Roma, 22 nov – Gennaro Sangiuliano si concentra sull’identità italiana. Il ministro della cultura parla in modo chiaro del taglio che dovrebbe avere la comunicazione della tv pubblica, come riportato anche da Askanews.

Le parole del ministro

Il ministro Sangiuliano ha parlato così nel corso di una conferenza stampa intitolata “Un mondo d’Italia. La nuova Rai per l’estero”: “Credo molto nella nozione del servizio pubblico, per me una nozione molto alta, che però non deve essere la declinazione di un certo pensiero liberal, l’ossequio di un certo politicamente corretto. Per me servizio pubblico significa raccontare l’identità italiana”. Aggiungendo poi: “Un grande studioso francese, Ernest Renan si domandò ‘Che cos’è la nazione’; diceva: ‘la nazione è il plebiscito di ogni giorno’, che ciascuno di noi è chiamato giorno dopo giorno a declinare. Questa è la nazione. E quindi il servizio pubblico ha il dovere innanzitutto di raccontare l’identità italiana, che non sono i sofismi liberal ma sono Dante Alighieri, sono Machiavelli, sono Leopardi, sono Antonio Gramsci, sono Giovanni Gentile, sono Benedetto Croce. Questa è l’identità nazionale. Ho dimenticato tanti nomi importanti – Ariosto, Tasso – è ovvio che ce ne sono tantissimi; ma questo deve essere il servizio pubblico. Non il servizio al partito unico del politicamente corretto, ma deve essere il servizio alla migliore identità storica italiana, quella che va da Gramsci a Croce, e deve essere plurale, deve essere ricca, deve essere autenticamente democratica”.

Perché Sangiuliano fa benissimo a parlare di identità italiana

La vera emergenza di questa Nazione, superiore a tutte le altre perché rappresenta un peso – psicologico e motivazionale – che rende più difficile affrontarle, è la totale inconsapevolezza delle radici di cui soffre la stragrande maggioranza del popolo italiano. Un popolo che è convinto, nella percezione di una larga fetta di esso, che questa identità non esista. O che, per dirla ispirati da Benedetto Croce, qualcuno abbia cercato faticosamente di “crearla” artificialmente dal 1860 in poi. Mentre la più banale delle verità è che il “fare gli italiani” attribuito a Massimo D’Azeglio non costituiva una creazione ma semmai una “estensione”. Pensare che l’identità italiana non esista o sia esasperata equivale a liquidare “sciocchezze” come la lingua, il Rinascimento, l’arte generale e pittorica (soprattutto seicentesca), la resistenza alla Riforma protestante come se non fossero nulla, in un elenco che sarebbe infinito. Equivale paragonare l’Italia a degli Stati Uniti d’America qualsiasi, come detto e ripetuto più volte: in tal senso è impossibile non rilevarne l’idiozia o i limiti. Il mainstream è sostanzialmente ostile alle radici della Nazione italiana: ne parla (se va bene) in modo asettico, quando va male regge il gioco di chi le distrugge. Per non parlare della scuola che, in questo senso, ha un approccio pessimo da decenni. Dunque siamo con lei, ministro Sangiuliano, quando esprime la necessità che si parli di identità italiana. Siamo con lei quando chiede che la si racconti. Lo siamo al netto dell’ovvia critica che poniamo di fronte ad alcune dichiarazioni di circostanza in cui si è dovuto piegare allo stesso politicamente corretto che dice di combattere. Siamo consapevoli del perché lei lo abbia fatto, perché sappiamo bene di non vivere in un sistema di libertà autentica. Ma siamo anche ben consci che uno dei sistemi per provare faticosamente ad uscirne è procedere nelle direzioni che lei indica.

Stelio Fergola

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