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sardegna-disamistadeCagliari, 9 set – Quando si parla di Sardegna si pensa a spiagge assolate e mari cristallini, il pensiero vola a yacht da sceicchi e love story di veline rincorse da paparazzi di riviste scandalistiche. Sono certe reazioni dei sardi all’invasione migratoria a portarci alla realtà. Spesso si dimentica che la Sardegna è anche, anzi soprattutto, altro: le scogliere di granito bianco a strapiombo sul mare altro non sono che il preludio di un entroterra aspro. Chi questa terra l’ha conosciuta solo da “bagnante” quasi non ne immagina le tradizioni e la storia, spesso cruda, del vero cuore della Sardegna: la Barbagia. Il toponimo deriva dal latino Barbaria poiché la colonizzazione romana non riuscì a penetrare nell’entroterra dell’isola. Una regione difficile da identificare con precisione, se domandi ad un sardo dove cominci e dove finisca ti risponderà “quando ti ci trovi dentro te ne accorgi” ed infatti così è: pianure bruciate dal sole d’Agosto e montagne imbiancate dalla neve invernale, vecchi fuoristrada sgangherati e cartelli crivellati da pallettoni da caccia. Il cuore pulsante dell’isola è sempre stato questo ammasso di pietre: quello che ha iniziato la sua gente alla pastorizia e che ha sfamato generazioni per secoli, molto prima che l’Aga Khan spostasse il centro economico sulla costa nord est. La capitale di questa regione era il paese di Ollolai, attualmente poco più di 1000 abitanti in provincia di Nuoro, che fu teatro di un avvenimento storico reso famoso da una canzone di un cantautore che la Sardegna la conosceva bene, Fabrizio De Andrè: la Disamistade.



Disamistade (o deamistade) significa letteralmente “inimicizia” e rappresenta un periodo segnato da una faida famigliare tra gli Arbau e i Ladu. Molti paesi barbaricini hanno la loro leggenda rispetto a questa “bellum familias”: i tratti generali della storia riguardano il rincorrere una vendetta lontana, versando sangue su sangue ed arrivando persino a dimenticare i veri motivi scaturenti, quasi fossero mitici o ancestrali. Motivi che sono da ricercarsi nella terra, nei confini, nei legami di sangue… faccende che ai giorni nostri verrebbero liquidate come “convenzioni sociali”. Eppure prima si moriva per questo, si moriva per l’onore e persino i superstiti erano vittime: esempio ne sono queste donne, immaginate da Faber come “macchie di lutto rinunciare all’amore”, vestali della Tradizione mediterranea: donne e madri che dall’impenetrabilità dei loro costumi neri consegnano il coltello al figlio affinché il bambino diventi uomo, l’homo si trasformi in Vir tramite il cerimoniale sacro della vendetta. Il mondo classico è ricco di questi esempi: da Penelope, che organizza la gara di arco nel palazzo dove erano soliti bivaccare i Proci, affinché Odisseo e Telemaco possano ristabilire l’ordine ad Itaca, passando per Elettra che convince Oreste a compiere il matricidio per vendicare Agamennone provocando persino l’ira delle Erinni. Questo cerimoniale non ha nulla a che vedere con la furia cieca a cui la più recente cronaca ci ha tristemente abituato, piuttosto un atto, che diventa Esempio, di un erede naturale conscio di compiere il proprio dovere di vendetta, al fine di ristabilire un equilibrio basato sulla giustizia stessa, generazione dopo generazione.

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Nella storia, oltre alle due famiglie in lotta, si inserisce una terza componente: la volontà da parte dell’Imperatore bizantino Maurizio I di convertire i Barbaricini al cattolicesimo spingendosi fino a chiedere l’intervento di Papa Gregorio Magno. Il pontefice prontamente inviò una delegazione di frati che si insediarono sui monti di Santu Basili, ma durante la decennale faida un figlio dei Ladu venne ucciso ed il suo corpo ritrovato nel pozzo del convento. Del brutale delitto (verosimilmente imputabile agli Arbau) vennero accusati i frati, che temendo violenze e rappresaglie abbandonarono frettolosamente il villaggio portando con loro soltanto un Crocifisso in legno. Due giorni dopo la fuga dei missionari si scatenò improvvisamente un incendio che devastò ampie aree del paese. La leggenda attribuisce la natura del incendio alla maledizione lanciata dai frati, i quali nel lasciare Ollolai si batterono persino la polvere dai calzari, affinché più nulla di quella terra dura ed inospitale viaggiasse con loro. Questa è una leggenda ma, al di là della morale, la verità è che la Disamistade è insita nell’uomo: è quel Polemos eracliteo che manda avanti il mondo, è conflitto inteso come forza vitale. Un famoso antropologo italiano scrisse che le vere vestigia di Troia sono gli attuali abitanti che ne calcano le strade ormai inesistenti, per la Barbagia è lo stesso: è rimasta la leggenda, la lingua antica ed il crocifisso in legno dei frati francescani. Già, nel frattempo in Barbagia le cose sono cambiate: il cattolicesimo è arrivato e l’ospitalità sarda è tra le più vere ed autentiche; ma negli occhi dei barbaricini il racconto della Disamistade è vivo come una ferita ma anche come un vanto.. Quasi fosse ancora “una storia sospesa”.

Diego Gaglini

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