Roma, 19 dic – La necessità che una cultura alternativa al modello ideologico materialistico-occidentale si basi su solide fondamenta scientifiche è stata per molti anni una esigenza avvertita da pochi. Tra quei pochi che ebbero coscienza di tale necessità ricordiamo Adriano Romualdi. Ma tra i pochi che effettivamente possedettero una formazione scientifica di alto livello sicuramente vi era Giuseppe Sermonti: scienziato, non scientista. Il suo nome entra di diritto in un pantheon formato da Konrad Lorenz e Edward Wilson, Watson, Jensen ed Eisenck, Karl von Frish e Arnold Gehlen. Tutte menti scientifiche che hanno contribuito a forgiare una immagine del mondo qualitativa non sulla base del testo enigmatico e arcaicizzante di qualche letterato tradizionalista (con tutto il rispetto), ma su una preparazione scientifica più profonda rispetto a quella degli ideologi che nella scienza hanno preteso di trovare – invano – le conferme agli assiomi di Marx e di Rousseau.

Sermonti appartenne indubbiamente a una nidiata di talenti italiani: un fratello illustre dantista, un altro fratello agronomo di fama, un altro ancora – Rutilio – promotore indomito di una visione nazional-rivoluzionaria che univa sentimento ecologista e un richiamo alla formazione stoica del carattere. Buon sangue non mente verrebbe da dire, però siccome negli esseri umani non basta il semplice DNA a trasmettere qualità e valori è bello rievocare un ricordo che lo stesso Sermonti confidò: l’immagine del padre Alfonso Sermonti, giurista e fautore della socializzazione, che nel bel mezzo del suo impegno civile negli anni Trenta trovava il tempo per sedersi in poltrona attorniato dai suoi bambini a cui leggeva e commentava verso per verso i canti della Divina Commedia. Del resto una canzone dell’epoca rimarcava che tutta la civiltà italiana nasce e rinasce dalla “vision dell’Alighieri” …

Sermonti fu autore di ricerche scientifiche importanti sul Penicillium, ricerche che ebbero anche ricadute pratiche nell’utilizzo del benemerito fungo da cui si ricava la penicillina. Alcune sue scoperte furono compiute insieme alla moglie Isabella, anch’ella scienziata: una donna finissima, di una eleganza naturale ed aristocratica, che condivideva in pieno la sua visione della natura e della società. I riconoscimenti scientifici non gli mancarono sia a livello nazionale che internazionale; il più prestigioso di tutti: il seggio di vicepresidenza del XIV Congresso Internazionale di Genetica tenutosi a Mosca nel 1978. Ebbi il piacere di frequentare la casa di Giuseppe Sermonti quando preparai la mia tesi di laurea in filosofia della scienza e ricordo che gli chiesi se nel profondo rosso della Unione Sovietica brezneviana conoscessero i suoi trascorsi familiari e anche le sue schiette convinzioni politiche. Lui mi rispose serafico che gli scienziati russi, in un’epoca in cui era ormai diventata routine attutita la vecchia inquisizione marxista già così feroce in anni precedenti, erano interessati alla sua visione della genetica che in fondo confliggeva con lo schematismo “borghese” occidentale.

In effetti Sermonti seguì una sorta di “via dell’Oriente”, più che altro in direzione del Giappone. A Tokio si intese a perfezione con gli scienziati della Scuola di Osaka, genetisti che erano arrivati alla conclusione che nell’organismo umano le mutazioni avvengono, anzi sono frequenti, ma tutto sommato inessenziali, perché diremmo noi oggi il software degli organismi è così ben congegnato che nella velocità di trascrizione da una pagina all’altra della vita di errori di stampa ne avvengono a bizzeffe, ma il “correttore automatico” del DNA riporta sostanzialmente gli organismi alla “forma” originaria. Per questo alcune mutazioni sono effettivamente letali, come la drammatica ridondanza cromosomica che porta alla sindrome di Down, ma gran parte di esse sono “neutrali”: come la continua e vivace danza di un ballerino che però, per quanti movimenti faccia, non si allontana mai dal palco e dalla scena teatrale nel quale è stato posto.

Ma allora le forme sono destinate a una fissità teologica, come quella supposta dai creazionisti americani? No, non era questo che credeva Sermonti. Non credeva al caso creatore (improbabile vincita alla lotteria che si sarebbe ripetuta milioni di volte, a dispetto del secondo principio della termodinamica), ma si teneva anche lontano dai rigidi schemi dei creazionisti. Sermonti riprendeva scientificamente le intuizioni di Goethe. Le specie per lui si originavano con un processo simile alle metamorfosi che si osservano in natura: come il bruco che diventa farfalla. Attraverso un processo più insito nel “progetto genetico” interno dell’organismo-madre che non dovuto ad accidenti casuali o a quel processo di selezione naturale che esiste ed è importante, ma paradossalmente serve più a conservare le forme (tagliando le “divergenze”, inevitabilmente inadatte) che non a promuovere i cambiamenti.

La sua visione era in fondo simile a quella di un darwinista di ultima generazione come Stephan J. Gould che è arrivato a mettere in discussione l’idea di lente e graduali mutazioni evolutive e ha concepito un quadro evolutivo basato sui cosiddetti “Equilibri Punteggiati”: lunghi periodi di “ordine” biologico, in cui le forme si conservavano sostanzialmente invariate e affascinanti epoche di rapidissima “Rivoluzione”. Già ma chi era il demiurgo della fase rivoluzionaria? Per Gould era pur sempre l’improbabilità assoluta di un caso-creatore, per Sermonti era un destino scritto nelle stelle. Stelle di cui il Sermonti-poeta e studioso di simboli fu affascinante indagatore, nelle opere in cui ricostruisce il nesso tra osservazioni naturali e miti arcaici.

Con Gould Sermonti condivise anche un’altra interessante idea: quella della neotenia. Il processo biologico tipico dell’uomo per cui egli, a differenza di altri animali, conserva anche da adulto alcune forme caratteristiche dell’età infantile. Se si osserva un cucciolo di scimpanzé egli manifesta alcune somiglianze morfologiche con il bambino; cosa accade successivamente? Paradossalmente non l’uomo, ma il suo cugino selvaggio si “evolve” verso una forma più senile, specializzata, mentre l’uomo nelle arcate sopracciliari, nella forma del mento conserva un che di giovanile. Un’essenza giovanile che è completa quando si conserva anche quello stupore nei confronti del creato (la “thaumasis” dei Greci) e più in generale la giovinezza dello spirito. Per Sermonti, la neotenia era particolarmente accentuato nel ramo caucasico di Homo Sapiens.

Un giorno sul tavolo del salotto di Sermonti trovai un libro a me molto caro: “Miti e Religioni dell’india” di Pio Filippani-Ronconi. I due illustri Romani si conoscevano e si stimavano reciprocamente. Raccontai a Filippani di quel libro in bella mostra e Filippani inquadrando con una immagine l’archetipo di Sermonti disse: “Sì, quello scienziato con la barbetta caprina alla Pan”. Pan il dio, che col suono del suo flauto evoca le forze più arcane della natura e della stessa vitalità della stirpe. Penso che a Giuseppe Sermonti quel riferimento scherzoso sarebbe piaciuto.

Alfonso Piscitelli

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