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Monte Paschi crollo borsaRoma, 7 lug – Non si placa l’ondata di vendite sulle banche, che negli ultimi giorni lasciano sul terreno percentuali nell’ordine delle due cifre in termini di capitalizzazione di borsa. A fare la parte del leone è Monte dei Paschi, scesa al minimo storico ben al di sotto del miliardo di euro. Non va meglio per le altre: Unicredit da fine giugno ha perso quasi 40%, Intesa più del 20%. Titoli di altri settori hanno in buona parte (salvo i trascinamenti al ribasso causati dal crollo del comparto del credito) riassorbito lo scossone post-Brexit, tranne le banche.

Speculazione? Sicuramente, ma la finanza ed il mercato sono noti per saper intervenire sempre e solo a posteriori, premiando o punendo quando ormai i giochi sono stati fatti. E’ questo il caso. Perché la crisi delle banche italiane non nasce da Borsa Italiana, non nasce dal fondo Algebris dell’amico di Renzi che compra e vende su voci che in qualche modo riesce ad ottenere. La crisi delle banche italiane nasce, al contrario, dall’economia reale: un’economia strangolata da oltre sette anni di recessione, con incagli e mancati pagamenti dei crediti ottenuti dovuti non alla disonestà degli imprenditori, ma ai mancati pagamenti a monte dei loro clienti, all’effetto domino che innesca fallimenti e circoli viziosi. Abbiamo voluto salvare l’euro? Ora ci prendiamo la svalutazione interna, che implica il dover sacrificare qualcosa. Ad esempio alcune banche.

E’ da qui che bisogna partire per una seria disamina delle vicende di questi giorni. Poi certo, la gestione in mano alle cosche locali – tutte inquadrate nella dirigenza del Partito Democratico senese e toscano – ha certamente influito sulle vicende di Montepaschi, che è solo la punta dell’iceberg. Nel giro di pochi anni, la congrega dem è riuscita ad affossare oltre 500 anni di storia di un istituto forte, potente non solo in Italia, fortemente radicato sul territorio. E l’ha fatto non solo con l’imposizione di dirigenti evidentemente incapaci di guidare una banca, ma anche con la sconsiderata decisione di recepire le norme comunitarie sul bail-in senza una minima valutazione critica delle stesse. Ecco che, in un periodo di stress (non solo stress test) per le banche, annunciare urbi et orbi che saranno da ora in avanti i correntisti e parte degli obbligazionisti a pagare per il dissesto di un istituto di credito, considerando peraltro che il fondo interbancario di tutela dei depositi è vuoto, ha scatenato letteralmente il panico. Non si vedono le code agli sportelli, ma con che fiducia qualcuno oggi depositerebbe i propri risparmi in Mps? E dopo il Monte, senza che crescita, verrà qualcun altro istituto: Carige, ad esempio, che vivacchia sul filo del rasoio da tempo?

Filippo Burla

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