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Roma, 29 mag – In Italia abbiamo l’esultanza facile, soprattutto a destra. Salvini e i suoi sostenitori gridano al miracolo e, accecati dalla gioia, trascurano di riflettere su un punto: la sinistra, malgrado tutto, non è morta. Tante volte ci siamo guardati in faccia dicendoci che alla fine sarebbe implosa su sé stessa. “La gente dovrà aprire gli occhi, prima o poi”, ecco cosa ci ripetevamo. Nella storia repubblicana, tutti i partiti sono sorti e tramontati – Berlusconi, con Forza Italia, è l’esempio più vicino ed emblematico – e, se rimasti in piedi, sono ormai ridotti ai minimi termini. Ma la Sinistra no! Nessuno come loro ha saputo tener fermo il timone, rinascere dalle proprie ceneri, mutare maschera. Comunista e liberista, pro famiglia e per la sua estinzione, virilissima e arcobaleno, ma sempre con una strategia vincente.

E, infatti, anche questa volta, eccola di nuovo tra noi. Perde ma supera comunque il Movimento 5 Stelle, malgrado tutte le sue malefatte e l’odio per il popolo sovrano. Per capire questo apparentemente inspiegabile fenomeno bisogna tornare al Ventennio e all’uomo che Mussolini fece rinchiudere in galera e che i suoi stessi compagni lasciarono marcire dietro le sbarre per garantirsi il martire: Antonio Gramsci. Capire il pensatore sardo vuol dire comprendere la storia, dalla metà del ’900 a oggi, e il lento ma progressivo affermarsi della sua parte politica. È il caso dunque di spiegare la sua teoria fondamentale, la cosiddetta “egemonia culturale”, in modo quanto più possibile semplice e chiarificatore.

La crisi del capitalismo non è sufficiente

Pur essendo recluso in carcere, il pensatore sardo non si diede per vinto. Spese tutte le sue energie in uno sforzo titanico per meditare sulle condizioni che avevano portato all’affermazione della borghesia e del fascismo, cercando parallelamente di approntare a una strategia per la conquista del potere da parte della sinistra. Marx aveva teorizzato per il capitalismo una sorta di sviluppo autodistruttivo. Una serie di crisi avrebbero generato le condizioni favorevoli alla realizzazione della società comunista. Il filosofo tedesco aveva inoltre compreso che qualsiasi sistema di potere va avanti perché, partendo da certe condizioni materiali necessarie per la sua affermazione, genera un’ideologia, un sistema di idee con cui giustifica sé stesso.

Per questo si può dire che essere borghesi non equivale unicamente all’appartenere a una certa fascia di reddito, ma contempla anche un modo di vedere e concepire il mondo. È a questo punto che si inserisce la più grande teoria che un pensatore di sinistra abbia mai concepito: l’egemonia culturale. Non basta il presentarsi di una determinata congiuntura economica, per esempio le crisi del capitalismo, perché la società da borghese divenga comunista. Per intenderci: non è sufficiente che l’individuo X si ritrovi senza lavoro, impossibilitato a costruirsi una famiglia, o sfruttato, per tramutarsi di punto in bianco in un rivoluzionario. Perché? Perché presumibilmente chi comanda avrà fatto credere a X che lui sia in fondo un fannullone, un “choosy”, uno che fino a poco tempo prima ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, e via blaterando. Insomma, il povero X è vittima di quella che si chiama “l’ideologia della classe dominante”, ovvero il complesso di idee che chi comanda ha riversato nella sua testa, a mezzo di talk show, giornali e altri apparati massmediatici, per giustificare subdolamente il proprio dominio e la sua subordinazione.

Cos’è l’egemonia culturale

Gramsci comprende che la sinistra e il proletariato hanno una sola possibilità di rovesciare tale situazione a proprio favore, conquistare a loro volta l’egemonia culturale, per poi successivamente arrivare al potere politico vero e proprio. Invece di aspettare che i tempi siano maturi affinché le classi subordinate possano ambire al comando, bisogna creare le basi culturali per arrivare poi all’affermazione del comunismo nel senso più ampio (culturale e politico). Il pensatore sardo aveva giustamente arguito che affinché un’idea si imponga, e si riesca a guadagnare appunto l’egemonia culturale, bisogna avere il controllo delle strutture note come “case” o “logge matte del potere”: editoria, giornalismo, scuola, università. Per semplificare: se chi forma l’opinione pubblica è organico al mio pensiero, sul lungo termine io riuscirò a influenzare le masse e averle dalla mia.

A riprova della giustezza della strategia gramsciana, per quanto applicata nel modo più basso possibile, ma certamente funzionale, da PCI e PD, guardate la società odierna. Se osservate con attenzione noterete che anche tra la gente di destra sono diffuse molte delle idee più becere del progressismo. La sinistra ha dimostrato, a mezzo del controllo di tutti i settori precedentemente menzionati, di poter penetrare in noi, nella nostra visione delle cose. E, più di tutto, essa è riuscita ad attirare presso di sé quella classe intellettuale – oggi soprattutto presunta tale –, dall’insegnante al cantautore, che nel tempo ha veicolato il suo credo presso le masse. Certo, come si potrà notare, oggi in buona parte il pensiero che viene diffuso non è più quello comunista, ma piuttosto un liberismo osceno e contiguo alla visione imperante. Eppure, la strategia adottata per perseguire il fine di volta in volta scelto è rimasta quella concepita da Gramsci.

Una risposta da destra

La sinistra non può morire perché la sua ideologia è diffusa ad ampissimo raggio e, da un momento all’altro, potrebbe come niente risalire alla ribalta. Cosa può fare la destra per contrastarla? La via è una sola. Non resta che costruire una contro egemonia, se possibile ancora più potente e pervasiva. La destra deve portare sul proprio versante tutta la schiera di appartenenti alla cosiddetta intellighenzia, dare loro una casa, un’appartenenza, e strutturarli alla stregua di una macchina da guerra che legittimi la sua affermazione. Se non lo farà, dall’altra parte potrà sempre essere trattata con la sufficienza tipica di quelli che si arrogano il diritto di essere i soli detentori della cultura e del pensiero. Il governo della Nazione senza l’egemonia è effimero, può durare una stagione o un decennio, ma è destinato a finire miseramente, come dimostra Berlusconi. Non è in parlamento che bisogna entrare in prima istanza, ma nella testa delle persone.

Matteo Fais

1 commento

  1. Perfetto,ineccepibile analisi , non sara’ facile bisogna sostituire i padroni della cultura , non sono morti , si stanno leccando le ferite, ma sono sempre li. in natura un animale ferito eeeeeeeeeee’ se possibile , ancora più pericoloso.

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