Il Primato Nazionale mensile in edicola

2cera-una-volta-in-america-950x514Roma, 6 lug – Era il 6 luglio del 1984 e “C’era una volta in America” di Sergio Leone sbarcava nei cinema nostrani dopo un disastroso risultato al botteghino statunitense ed una sfilza di recensioni al vetriolo. Fu un successo clamoroso di critica e di pubblico per quello che oggi viene considerato da alcuni il miglior film della storia del cinema mondiale, entrato di diritto nella leggenda e capolavoro massimo di una mente geniale, una mente italiana. Andiamo per ordine, cosa accadde esattamente? Il produttore israeliano Arnon Milchan  ,preoccupato per la durata della pellicola, decise di tagliare all’insaputa del regista circa 120 degli originari 229 minuti e di stravolgerne completamente l’arco narrativo allo scopo di alleggerirne la visione e facilitarne la comprensione. Le conseguenze di questa “sublime” operazione promozionale furono drammatiche in primis per lo stesso Milchan ,che assistette impotente al fallimento della sua iniziativa subito  dopo la prima proiezione avvenuta nel febbraio dello stesso anno  a New York e Boston,  ma soprattutto per Leone che vide la sua opera definitiva, la summa di una intera carriera, storpiata e gettata in pasto al giudizio dei critici e della massa in una veste completamente diversa rispetto a quella da egli stesso confezionata.

Alcuni mesi dopo il film giunse in Europa finalmente così come il regista lo aveva voluto, il resto appartiene alla storia. Il produttore aveva tentato di rendere “C’era una volta in America” un film semplice ma il cinema è arte e l’arte è intrisa di passione, di sentimento, di irrazionalità. Ecco spiegati allora i flashback, la complessità dell’intreccio e la caratterizzazione di tutti i personaggi , le magnifiche colonne sonore affidate ad Ennio Morricone, le inquadrature uniche che hanno fatto scuola, l’alternanza ciclica di entusiasmo e malinconia. Sullo sfondo l’America del proibizionismo e l’ascesa a gangster di una piccola banda di criminali figli della povertà e dell’immigrazione. Protagonisti indiscussi lo scorrere del tempo, il concetto di amicizia virile, il rapporto perverso tra amore e violenza, l’ambizione, l’odio. Un sublime Robert De Niro interpreta il giovane Noodles ed è proprio attraverso l’arco temporale della sua vita che si dispiega il film in tutta la sua essenza. La gioventù, l’ascesa, la fuga ed infine la vecchiaia, insieme ad una regia straordinaria rendono l’opera un unicum inarrivabile. Il finale aperto ed il sorriso più celebre della storia del cinema, quello di Noodles nella fumeria d’oppio poco prima dei titoli di coda, oltre che il tormentato rapporto con Max , hanno infine dato vita alla teoria del sogno e ad una serie di riflessioni sul significato profondo della pellicola.

L’attualità invece racconta di un cinema italiano in grande crisi, coinvolto anch’esso nella deriva culturale che da anni imperversa nella nostra società. Oggi sono 32 gli anni che ci separano da quel lontano 1984 eppure abbiamo un disperato bisogno di italiani come Sergio Leone che parlino della vita, della sua crudeltà, della forza di resistere e di credere nel proprio obiettivo. Il maestro, pur non essendo stato insignito di alcun oscar durante la sua breve ma intensa carriera, ha realizzato un capolavoro assoluto dimostrando cosa sia in grado di raccontare al mondo un italiano. Ha rivoluzionato e scosso dalle fondamenta il sistema cinema introducendo degli elementi di discontinuità assoluti ed è infine riuscito a suscitare emozioni  intense e intramontabili, scendendo nel profondo di chi ne ha potuto apprezzare l’operato. Troppo spesso gli italiani d’oggi vengono attratti da tendenze esterofile dimenticando l’enorme e variegato patrimonio culturale che uomini semplici ma straordinari hanno lasciato fiduciosi alle generazioni successive. Non può essere questo il caso di Sergio Leone, teniamolo a mente.

 Elio Canova

 

Commenta