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Schermata 2016-03-21 alle 14.54.46Roma, 21 marzo – I ‘confini’ dell’Italia sono confini dello spirito prima ancora che fisici: è nella ‘razza dì Roma’ che l’Italia trova la sua identità. Non solo un mondo di valori, ma un modo di essere che ha il suo fondamento nel rapporto col sacro iscritto nelle origini della Nazione, intesa in senso metafisico.  È il solco tracciato da Romolo, con la promessa di vittoria in esso contenuta, il gesto magico e sacro da cui nasce ciò che siamo ancora oggi: è quel gesto, quella magia, che ci vincola a questa terra, fisica e dello spirito, all’Italia come terra dei padri e al nostro essere italiani, cioè Romani, con tutte le implicazioni che questo comporta. E ci vincola al di là della nostra stessa volontà: è per questo che “tradire” l’Italia, abbandonarla al caos, all’invadenza delle potenze economiche straniere, all’invasione degli immigrati e di chi pilota la ‘grande sostituzione’, al conformismo globalizzato, significa tradire le forze potenti e misteriose con le quali quasi tremila anni fa i nostri padri strinsero un patto, e, più di ogni altra cosa, tradire noi stessi.

Roma, l’Italia, la patria da questo punto di vista sono in qualche modo sinonimi e si esprimono, ridotti all’essenza, in un concetto semplice: stare dalla parte giusta del confine, stare dentro le mura anziché fuori, perché quelle mura sono erette sul patto stretto da Romolo con gli dèi a nome e per conto di tutti coloro che sono venuti dopo. Un patto che ha le sue premesse nella scelta di Enea, reduce dalla disfatta di Troia, di tornare alla terra degli antenati e dare vita a un’unica nuova stirpe con gli italici, quella da cui nascerà Romolo. E che viene solennemente rinnovato dal secondo Romolo, cioè da Augusto, padre dell’Italia per come la conosciamo, l’imperatore che, riuscito a riunire nel nome di Roma anche i popoli alpini, volle consacrare quel confine con un’iscrizione che è il riconoscimento di una promessa scritta nelle origini e finalmente compiuta, ma che è anche una responsabilità per il futuro: “Questa è l’Italia sacra agli Dèi”.

Il rapporto col sacro ci rende capaci di grandi imprese: prima tra tutti il sacrificio gioioso e virile di noi stessi per un interesse superiore, come quello che seppero fare i generali romani con la devotio e come quello che, al di là delle premesse su cui era nata la grande guerra, gli italiani seppero compiere sulle trincee del Carso. Fu quella prova eroica che in qualche modo seppe risvegliare forze sopite, una magia dimenticata, e ci ricordò di appartenere alla razza di Roma. E’ da lì che nacque l’Italia fascista, cioè in definitiva l’Italia più autenticamente “romana”.

Fu poi la linea Gustav a ridisegnare i confini metaforici dell’Italia: quell’asse che separava chi era rimasto dalla parte giusta, fedele al solco, e chi aveva deciso o semplicemente supinamente accettato di uscire dalle mura ed entrare nell’indistinto, nel mondo senza patria, esiste ancora oggi. È su quel confine che si combatte la battaglia tra gli ignavi e gli italiani che non si arrendono, quelli della ‘razza di Roma’, per i quali la vittoria è una certezza finché ci si mantiene nel solco del sacro.

Marzio Boni

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