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Roma, 17 ago – Kabul come Saigon; Saigon come Kabul. Aerei che decollano per portare via i diplomatici dalle ambasciate. Arei presi d’assalto. Bisogna sparare sulla folla, per evitare il caos. Il panico che dilaga. Le donne che si nascondono. I talebani dentro al Palazzo presidenziale che imbracciano le armi: “Abbiamo vinto, gli Usa sono sconfitti, torna l’Emirato islamico“. Biden che non sa più che pesci prendere. Biden che è già un Presidente azzoppato. Biden che è presentato dalla stampa mondiale, anche quella democratica, come il primo responsabile del disastro.



L’errore di Biden in Afghanistan

Gliel’avevano detto: non è bene lasciare l’Afghanistan senza dei presidi militari per la transizione. Non ha voluto ascoltare e l’effetto non si è fatto attendere: la milizia nazionale afghana, istituita, addestrata e finanziata quasi interamente dagli Usa e dalla Nato, si è sciolta come neve al sole. I soldati hanno disertato e spesso si sono venduti ai talebani, andando a consegnare loro le armi. Potevano combattere, erano numericamente superiori ai talebani. Invece, hanno subito tradito e si sono ritirati. Alcuni dicono: “Gli Usa sapevano che i talebani avrebbero ripreso il Paese”. Ma non sapevano – e non immaginavano – che potevano metterci così poco tempo. Biden dice: “Restare in Afghanistan non era più conveniente agli Usa, quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, ora dobbiamo ritirarci”. Scuse deboli, che persino gli alleati non mancano di criticare.

Perché gli Usa invasero l’Afghanistan

Gli Usa invasero l’Afghanistan perché i talebani afghani, che avevano il controllo del Paese, proteggevano Osama Bin Laden. Dopo diversi anni dall’invasione afghana, riuscirono a eliminare Bin Laden e i suoi vice: in questo vinsero, atto dovuto, visto che Bin Laden aveva distrutto le Torri Gemelle e gli Usa non potevano non mostrare i muscoli. La sconfitta venne dopo. Si dissero: “Instauriamo un governo nazionale filostatunitense di stampo democratico, con rappresentanza ed esercito“. Rimasero vent’anni. Pensavano di esserci riusciti. È bastato che si girassero dall’altra parte, che ritirassero i loro uomini, perché l’esercito e il governo nazionale afghano andassero in fumo. I talebani quasi non hanno dovuto sparare.

Ecco perché la sconfitta Usa in Afghanistan è molto più grave di quella in Vietnam

Una sconfitta paragonabile a quella vietnamita? Nemmeno per sogno. Molto, molto più grave. In Vietnam gli Usa furono sconfitti dall’esercito filocomunista vietnamita, i vietcong, che preferivano farsi ammazzare piuttosto che abbandonare la battaglia. Gli Usa sapevano che i vietcong erano ancora forti, quando gettarono la spugna. E quando la gettarono, l’esercito nazionale vietnamita filoamericano riuscì a resistere ancora due anni, combattendo, contro i vietcong. Il caso Afghanistan è molto diverso. Gli Usa credevano di aver sconfitto i talebani, credevano che fossero quattro sbandati che stavano sulle montagne. Credevano che, come in Vietnam, il governo e l’esercito da loro creati avrebbero resistito. Invece, i talebani sono riemersi dall’ombra più forti di prima e l’esercito afghano si è ritirato praticamente ancor prima di combattere.

Profughi e terrorismo: le conseguenze del disastro afghano

Quali conseguenze ha il disastro afghano? E quante sono? Sono molte. Sul piano geopolitico: notevole aumento dei flussi migratori di ex collaboratori del governo nazionale afghano (500mila persone, si dice) e di profughi e sfollati che chiedono asilo politico per sfuggire a soprusi e persecuzioni (dai 400mila ai tre milioni di persone, in base a come si fa il calcolo e a quali parametri si considerano). Notevole aumento del rischio di attentati. Come già molti esperti sottolineano, non solo i talebani e i sostenitori della jihad vedono nella presa di Kabul una spinta ad agire contro gli infedeli. Un incentivo (il califfato universale è possibile). Ma addirittura ora i fanatici e gli aspiranti terroristi di tutto il mondo dispongono di uno Stato – il neonato Emirato islamico – con un suo esercito nel quale possono addestrarsi in modo libero e professionale per portare avanti le mire espansionistiche islamiche.

Il fanatismo e l’odio contro l’Occidente

Gravissime sono però anche le conseguenze ideologiche e culturali e le evidenze che il disastro afghano ci porta. Nel caso del Vietnam, il comunismo aveva vinto. Ma aveva vinto un pezzo di terra in mezzo al mare, di cui agli occidentali importava pochissimo: il capitalismo la faceva già da padrone in Usa e in Europa. Nel caso afghano, invece, la situazione è ben diversa: l’Islam è sempre più diffuso in Occidente. E gli attentati più o meno recenti ci mostrano che il fanatismo, che non caratterizza tutti i musulmani, sia chiaro, spesso si sviluppa nei musulmani immigrati di seconda generazione. Il fanatismo, l’odio contro l’Occidente, sono germi pericolosi che non muoiono e resistono, sotto la cenere, anche quando sembrano sconfitti e arginati.

Perché non ha funzionato l’addestramento dell’esercito afghano

Come spiegare, altrimenti, la defezione di massa dell’esercito nazionale afghano? Cerchiamo di essere seri. Se i soldati dell’esercito afghano fossero stati davvero, nel profondo legati agli Usa e ai valori occidentali incarnati dal governo istituito dagli Usa, credete davvero che si sarebbero lasciati travolgere e comprare come hanno fatto? Ma neanche per sogno. Il fatto è semplice. È vero che gli Usa hanno istituito un governo e un esercito afghani; ma sono stati loro a istituirlo e a dettare le regole. L’esercito era composto da uomini afghani, non americani, che vedevano negli Usa, comunque, degli usurpatori, degli ospiti.

Il paragone con la caduta dell’Impero romano

Un paragone storico è d’obbligo. Quando l’Impero romano perse pezzo su pezzo, nell’arco di pochissimo tempo, tutte le sue province, fino a ridursi alla sola Ravenna, ciò avvenne non solo perché i barbari non avevano paura di morire e i soldati romani si erano invece ingentiliti. Ma anche perché la grande maggioranza dell’esercito romano, inclusi i vertici, era formata da immigrati, da abitanti dei limes o degli Stati conquistati che avevano ottenuto l’accesso all’esercito romano. Ma che non avevano mai considerato Roma e il suo vasto Impero come la loro patria. E, infatti, combatterono molto meno di quanto avrebbero potuto.

Ecco la lezione: se non combatti per la tua patria, per la tua gente, per i tuoi ideali, perderai sempre di fronte a un nemico che invece combatte per ciò in cui crede. È questo che gli Usa non hanno capito.

Edoardo Santelli

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