Roma, 29 gen – L’attacco, più che alla persona Salvini, è stato perpetrato nei confronti della sovranità dello Stato italiano, essendo stato più volte ribadito il concetto per il quale un governo rappresentativo della maggioranza dei votanti non può controllare i propri confini decidendo chi e con quale modalità possa varcarli. Il vulnus in realtà si è già creato, ricordiamo tutti la nave Diciotti e il suo carico umano poi dispersosi nell’Italia dei buoni sentimenti e delle belle speranze. Difatti, se non vi fosse già una crepa nel concetto di sovranità nazionale, di certo si sarebbe interrotta la tratta degli immigrati condotti sin qui da navi battenti bandiera straniera che fungono da ponte tra i mercanti di uomini e l’Italietta della sinistra post-moderna. Ma visto l’intoppo derivante dalla presenza di un ministro dell’Interno cocciuto e indisponibile a trattative, la fase della carità umanitaria deve logicamente lasciare il passo a quella dell’estromissione per via giudiziaria.

L’accusa di sequestro di persona è quantomeno assurda perché, da parte di Salvini, manca l’atteggiamento persecutorio nei confronti di coloro che ne sarebbero vittime. È come se una procura indagasse per sequestro di persona un padre che ha messo in castigo il figlio a causa di una cattiva condotta scolastica. Poiché infliggere una punizione rientra tra le facoltà di colui che è chiamato a coprire il ruolo di educatore, impossibile sarebbe appioppargli un’accusa simile. Allo stesso modo Salvini, da ministro dell’Interno, con la propria condotta deve perseguire l’interesse dell’Italia e degli italiani, concetto, questo, relativo essendo mutevole in base al risultato elettorale ottenuto. Ossia che, avessero vinto gli avversari di Salvini, il bene della Patria sarebbe consistito nell’apertura incondizionata delle frontiere. Al contrario, nel caso attuale, il solito concetto consiste nel controllo meticoloso di chi si affaccia alla finestra chiedendo di entrare. Dunque rientra nelle prerogative del ministro dell’Interno il decidere chi può e chi non può, e soprattutto con quali modalità è fattibile e con quali non lo è. Se Salvini facesse il contrario, si concretizzerebbe un tradimento bell’e buono ai danni di coloro che votarono nel marzo scorso il suo programma. E già l’alleanza con quei buontemponi a 5 stelle si muove sul filo del rasoio. Pensate poi che l’articolo 605 del codice penale prevede l’ergastolo per colui che, durante il sequestro di persona, provochi la morte del sequestrato.

Un buonismo inutile e pagliaccesco


A detta dei modelli alla Martina e alla Prestigiacomo che stanno sfilano sulla passerella dell’umanitarismo accattone, i clandestini sulla Sea Watch verserebbero in condizioni precarie. Seguendo il loro ragionamento, sebbene costoro godano di tutte le cure mediche necessarie, se uno di loro ci lasciasse la pelle il nostro ministro dell’Interno dovrebbe finire in galera a vita. E ripetiamo che Matteo Salvini sta banalmente tenendo fede alle promesse fatte in campagna elettorale proponendosi con un partito ammesso dalla legge e il cui programma, a quanto pare, non era tacciabile di razzismo o stupidaggini simili. Altrimenti non avrebbe partecipato al gioco elettorale. Sea Watch batte bandiera olandese, dunque è come se un pezzettino di Olanda stesse trasportando dei migranti clandestini. La giurisdizione di uno Stato rappresenta la sua sovranità, ossia la capacità di imporre la propria legge entro i propri confini, e proprio per questo il comportamento della Ong risulta paradossale: in tal modo, uno Stato straniero sta imponendo un proprio codice entro i confini di un altro Stato sovrano, il quale a sua volta intenderebbe imporre il proprio sebbene in molti si prodighino affinché gli venga impedito. Capite perché questa situazione è infinitamente più grande delle parole al vento degli arcobalenisti e di quei perdigiorno che hanno inscenato un cabaret di quart’ordine a Roma berciando “non siamo pesci”? È da situazioni come questa che si misura la capacità di un Paese di imporre la propria volontà, tramite il governo, su coloro che si trovano all’interno dei propri confini e su coloro che vorrebbero invadere l’area di giurisdizione.

Ciò che ha twittato la signora Carfagna è una boiata perché la sicurezza nelle strade la si garantisce con un’azione di forza che è esattamente la solita con cui si impedisce a chicchessia di invadere il proprio territorio arbitrariamente. Una dottrina garantista che si fonda sul sacro principio della separazione dei poteri ha espresso numerose volte perplessità riguardo l’intromissione della magistratura nell’azione di governo. Nel caso di specie, appare come una vera e propria ingerenza con cui si colloca una parte di un programma elettorale liberamente votato tra le azioni configuranti reati. È una follia. Ed è a maggior ragione una follia perché siamo tutti consci della tratta di esseri umani che si nasconde dietro l’andirivieni di clandestini, con la pubblicità organizzata nell’Africa centrale dalle organizzazioni criminali che, oltre a ingrassarsi, esportano la mafia nigeriana infiltratasi in Italia come un cancro. Il Cara di Mineo ne è una delle tante prove. In tutto ciò, servizi segreti di molti stati e intelligence di mezzo mondo ci hanno avvertiti che in quelle bagnarole si possono celare dei terroristi islamici, ed è plausibile anche solo utilizzando la logica. Eppure niente, le procure se ne infischiano e le opposizioni mostrano il culo anziché il cervello, pensando così di far più bella figura rispetto a chi, con fatica, si sforza di usare il buon senso.

Lorenzo Zuppini

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