Romana, la saggezza della Civetta di Minerva. E se hanno un compito da portare a termine, se hanno due famiglie da salvare, non basta un “gate closed” a fermarli. Perché quelli trovano un canale di scolo abbandonato, lo guadano e portano dentro la famiglia che si era “casualmente” appena sistemata lì vicino per passare l’ennesima notte di disperazione all’addiaccio insieme ad un uomo anziano e alla sua famiglia. Perché la diplomazia ha dei limiti, mentre l’Uomo non ne ha.

Questo racconto si conclude con le lacrime di gioia che hanno unito Roma a Kabul. E i selfie che abbiamo ricevuto, pieni di occhi stanchi ma finalmente al sicuro, sotto al Tricolore. N.B.: I nomi utilizzati in questo racconto sono nomi di fantasia e alcuni eventi avvenuti in momenti diversi sono stati “compressi” per facilitarne la narrazione.

Finita Rosadi

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