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Roma, 28 lug – L’Occidente odierno, per quanto descritto come la culla della democrazia e dei diritti, non risulta per niente immune dai rischi di appiattimento e omologazione del pensiero ai desiderata delle èlites politiche, culturali e finanziarie al potere. Tra i più accaniti sostenitori della messa al bando di ogni populismo, razzismo o fascismo (vero o presunto) e spesso di qualsiasi alternativa al Sistema spicca, nel nostro paese, quella sinistra che smarrisce ogni giorni di più la via sociale che ne segnò le origini e i più nobili risultati. Una fotografia impietosa di questa situazione arriva dal libro «Radical Chic. Conoscere sconfiggere il pensiero unico globalista» del giovane Alessandro Catto. Si tratta di un volume particolare e ironico, in cui vengono messi alla berlina tutti i miti della «sinistra umanitaria, umanista e dirittocivilista», che occupa ruoli importanti nel mondo della politica, dell’istruzione e della stampa. Una boccata d’aria fresca nell’epoca dei Saviano e dei Michele Serra.

Catto non risparmia nessuno, partendo dal PCI e da Togliatti: “La storia del comunismo italiano, tanto incensato dai suoi aderenti di maggior spicco, resta la storia di uno scivolamento centrista, di un adeguamento alle possibilità di spazio parlamentare offerte, con in testa un’ossessione atavica per il governo e la partecipazione politica. Sullo sfondo, nessuna volontà di profondo cambiamento economico”. Degno erede di questa impostazione, rivoluzionaria solo nella retorica, sarebbe per l’autore Enrico Berlinguer, il “comunista che comunista non era”, iniziatore di quel percorso che porterà alla Bolognina e al rinnegamento del passato e delle battaglie sociali. Tutti gli assi portanti della “narrazione” del PCI vengono messi sul banco degli imputati.

Per Catto “le celebrazioni del 25 aprile hanno spesso quel retrogusto di messa per giusti, a festeggiare si una liberazione, ma anche un approdo a un mondo liberal-capitalista che poi, giustamente, è l’esito finale di una resistenza partigiana che mai avrebbe avuto gli effetti che ha avuto – e mai sarebbe scoppiata, aggiungiamo senza problemi – senza i successi campali alleati e senza il fondamentale contributo delle armate britanniche e statunitensi in terra italiana”. Parole forti da parte di chi dichiara di rifarsi a un humus culturale non certo “di destra”. L’accusa non finisce qui: “L’orgoglio antifascista italiano approda a un orgoglio di appartenenza alla società globale, multietnica, migrante, aperta, liquida, perennemente opposta a chiunque parli di presenza dello Stato, di identità, di comunità nazionale, di confini da rispettare, di economie da regolamentare. L’antifascismo italiano e occidentale, con le sue puntuali celebrazioni, è diventato uno dei tanti pilastri retorici dell’accettazione dell’attuale”.

Si capisce quindi come sia stato possibile l’approdo della sinistra italiana all’esaltazione dell’Unione Europea e della globalizzazione, della “libertà” contrapposta a qualsiasi barriera. Paradossalmente, nota Catto, si tratta di un “comportamento utile per la lotta culturale dell’alta finanza, perché gli Stati privati dei loro confini semplicemente finiscono col non esistere. (…) Oltretutto l’assenza di confini non crea umanità, ma inumanità, visto che da millenni le culture e le storie si sono formate anche dal contrasto con le altre, non per forza in maniera guerresca”. L’autore passa in rassegna, demolendoli, l’esterofilia sempre più spinta, l’inconsistenza di leaders quali Corbyn e Tsipras e le battaglie diritto civiliste (come quella femminista) che hanno messo in secondo piano la difesa dei lavoratori e dello Stato sociale. Una delle critiche più puntuali viene fatta al sistema universitario, luogo simbolo di quei radical chic che hanno abbandonato la causa degli “ultimi”, degli operai, dei “vinti” della globalizzazione («spesso bollati come retrogradi o indegni») in luogo dell’esaltazione del “migrante” e del cosmopolitismo. Gli spunti continuano fino ad arrivare, tra i tanti, a personaggi quali Assad e Putin, che la sinistra liberal ha prontamente condannato senza considerare la reale posta in gioco nei conflitti e negli scenari che vedono impegnati Siria e Russia. D’altronde, “non costa nulla essere radical chic, liberal, globalisti, significa semplicemente sedersi dalla parte di ciò che oggi viene identificato nel novanta per cento dei casi come la ragione”. Davanti a questo preoccupante e quasi oppressivo scenario, il libro di Catto si distingue quale descrizione precisa di una delle colonne portanti della “globalizzazione capitalista”, nella forma di un atto di amore verso l’identità e la comunità nazionale.

Francesco Carlesi

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