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Riina carcereRoma, 6 giu – Grande clamore ha suscitato la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha annullato la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Bologna di non concedere a Salvatore Riina la un differimento dell’esecuzione della pena o la detenzione domiciliare. Ora, i giudici bolognesi, nel valutare nuovamente l’istanza, dovranno spiegare in che modo le gravi condizioni di salute del detenuto possano essere fronteggiate in un ambiente carcerario, così come dovranno illustrare i motivi per i quali, nonostante queste gravi patologie, sia ancora possibile formulare un giudizio di pericolosità. La notizia che Riina possa uscire dal carcere, anche soltanto per morire dignitosamente, suscita istintivamente una reazione di rifiuto.



Due, tuttavia, sono i piani sui quali si colloca la vicenda: uno, se vogliamo, più emotivo e l’altro prettamente giuridico.
Non sono due compartimenti stagni, perché il primo, inevitabilmente, rischia di influenzare l’altro. Se esaminiamo la questione nella prima prospettiva, le immagini degli attentati di Capaci e Via D’Amelio, il ricordo di Falcone e Borsellino e del loro sacrificio, l’esempio e l’ideale di Giustizia che questi Uomini hanno incarnato inducono a escludere che qualsiasi beneficio e qualsiasi attenuazione del regime carcerario possa essere concesso a colui che è stato riconosciuto come uno degli artefici di quelle stragi. Ma una reazione simile, però, tutta affidata alle emozioni, avrebbe ben poco di giuridico. Anzi, sarebbe null’altro che una “giustizia” resa sulla base delle sensazioni della piazza, una degenerazione della concezione puramente retributiva della pena, intesa come restituzione al condannato del male che questi ha arrecato attraverso i suoi misfatti. Una retribuzione che, probabilmente, finirebbe anche per togliere dignità al detenuto, abbassando lo Stato al rango di una qualsiasi organizzazione criminale. Questo incrudelimento, del resto, non aggiungerebbe nulla alle figure di Falcone e Borsellino, così come non segnerebbe un passo in avanti nella repressione del fenomeno mafioso. La lotta alla Mafia, infatti, come dimostra il filo rosso che lega l’azione del Prefetto Mori negli anni ’20 a quella del maxiprocesso, è stata sempre attuata con metodi decisi e inflessibili – a volte anche poco ortodossi, se vogliamo – ma sempre rispettosi della legge.  E’ proprio questo rilievo, quindi, che impone di valutare anche questa vicenda secondo le coordinate del diritto, poiché la forza di un ordinamento giuridico si misura anche sulla capacità di far tutelare e riconoscere i diritti, anche anche quando a invocarli siano i peggiori criminali.

E vengono in mente tre istituti fondamentali del sistema repressivo italiano, sui quali molto si discute oggi: ergastolo e 41-bis, e dignità del detenuto che subisce questo sistema. Così come non si può rinunciare ai primi due strumenti di contrasto alla criminalità, che, anzi, sono imprescindibili per una reazione efficace, allo stesso modo non si può consentire che questi mezzi si trasformino in una violazione dei diritti del detenuto, che, in altre parole, realizzino un trattamento inumano e degradante. Il carcere duro e le privazioni che questo comporta, quindi, appaiono giustificati soltanto qualora svolgano effettivamente la funzione di contrasto che l’ordinamento attribuisce loro e non quando si risolvano in una crudeltà fuori luogo. E’ proprio questo, dunque, il senso della sentenza della Corte di Cassazione, che, nell’annullare decisione dei giudici di merito, ha affermato che Riina, in caso di rigetto della sua richiesta, ha diritto a conoscere le ragioni per le quali deve rimanere in carcere, nonostante le malattie che lo affliggono, e per le quali è ritenuto ancora pericoloso. Tutto questo per evitare che la detenzione in carcere comporti una sofferenza di tale intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena.

Sarà allora il Tribunale di Sorveglianza a valutare nuovamente il caso e a stabilire se le condizioni di salute consentiranno a Riina di concludere la propria esistenza fuori dal carcere.  Ma per quanto una decisione favorevole possa non essere condivisa, Falcone e Borsellino, certamente, non saranno meno eroi di quanto lo siano adesso e il loro esempio continuerà a segnare chiaramente non soltanto la strada da seguire nella lotta alle mafie, ma anche un ideale di Giustizia.

A.S.G.A.R.

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