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Roma, 23 nov – Red Land. Rosso Istria. Rosso come il sangue, rosso come il fazzoletto al collo dei titini, rosso come il vino sulle tavole degli italiani e degli slavi abitanti insieme in terra d’Istria nel 1943. Il rosso è il leitmotiv di tutta la narrazione cinematografica del regista Maximiliano Hernando Bruno che, con grande coraggio, ha realizzato il primo importante film sul massacro delle foibe, rompendo un silenzio vergognoso su questa ignobile vicenda. Sono trascorsi 75 anni da quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, nella provincia di Fiume e nel Governatorato di Dalmazia ebbero inizio le persecuzioni ai danni dei fascisti da parte dei partigiani jugoslavi e italiani. Per decenni la storiografia ha taciuto sulla vicenda, così come la politica italiana. La strategia adottata è stata quella del non parlarne, ignorare totalmente la vicenda era la parola d’ordine. Il che appare ancora più subdolo del negarla. Semplicemente non ce n’era traccia nei libri di scuola, nei telegiornali, nei programmi di approfondimento, nei circoli culturali almeno fino a vent’ anni fa, quando timidamente sono apparse le prime stringate righe, i primi accenni televisivi, le prime ricerche scientifiche.
Ma non basta. Sull’eccidio delle foibe il velo dell’ignoranza deve essere rimosso. È necessaria una piena coscienza nazionale del fenomeno, un’ammissione di colpa, una concreta intenzione a raccontare questo triste capitolo della nostra storia, perché la vergogna delle foibe è una vergogna di tutti gli italiani. Ancora oggi, però, risulta difficile parlare di pulizia etnica ai danni degli italiani, e lo dimostra il fatto che Red Land è stato distribuito in sole 30 sale in tutta Italia e per soli 7 giorni di programmazione. Un qualcosa che si fatica a non chiamare «censura». In un articolo sul Primato Nazionale Chiara Soldani ne ha recentemente tratteggiato le caratteristiche. Ma facciamo un passo indietro. Il territorio dell’Istria e della regione giuliana è per sua naturale conformazione geologica costituito da fenditure strette e profonde che introducono nelle sottostanti cavità carsiche. Possono raggiungere la profondità di cento metri ed essere quindi funzionali all’occultazione di oggetti o cadaveri. È precisamente questa la modalità che i comunisti titini, ma anche italiani, scelsero di utilizzare a partire dall’autunno 1943 e, in una seconda ondata, nella primavera del 1945 per attuare il loro sterminio. Nella foiba di Villa Surani, vicino Antignana, fu abbandonata ancora viva, insieme ad altri prigionieri, Norma Cossetto, una giovane studentessa di Visinada (oggi in Croazia) che, rifiutandosi di aderire al movimento partigiano, venne arrestata e, legata mani e piedi ad un tavolo, fu stuprata per giorni dai suoi carcerieri prima di morire nella foiba. Norma è il simbolo di questo massacro e del suo vergognoso oblio. È la martire della violenza comunista in Italia e della sua volontà di annientamento di un popolo con le sue tradizioni e apparati politico-sociali che si scatenò all’indomani dell’armistizio, quando il movimento di liberazione iugoslavo organizzò violente repressioni contro tutti i rappresentanti dell’amministrazione italiana: podestà, messi comunali, carabinieri, esattori delle tasse. Si aggiunsero anche arresti all’interno della classe dirigente italiana e tra gli stessi croati che avevano spostato italiane, colpevoli di aver «infettato» il popolo slavo.
Norma era la figlia di un dirigente locale del Pnf, podestà di Visinada. La sua colpa fu quella di essere complice del fascismo e di non averlo ripudiato, di essere italiana e di non voler diventare croata: il corpo di Norma, rinvenuto il 10 dicembre del ’43, fu trovato in cima agli altri, segno che fu gettata nella foiba per ultima. Come lei circa 5mila connazionali (la cifra non è definitiva) furono gettati nelle foibe a gruppi di due, polsi e caviglie legate con il fil di ferro. Red Land, con una crudezza mai filtrata, necessaria a fare luce sul massacro partigiano, ci restituisce le grida di queste vittime, la follia e la pianificazione di violenze inenarrabili e l’impossibilità di dimenticare qualcosa che in fondo è, ancora oggi, un fardello per tutti noi. Le tracce di questa colpa, di un’omertà complice e funzionale al verificarsi di tale sterminio, sono conservate a Trieste e ci osservano come severi giudici del nostro passato. Se si percorrono gli spazi del dismesso Porto vecchio, si giunge, storditi da un tetro silenzio rotto solo dallo scrosciare del mare, in prossimità del Magazzino 18. Questo deposito, scrostato dalla salsedine e dall’umidità, contiene centinaia di migliaia di oggetti abbandonati durante l’esodo giuliano-dalmata del 1947. All’indomani della firma del Trattato di Parigi il 10 febbraio 1947, circa 300mila italiani, cittadini di questi territori, furono costretti, dalle violenze e dalle rappresaglie legalizzate dal Maresciallo Tito, a fuggire per non rinnegare la propria italianità. A rendere, se possibile, ancora più penoso questo tragico momento, fu l’accoglienza che gli italiani in Patria riservarono loro definendoli la «vergogna italiana». Questo luogo a Trieste è il luogo del ricordo e della testimonianza di una separazione, di un viaggio forzato verso un futuro sconosciuto e difficile, nella speranza, un giorno, di ritornare in possesso di quegli oggetti, ma soprattutto della propria identità e di una serenità, forse – come disse la sorella di Norma, Licia Cossetto intervistata nel 2006 – perduta per sempre.
Isadora Medri



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10 Commenti

  1. …a me piace ricordare come “terra rossa” quella del campetto davanti alla casa dei miei nonni in Istria;era davvero “rossiccia” quanto sporchevole e piena di quelle stranissime pietre piatte e di forma vagamente rettangolare,con le quali gli Istriani usavano costruire dei “muretti” di delimitazione attorno agli stessi campi.
    quello che posso dire per esperienza diretta su slavi e comunismo è che mentre in Italia già a partire dai primi anni ’60 si costruiva un boom economico ad appena 15 anni dalla fine della 2GM, a mio avviso frutto di quelle generazioni precedentemente forgiate negli anni del Fascismo,
    nella jugoslavia di tito si costruiva solo povertà ed una società “affamata” anche della parte peggiore del consumismo occidentale; così dato che la “coca cola” era di fatto proibita (praticamente non la trovavi da nessuna parte) allora il regime comunista aveva prodotto una superschifezza peggiore anche di quella americana: la jugo-cokta e questo solo come piccolissimo esempio di un “sistema” che poi si è inviluppato su sè medesimo ed è imploso in una guerra durata dieci anni e da + 150.000 morti.
    a proposito di quel maiale di tito,fatemi ricordare le impressionanti liriche dei GESTA BELLICA ove si canta anche di Pertini,quel presidente che ebbe a baciare la bara del primo, ai suoi benvenutissimi funerali:
    “È passato tanto tempo, ma il mio cuore gioisce ancora
    Quando Signora Morte suonò la sua ultima ora
    Per quel maresciallo assassino d’innocenti Per quel boia immondo assassino di tanti!
    E non posso più scordare, il mio cuore piange ancora
    Al ricordo di un presidente che ha baciato la sua bara
    Presidente di quell’Italia che ha voluto dimenticare
    Chi fu massacrato perché italiano volle restare! “

  2. Prima o poi la verità sulle turpi gesta dei comunistoidi e sugli orripilanti omicidi compiuti da chi si definiva partigiano nel dopoguerra saranno alla portata di tutti………. Forse ciò avverrà troppo tardi ma gli “eroi” ignobili ed indegni della storiografia sinistra presto saranno chiamati con il loro nome……….vigliacchi assassini , esseri infami e codardi………la guerra civile continua ancora oggi, tanti fra noi,arditi e patrioti non credono e non cadono nella latrina comunista, sorosiana e globalista,ma combattono e portano avanti le idee di Patria,Famiglia e Onore.

  3. […] “Red Land (Rosso Istria)”, il film del regista argentino Hernando Bruno dedicato al ricordo di Norma Cossetto, una delle migliaia di italiani sterminati e gettati nelle foibe dai comunisti slavi al termine e all’indomani della seconda guerra mondiale, è stato palesemente boicottato ed eliminato dalle sale in fretta e furia. In relazione a questo ennesimo caso vergognoso per l’Italia, “Il Nuovo Arengario” pubblica questa nota dello scrittore e storico Luciano Garibaldi, nostro collaboratore, autore, assieme a Rossana Mondoni, di tre libri dedicati al calvario degli italiani triestini, istriani e dalmati, pubblicati dalle Edizioni Solfanelli: «Nel nome di Norma», «Venti di bufera sul confine orientale» e «Foibe: un conto aperto». Presto il lavoro di Rossana Mondoni e Luciano Garibaldi rivedrà la luce in una nuova e aggiornata edizione, sempre ad opera delle Edizioni Solfanelli. […]

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