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referendumRoma, 2 dic – Che fossimo vicini alla scadenza referendaria ce ne eravamo accorti tutti, che il governo fosse in difficoltà nei sondaggi che danno prevalente il no anche, ma se avessimo avuto bisogno di un’ulteriore conferma dell’incombenza del voto l’avremmo sicuramente avuta dai mass media e da altre situazioni che definire paradossali sarebbe dimostrarsi ottimisti.



Iniziamo dall’”Accordo quadro per il pubblico impiego“, quello che per molti giornalisti è “il contratto degli statali” già firmato. No, non è il contratto, è semplicemente un accordo di massima che riguarda diversi aspetti del pubblico impiego, tra i quali anche la parte reddituale. E come qualsiasi accordo di massima deve essere poi sviluppato nei dettagli tanto che “Il governo stabilisce che, con le leggi di bilancio, saranno stanziate ulteriori risorse finanziarie”. Il che significa che per adesso quei soldi non ci sono e che, forse, dopo il 4 dicembre ci saranno, ma non è detto. E la scusa sempre pronta per rimangiarsi l’accordo sarà sempre la solita: “ce lo chiede l’Europa” e sappiamo benissimo che se “l’Europa” stabilisce che gli statali italiani sono pagati troppo il governo non può che dire la stessa parola proferita da Garibaldi al Generale La Marmora, “Obbedisco”. Ma l’apice della creatività nell’accordo, di per sé fumoso e generico, è stato raggiunto nella parte relativa agli aumenti di stipendio promessi che dovranno essere “comunque non inferiori a 85 euro mensili medi”. Avete capito bene, gli aumenti non potranno essere inferiori alla media degli stessi aumenti, ma se la matematica non è un’opinione se il minimo è pari alla media allora anche il massimo dovrà esserlo. Peccato che non è quello che è stato detto dai sindacati e dal ministro Madia al termine dell’incontro. E’ evidente, quindi, che si tratta di un vero accordo elettoral-referendario buono per ammansire i dipendenti pubblici che attendevano il rinnovo dal lontano 2009 e che, solo alcuni mesi fa, si erano sentiti offrire un adeguamento stipendiale da parte del governo di ben 5 euro lordi mensili. E invece, miracolosamente, ad appena 6 giorni dal referendum si è passati a 85 euro.

Passiamo ad altro argomento: l’occupazione in Italia. O forse sarebbe meglio parlare di disoccupazione. Ieri tutti i telegiornali hanno comunicato che, secondo i dati ISTAT, la disoccupazione giovanile e i disoccupati in generale sarebbero in calo. Addirittura per la disoccupazione giovanile sarebbe “il livello più basso registrato dal 2012”. Salvo poi sfiorare la cruda realtà: la percentuale di disoccupati non è diminuita perché i senza lavoro ne hanno trovato uno, bensì perché hanno desistito dal cercarlo entrando nella così detta categoria degli “inattivi” che non viene considerata nella massa dei disoccupati. Ma in tempo di referendum queste sono quisquilie senza interesse. L’importante è che la disoccupazione sia calata.

Ma il premio “ottimista dell’anno” va al giornalista del TG5 delle 20 del 30 novembre che, parlando dell’accordo tra i componenti dell’OPEC, ha dichiarato che l’intesa sulla riduzione della quantità di prodotto estratta porterà ad un aumento del prezzo del greggio e quindi ad un aumento dei prezzi in Italia che “consentirà di uscire dalla deflazione che attanaglia il paese”. Qualcuno dovrebbe spiegare all’autore del servizio che l’inflazione causata da un aumento del prezzo delle materie prime provenienti dall’estero non è una cosa buona, perché affosserà ancor più l’economia e la competitività verso l’estero. L’inflazione è “buona” quando provocata da un aumento della domanda interna, e quindi dei consumi, provocata da un aumento del reddito complessivo. Cosa che non avviene da anni proprio per colpa della disoccupazione di cui sopra. Ma l’importante è essere ottimisti e votare sì. Poi dal 5 dicembre potremo tutti tornare a guardare in faccia la realtà, ma fino a quel momento gli italiani devono pensare che tutto vada bene.

Walter Parisi

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