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Vesta Roma pulizia stercoRoma, 15 giu – Ricorre oggi, nell’antico Kalendarium romano, un acronimo: Q. ST.D. F. A cosa alluda la sigla, ce lo spiega bene una notizia dell’erudito Varrone: “Il giorno che è chiamato ‘Quando lo stercus è stato rimosso’, diviene lecito (Quando Stercus Delatum [est] Fas [est]) è conosciuto come tale perché in quel giorno lo stercus viene rimosso dall’aedes di Vesta”. Sappiamo anche questo: compiuta la pulizia, quella che doveva costituire un’autentica processione rituale, avviatasi lungo il Clivio Capitolino (antica strada – l’unica carreggiabile – che conduceva al Colle Capitolino, ancor oggi visibile nel Foro, quantomeno nel suo tratto iniziale) quivi, a mezza altezza suppergiù, deviava verso uno stretto stradello (angiportum) in corrispondenza di una apertura delimitata e chiusa dalla Porta Stercoraria, e per vie a noi non note, giungeva presso il sacro Tevere. La “sporcizia”, qual che fosse, veniva di poi affidata ritualmente al fiume dalle Vestali: quasi che il dolce moto delle acque tiberine la dovesse preservare, accompagnandola in mare aperto. Atto che, come vedremo, forse racchiude in sé, significati più reconditi. Festività davvero straordinaria, se in virtù della sua celebrazione, era stata così appellata una porta e creato un percorso apposito. Del resto, dal suo esatto compimento, dipendeva il senso diacronico-religioso del tempo: il giorno, che da nefasto (la giornata, precedente 14 giugno, Kalendae di Giugno) diviene fausto. Qui il vocabolo fas (è volontà divina che…, nel suo duplice senso normativo e sacrale), sembra intendere a qualcosa di più di un semplice atto permesso e consentito, costituendo un vero e proprio dovere. Un comando impartito, confermando così la sua derivazione dall’arcaico verbo latino fori, “parlare”. Del resto, dividere spazio, tempo e azione umani in fas e nefas, è proprio del primigenio lessico augurale: allorquando, cioè, gli Dèi comunicavano per mezzo di uccelli, con il loro canto e acrobazie nel cielo, oppure, più semplicemente, pel mezzo del loro apparire. Dunque, le Vestali, per restituire l’armonia fausta alla giornata (e del succedersi del tempo in generale) “devono” pulire la sede di Vesta dallo stercus: letteralmente, il letame, il concime.

In realtà l’uso di tale vocabolo in questo contesto rituale, come ha ipotizzato Georges Dumézil, rimanderebbe ad una fase precivica: quella in cui gli animali allevati, si aggiravano per le capanne, lordando l’ambiente domestico. Se l’aedes Vestae, con il fuoco puro e inestinguibile curato dalle Vestali al suo centro, di pianta circolare come i primi abituri, rappresenta simbolicamente il focolare della città, parimenti, in epoca più primitiva, il fuoco acceso nel capanno costituiva il centro della vita rituale e domestica. Il vestibolo della casa, ove sorge la fiamma, come ci informa il sommo Ovidio, prende nome da Vesta. Entrambi devono essere tenuti ciclicamente puliti, per continuare ad ardere ed essere puri, ad un tempo. Né casuale sarebbe la presenza, segnalata da numerose fonti, di misteriose virgines albanae e di altre congregazioni di caste giovinette nel territorio laziale in epoca assai risalente, adibite alla cura del fuoco: sì che dal più arcaico tessuto laziale (e indoeuropeo, in genere) sarebbe stato tratto a Roma, l’uso di impiegare sacerdotesse vergini a custodia dei focolari, fino alla creazione stessa del collegio delle Vestali, ancor prima dell’istituzione del regnum, come suggerito da Pietro De Francisci. Di qui, il ricordo serbato in una prescrizione liturgica, di epoche in cui le transumanze, invadevano il territorio proto-urbano, luoghi di culto compresi. E anche ipotizzando, come più di recente è stato fatto, che l’aedes Vestae nel Forum rappresenti una sistemazione definitiva e successiva di un culto e una sede già presenti e precedenti alla fondazione dell’Urbe (forse sul Colle Capitolino) si può intuire perché ancora in epoca successiva si usasse un vocabolo rimandante allo sterco animale e alla pastorizia: si trattava di età, in cui la delimitazione di templi e santuari, non conosceva le forme architettoniche ben delineate di epoca classica, sicché essi venivano di continuo attraversati da greggi animali, con ogni conseguenza del caso.

Forse, v’è altro. La stercoratio giunge a chiusura di un periodo di intensa attività nell’aedes Vestae. Il 7 giugno, settimo prima delle Idi, e sino al 15, appunto, eccezionalmente, Vesta aperit: è la festività dei Vestalia (in senso generico, la ricorrenza precisa cadendo il 9 giugno, quando le Vestali si davano alla preparazione della mola salsa) e l’aedes si apriva, divenendo visitabile. Non da tutti, però; dalle sole matrone romane: cioè le donne coniugate (nel senso proprio alla romanità: della uxor che era sposa e madre potenziale, ancor prima che reale) morigerate e di buon lignaggio, mentre era tassativamente proibita la presenza di uomini all’interno del sacro luogo a Vesta; di talché neppure al Pontifex Maximus, che pure esercitava controllo e giurisdizione esclusivi sulle sacerdotesse Vestali, si consentiva l’accesso. In quell’occasione, alle matrone era permesso persino visitare il penus Vestae, la parte più inaccessibile del tempio, a sua volta distinguibile in due spazi. Nel locus intimus più esterno eran poste le olle, contenenti la muries (una sorta di salamoia cotta) e la mola salsa (detta anche far pium o mola casta), ch’era ingrediente a base di farro, con cui si cospargevano a Roma, in ogni sacrificio animale (e vegetale), la testa delle vittime e gli strumenti da taglio. Da qui la parola “immolare”. In quello interno, probabilmente nulla più diVestalia Sterco una nicchia, erano conservati alcuni tra i pignora imperii e res sacrae più preziosi e importanti per l’esistenza stessa di Roma, epperò nell’occasione della visita matronale, coperti. Il Palladio, un’immagine di Atena-Minerva caduta dal cielo su Troia, indicata dall’oracolo di Apollo come pegno certo di grandezza e vittoria per la città e che Enea avrebbe recato seco sino nel Lazio; i Penati del popolo Romano, dedotti da Lavinio e anch’essi attribuiti al sommo eroe; infine, il fascinus (fallo) populi Romani, con funzione tanto apotropaica di tener lontani invidia e malefici, quanto magica di forza di generazione e di vita dello Stato romano.

Ora, è interessante notare come nel terzo giorno dei Vestalia, fosse consuetudine per le matrone recarsi in processione all’interno del tempio di Vesta, a piedi nudi: quasi a trarre e donare forza dal luogo sacro, senza barriere create dall’uomo, che vi si potessero frapporre; né del resto, per quanto i sottili intrecci possano sfuggire nell’immediatezza, pare del tutto casuale come in questi precisi giorni, la sposa “novella” (o meglio ancora: perpetua) del Flamine Diale, la Flaminica, vestisse a lutto. Anzi, più in generale, tra il 7 e il 15 giugno, a Roma, del tutto straordinariamente, non si potevano celebrare matrimoni di alcun tipo. Sembra potersi concludere che durante tale periodo avvenisse una sorta di apparente sospensione della vita coniugale e affettiva, mentre si svolge un segreto accumulo e scambio di energie vivificanti tra Vesta e il popolo romano, tra matrone e sacerdotesse Vestali; come quelle son devote al principio maschile – il pater familias addetto alla celebrazione del rito familiare nella fiamma – le vergini di Vesta altro non rappresentano, che le custodi del focolare domestico di Roma intera. Analogia confermata, come altri hanno sottolineato, dalle rigide prescrizioni in tema di abbigliamento e capigliatura, pressoché identici, delle une e delle altre. Una volta terminate le feste e adempiuta ogni cosa che sia stata prescritta, occorre ripulire il luogo sacro perché tutto sia di nuovo ordinato e fausto e possa ricominciare; allora, l’offerta dello stercus spinto sul Tevere (un’apparente immondizia accumulata dal viavai “profano” di estranee nel tempio, in realtà gravida di invisibili forze generatrici) assume il simbolo di fecondità e forza rigenerata per l’intera comunità dei cives romani. Essa non va dispersa nelle acque, ma conservata: sì da poter essere diffusa pel mezzo di pater Tiberinus.

Oggidì, l’aedes Vestae è chiusa. O meglio: l’hanno chiusa. Lo decisero per tutti noi, le autorità politico-religiose cristiane a cavallo tra il IV° e il V° sec. dell’evo volgare, individuando nel culto di Vesta un’intollerabile presenza, da sradicarsi con ferocia. Sin da subito, le ultime voci del paganesimo predissero che quell’atto non sarebbe stato privo di conseguenze per l’esistenza di Roma: e alla presa dell’Urbe per opera di Alarico (409 d.C), non pochi lamentarono che ciò era avvenuto proprio perché Vesta non vegliava più sulla comunità dei romani. Se la sede vestale, apparentemente, non abbisogna di lustro, nondimeno noi tutti possiamo dedicare queste giornate ad una accumulo di energie accompagnato da una pulizia interiore: liberandoci delle scorie, dalle ansie e dagli affanni della vita. Una delatio stercoris dello spirito. E per chi sia più impegnato nell’agone politico, resta la raccomandazione di Cicerone contenuta nel suo trattato sull’oratoria: non è mai consigliabile usare espressioni troppo volgari nei confronti dell’avversario, quand’anche, come quell’autentico eversore dei valori tradizionali che fu il tribuno della plebe C. Servilio Glaucia, sia stato ribattezzato lo stercus del Senato. Più opportuni paiono, una certa eleganza e distacco.

Stefano Bianchi

2 Commenti

    • Non vi è n motivo preciso per quel giorno, ma in generale occorre tenere a mente che i giorni pari, di norma, non erano propizi sotto un profilo religioso e sacrale. mentre i numeri i dispari erano considerati perfetti.

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