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Quirino, il “Marte della pace” a tutela dell’identità del popolo romano

by La Redazione
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quirinoRoma, 12 feb – Mercoledì prossimo, il 17 febbraio, cadono i Quirinalia, la festa di Quirino, dio misterioso che presiede alla Terza funzione: ‘custos’ e propiziatore della fecondità, della ricchezza e della fertilità, Quirino sarà il portatore della prosperità agricola delle origini e il portatore della pax romana dell’età augustea e imperiale. Quirino è un dio di difficile interpretazione perché sintesi di una molteplicità di aspetti diversi e declinazioni particolari di un unico principio: la spinta, la forza vitale, la consapevolezza di popolo, che porta Roma a compiere il suo destino. Nel suo essere molteplice, Quirino dissolve la sua identità nella funzione che lo caratterizza, e per questo non è un paradosso che a essere celate nel mistero siano le sue stesse origini. Della sua provenienza e dell’etimologia del suo nome si discuteva già nell’antichità. Lui, il più autenticamente romano di tutti gli dei di Roma, è stato considerato un dio sabino da chi riteneva il suo nome derivare da “curis” (la punta della lancia usata dai sabini) o dalla città di Cures, patria del re (sabino) Tito Tazio. A un livello più profondo, Quirino “è” sabino perché rappresenta la componente ‘sabina’ della società arcaica romana: in quanto portatore di ricchezza e fertilità, simbolicamente non può che essere introdotto a Roma da quei facoltosi e già organizzati sabini di Tito Tazio, che, padri e fratelli delle donne rapite dai romani, fondendosi con la comunità dei giovani e marzialissimi ‘lupi’ di Romolo (il figlio di Marte legato a Giove da un patto solenne) ricompongono le tre funzioni rappresentate dalla triade arcaica e fanno di Roma una società completa.

Assimilato a Romolo, che, assunto in cielo, manderà a dire ai romani di onorarlo come Quirino, ‘reincarnatosi’ in Augusto, nuovo fondatore di Roma nel segno di Romolo, controparte di Marte come Mars tranquillus o Marte della pace (vigilante), Quirino, nella sua complessità, ha potuto dare a ogni fase della romanità un tratto peculiare di sé. Nella sua veste – ancora sabina – di ‘dio della massa’, agli albori di Roma, attraverso il suo flamen, partecipa a quattro rituali: il 17 febbraio presiede ai Quirinalia, il 25 aprile conduce nei campi la processione e offre il sacrificio dei Robigalia per tenere lontana la ruggine dal grano, il 21 agosto, nei Consualia, con le Vestali, offre un sacrificio all’altare sotterraneo di Consus, dio della messa a riserva del grano, il 23 agosto, nel giorno di Vulcano, con Ops, dea dell’abbondanza, offre un sacrificio ‘in colle’ per scongiurare gli incendi. In tutti e quattro i casi Quirino è “custos”, custode, della ricchezza e della prosperità agricola. Anche nella veste di Mars tranquillus di cui parla Servio, Quirino è “custos” e “la pace vigilante e armata – scrive Georges Dumezil – è il suo dominio”. Da Marte della pace ha il suo tempio all’interno delle mura, sul Quirinale, e vigila sui quirites, così come Mars Gradivious ha il suo tempio fuori dalle mura e presiede al cittadino romano in quanto miles.

Le sue caratteristiche ‘guerresche’ sono rigidamente legate agli aspetti della vita civile, ma l’aspetto marziale, ancora una volta legato all’evoluzione della sua funzione, ne permea l’identità: identificato con il greco Enyalios, varietà di Ares, è dotato di Salii come Marte, e il flamen portunalis, il dio delle Porte e dei Porti è incaricato di “ungerne le armi”. Nella veste (imperiale) di Romolo ‘postumo’, Quirino diventa il “custos” dell’intero popolo romano, vera ricchezza dell’impero, e l’emblema della pax romana, la pace portata da Roma nel mondo grazie alle armi. D’altra parte, fin dall’origine, i Quirinalia, prima ancora che alla loro funzione specifica, incarnano la festa dei romani in quanto popolo. Durante la celebrazione infatti era concesso celebrare il rito della prima torrefazione del farro a coloro che non lo avevano fatto nel giorno prescritto dalla propria curia. In questo senso, i Quirinalia sono “un’operazione collettiva, sintetica”, come dice ancora Dumezil, che consente a chi è fuori dalla curia, dal clan, dalla casta di restare comunque parte della comunità grazie all’intercessione di Quirino, nume tutelare dei quirites, attraverso il quale i romani imparano a celebrare la loro identità di popolo.

Marzio Boni

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