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Roma, 10  lug – Una giovane rockstar in preda a un’overdose di eroina sintetica, che rischia di affogare nei propri miasmi nel lurido bagno di un ancor più lurido bar della periferia di una megalopoli distopica, in cui vanno a ubriacarsi e drogarsi rottami umani carichi di innesti cibernetici scadenti che friggono i neuroni e consumano la carne. Questa è l’immagine shock con cui si apre Rottenromanzo d’esordio di Luca Grandicelli pubblicato dalla indipendente CreateSpace. Un romanzo dalle tinte palesemente cyberpunk in cui non manca nessun elemento narrativo e stilistico del suo genere: innesti cibernetici, droga sintetica, realtà virtuale, una megalopoli da incubo – chiamata evocativamente “l’Agglomerato” – costituita da altissimi e squallidi alveari sovietici di cemento in cui sono accatastati “buchi” in cui ognuno può dormire, piogge acide, cenere e sporcizia che coprono perennemente il cielo, schermi con pubblicità olografiche e, ovviamente, un governo democraticamente autoritario che scandaglia le città con i suoi droni che effettuano scansioni oculari e che controllano i chip identitari che ognuno è obbligato ad avere innestato.



Ma non solo. Perché oltre ad essere una distopia “sociale” di stampo cyberpunk, Rotten è soprattutto una distopia intima, interiore, psicologica e umana. Il marcio di cui parla il titolo (Rotten in inglese vuol dire appunto marciume) non è solo quello della sporca città cibernetica e dei suoi bassifondi che crescono e mutano come una metastasi tumorale, ma è il marcio che consuma un’umanità arrivata oramai alla fine, alla deriva, che ha perso tutto di se stessa nella sua gara per progredire sempre e comunque e che invece ha finito solo per azzerarsi.
Charlotte Manson, la giovane protagonista del romanzo, si ritrova ad essere al centro di un gioco di potere perverso giocato tra il governo (chiamato semplicemente “il governo”, senza un nome o una connotazione politica specifica) e i ribelli (idem, persone che sognano millenaristicamente il “giorno della rivoluzione” senza che questa abbia un volto, una visione, un fine, rientrando quindi nel perfetto schema dualistico del controllo delle masse), scoprendo di essere la chiave di qualcosa molto più grande di lei e di cui non può assolutamente avere coscienza né controllo. Preda durante tutto il romanzo di convulsioni e crisi d’astinenza da eroina sintetica, testimone e vittima di violenze disumane e senza senso, il suo è un viaggio oscuro negli incubi più profondi della psiche e dell’esistenza, un viaggio al di là del velo dell’illusoria vita dell’Agglomerato, strappato non a caso dalla ribelle Maya, che trasforma una distopia sociale in una caduta psicologica, emotiva e subumanizzante, una ricerca di redenzione e di ritorno all’Uno che lascia il passo all’annegamento in un abisso interminabile in cui c’è solo il vuoto, l’abbandono, il nulla.

Una storia decisamente dura e brutale, resa ancor più cruda dallo stile di scrittura di Grandicelli che senza mezzi termini e in modo diretto e graffiante rende ogni scena di violenza, di crisi emotiva, di crisi d’astinenza o anche di trip lisergico un’esperienza che colpisce diretta alla bocca dello stomaco.
Un romanzo d’esordio che lascia ben sperare per il futuro, anche e soprattutto per il futuro della narrativa italiana che, pur nelle sue nicchie, dimostra che esistono ancora autori che possono lasciare qualcosa e che non è per fortuna solo vuota retorica che si basa sulle denunce ai fior di fragola o drammi intimi di innamorati sfigati fatti passare per romanzi di formazione.

Carlomanno Adinolfi



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1 commento

  1. sembra interessante.
    con i miei ricordi fumettari allora in diretta (1980) di RANK XEROX, il primo personaggio cyberpunk in assoluto qui da noi.

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