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Roma, 18 lug – Seguendo il dibattito politico dalla data di insediamento del governo ad oggi, non sono stati poi molti i temi caldi che sono affrontati e che fanno parte integrante dell’accordo tra Di Maio e Salvini. L’immigrazione, che ha portato buoni risultati in termini di respingimento ma assai deludenti dal punto di vista negoziale in sede europea, ed il lavoro su cui il governo vuole intervenire con il decreto dignità che deve, tuttavia, trovare prima di tutto una forma all’interno del ministero e le cui conseguenze a tutt’oggi non sono state chiarite.
Ma che fine ha fatto il tema della giustizia? Lo storico cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle, noto per le dichiarazioni sull’etica pubblica ancora non è stato inserito nell’agenda di governo. E dire che si tratta di uno dei temi più importanti per l’Italia perché lo stato di salute della macchina amministrativa continua ad essere critico. Sarebbe appena il caso di ricordare al governo il dettato dell’art. 54 della Costituzione il quale prevede che “tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica” specificando che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore” o il contenuto dell’art. 98 secondo il quale “i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione”. Ma quante sono realmente le persone che conoscono queste disposizioni? E, soprattutto, quanti sono i dipendenti pubblici che sentono veramente proprio questo impegno al servizio esclusivo della Nazione? Perché, a giudicare da alcuni concorsi pubblici, ad esempio, come si può pensare che un impiegato pubblico serva il suo paese con disciplina ed onore? Pensate ai classici “concorsi fotografia”, cioè quelli in cui il bando prevede una serie di requisiti che si ritagliano perfettamente per un singolo candidato, magari amico o, peggio, corruttore, del pubblico ufficiale. In questo caso appare del tutto evidente che il vincitore sarà fedele a chi gli ha fatto il favore di farlo assumere e non alla propria Nazione. Queste anomalie, tutte targate made in Italy, risultano ancora più evidenti nella confusa legislazione che riguarda il pubblico impiego. Ad esempio, quella che limita il diritto di iscriversi a partiti politici a militari, agenti diplomatici, funzionari agenti di PS e magistrati ma che, allo stesso tempo, ne prevedono la candidabilità. E di magistrati passati al mondo della politica ne abbiamo avuti fin troppi. Quello che pare manchi, quindi, non è solo una legislazione adeguata, ma anche un senso di appartenenza allo Stato nella sua essenza. Per chi riveste certe cariche pubbliche, servire la propria Nazione dovrebbe essere, appunto, un onore ma pare, invece, che proprio i servitori dello Stato siano i più disattenti perché l’indice di percezione della corruzione riferito all’anno 2017 ci posiziona al 54esimo posto assieme alle Isole Mauritius ed alla Slovacchia con un netto distacco da Francia, Inghilterra e Germania. Il dato, quindi, rileva che la corruzione in Italia non è un fenomeno contingente, quanto strutturale; come se “rubare”, nel suo significato più lato, fosse una prassi diffusa nella pubblica amministrazione ma che altrettanto non può dirsi per gli altri cittadini ai quali, oltretutto, non è richiesta una condotta altrettanto impeccabile. In fondo, la differenza sta tutta qua, perché per quanto possano essere diffusi i tentativi di corruzione verso un pubblico ufficiale, se davvero quest’ultimo fosse al servizio della Nazione, percependo questo suo ruolo come una missione, e non solo come un luogo dove parcheggiarsi fino alla pensione, non ci sarebbe nulla da temere perché il corruttore si troverebbe davanti ad un muro.
Ma, a quanto pare, il solo orgoglio nazionale di servire il proprio Paese, in Italia, non basta. Troppo forti e troppo radicati sono stati i rapporti clientelari negli anni passati, tali da portare anche i nuovi ad adeguarsi all’andazzo generale per non essere licenziati o, forse peggio, mobbizzati. Ed è qui che dovrebbe intervenire il ministro Bonafede. Conta poco far parte di un partito che per anni ha moralizzato la pubblica amministrazione e la politica, se poi il primo passo del nuovo governo, non riguarda una delle piaghe più diffuse e più costose del nostro Paese. Come? Demolendo le riforme, fatte da centrodestra e centrosinistra degli ultimi 20 anni, che di certo non hanno fatto altro che aumentare i livelli di corruzione o, quanto meno, ne hanno reso molto più difficile il contrasto. Si pensi, ad esempio, all’aumento esponenziale delle fattispecie criminose riguardanti i delitti dei pubblici ufficiali. Qual è stato il senso di un tale intervento normativo? Partendo dal presupposto che la dazione di denaro è l’unico fatto noto da cui si parte, perché moltiplicare a dismisura le fattispecie criminose tanto da rendere impossibile per un magistrato riuscire a qualificare correttamente il reato? Appare evidente, per esempio, nel caso di un passaggio di denaro dal pubblico ufficiale all’imprenditore, che il primo avrà tutto l’interesse a dire di essere stato corrotto, in quanto riceverà una pena più mite, mentre il secondo sosterrà di essere stato concusso, perché così otterrebbe la completa impunità. Oppure, nel caso di indagini relativi alla corruzione, difficilmente si potrà ottenere la collaborazione da parte del corruttore in quanto egli stesso subirebbe comunque una condanna penale dando così al sodalizio criminoso instaurato col pubblico ufficiale, un significato ulteriore che porta al reciproco impegno al silenzio. E perché, allora, di tutte queste norme, non se ne prevede una sola che dica: “Il pubblico ufficiale che riceve denaro è punito”? Perché, badate bene, è in primis il dipendente pubblico a dover essere punito, proprio in forza di quei doveri richiamati nella Costituzione e che dovrebbero essere insiti in ogni servitore dello Stato. Si pensi ancora alla norma che prevede il licenziamento “in tronco” solo nel caso in cui alla condanna penale, consegua anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non è chiaro, infatti, se il nostro legislatore abbia mai avuto in mente un progetto definito, che molto probabilmente dovrebbe basarsi su un solo assioma: se rubi, ti licenzio e vai in carcere. Ma, a ben vedere, proprio nel caso dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, ad esempio, il legislatore pare abbia voluto inserire una norma sulla “modica quantità”, come se rubare fosse meno grave se una persona che rivesta cariche pubbliche venga condannato a meno di tot mesi o anni. E tutto questo, al netto del fatto che, grazie alla legislazione “di favore” per la carcerazione di breve durata, in galera non ci andrà. I cittadini, intanto, continuano ad aspettare il Daspo per i corrotti e corruttori (che non costa nulla), la riforma dei reati dei pubblici ufficiali (che non costa nulla), l’introduzione della figura dell’agente sotto copertura e dell’agente provocatore in presenza di indizi di reità, per favorire l’emersione dei fenomeni corruttivi nella Pubblica amministrazione.
Gli italiani aspettano che lei, caro ministro, cominci quanto meno a parlare di queste cose perché ogni anno la corruzione costa decine di miliardi di euro a questo Paese. Soldi che, ovviamente, sono sottratti proprio a quelle riforme che gli italiani aspettano.
Francesco Clun
 

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