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Quel processo a Milosevic che sancì l’arroganza imperiale degli Usa

by Stelio Fergola
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Slobodan Milosevic

Roma, 12 feb –  Slobodan Milosevic sul banco degli imputati. Il principale imputato, per meglio dire. Di un processo, quello del 12 febbraio 2002, avviato al termine di anni in cui l’azione di Washington in Europa – e in particolare nei balcani – si era fatta più assidua. Prima con accordi di pace dopo le guerre jugoslave chiaramente orientati a mettere in difficoltà la “piccante” Serbia. Poi con un intervento diretto ai danni di uno stato sovrano. Contorno appetitoso: la solita criminalizzazione dello sconfitto.

Quando Slobodan Milosevic fu processato

Avevano dettato legge già sette anni prima, nel 1995, a Dayton, Usa. Obbligando la Serbia ad accettare la nascita di una “Repubblica Srpska” abitata da serbi ma non assimilabile alla Serbia già guidata da anni proprio da “Slobo”, come veniva chiamato. Nel 2002 non vi è altro che l’epilogo naturale di quel percorso, con il presidente (ormai ex, ovviamente con la tradizionale “democraticità” di stampo yankee) messo sotto accusa dal “Tribunale penale internazionale per i crimini nell’Ex Jugoslavia” sito all’Aja. Tra i due estremi, vi era stata la rivolta in Kosovo, adeguatamente supportata da Washington, contro la sovranità serba nella regione. Fino a quando, nel febbraio 1998, gli aerei della Nato intervennero su uno stato sovrano, ovviamente puntando sulle violazioni dei diritti umani, sulla presunta pulizia etnica, sulle armi e sul dittatore cattivo, altrettanto ovviamente identificato nello stesso Slobodan Milosevic. Si scrive Nato, si legge Stati Uniti. I presunti alleati (che sarebbe meglio definire sottoposti) non aprirono bocca. Italia in primis. Forse, da un punto di vista tecnico, la guerra in Kosovo rappresenta l’ultimo atto di dominio indisturbato da parte di quella “America unipolare” successiva alla caduta del blocco sovietico, che avrebbe governato il mondo negli anni Novanta (dal decennio successivo, come si vedrà, le cose sarebbero andate un po’ diversamente…).

Quella morte “sospetta”

Pochi anni dopo, Slobodan Milosevic sarebbe morto, ufficialmente di “infarto del miocardio”, come confermò anche dall’autospia. Ma alcune circostanze ponevano ombre sulla questione. Era l’11 marzo del 2006 e quello fu un decesso sui cui dubbi perfino i giornali mainstream non poterono glissare. La stranezza, soprattutto, riguardò le coincidenze inquietanti. Nel gennaio dello stesso anno, Milosevic aveva infatti espresso ai suoi carcerieri il timore di poter essere avvelenato. Non va meglio qualche settimana dopo, quando nelle sue analisi del sangue vengono trovate tracce di un antibiotico, il Rifampicin, solitamente utilizzato per la cura della tubercolosi e della lebbra. Milosevic, da tempo, assumeva farmaci per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. E proprio il Rifampicin, chimicamente, era una molecola in grado di annullare quegli effetti, risultando per lui pericoloso. Si diffuse, ovviamente, anche la tesi che l’ex presidente serbo avesse assunto – ovviamente senza autorizzazione dei medici del Tribunale – il farmaco stesso proprio per denunciare il problema e potersi far trasferire in una clinica di Mosca, quindi di un Paese amico come la Federazione Russa. Ipotesi ritenuta improbabile da chi indagò sulla morte del politico serbo, dal momento, che, dopo che nel settembre 2005 Milosevic aveva iniziato ad assumere farmaci regolarmente prescritti ma sempre senza autorizzazione, la stretta su di lui si fece pressante e le perquisizioni per chi andava a recargli visita divennero certosine, il che rese praticamente impossibile recapitargli materiali o sostanze non concesse. Il processo, così, si concluse senza una sentenza ufficiale. Il che – questo è vero – imbarazzò un Tribunale che già sognava la condanna etica. Ma con la morte di Slobo si impedì anche un confronto diretto con l’ex-presidente americano Bill Clinton e il generale che condusse le operazioni in Kosovo, Wesley Clark, richiesto proprio dall’ex presidente serbo pochi giorni prima del suo ufficiale infarto.

Stelio Fergola

 

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