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Questo articolo, che analizza il nuovo concetto di amore sviluppato nella culla della rivoluzione digitale, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di febbraio 2018.

Ad attirare gli occhi del mondo sul cosiddetto «Silicon sex» è stata Emily Chiang, una giornalista di Bloomberg Tv, autrice di un libro inchiesta intitolato Brotopia. L’obiettivo della signora era più che altro quello di denunciare il maschilismo imperante fra i nuovi ricchi del settore digitale, ma a far discutere è stato specialmente il racconto di alcune feste orgiastiche organizzate nella zona di San Francisco. La Chiang ne ha parlato in un articolo su Vanity. In particolare, ha citato un party molto esclusivo in cui il dress code era il seguente: «Abbigliamento da amazzone avventuriera glam, safari chic e jungle tribal». Una donna presente alla festa ha raccontato alla giornalista di essersi imbattuta in un socio fondatore di una grande azienda hi-tech vestito da coniglio, il quale le avrebbe prima offerto della «polvere bianca» da un sacchetto e poi le avrebbe proposto di avere rapporti di fronte alla di lui moglie (decisamente consenziente).

Orge nella Silicon Valley

Non ci è voluto molto tempo per capire che la Chiang si riferiva a una festa organizzata da Steve Jurvetson, un venture capitalist piuttosto importante nella Silicon Valley. Il suo nome è legato a compagnie come SpaceX e Tesla, i giocattolini di Elon Musk. Proprio quest’ultimo si è dato un gran daffare per smentire il lavoro della Chiang. Ha dichiarato di aver presenziato al party incriminato e di non aver visto né scene di sesso né montagne di droga. Secondo Musk, c’erano solo «nerd su un divano»: davvero poco spinta, come situazione. Subito dopo, altre influenti personalità della Silicon Valley si sono affrettate a ribadire che, durante quella festa, non si è verificato nulla di sconveniente. A dirla tutta, però, quella di Musk non è esattamente una smentita. È, semplicemente, il suo punto di vista.

La controcultura hippy
californiana si è fusa
con il neoliberismo
più selvaggio

L’inchiesta della Chiang, tuttavia, va molto oltre il singolo party. Nell’articolo uscito su Vanity Fair, la giornalista dice di aver intervistato «quasi due dozzine di persone» che hanno partecipato a festini a base di sesso di gruppo e droghe nella Silicon Valley. «Molti partecipanti non sembrano mostrare il minimo imbarazzo o vergogna», scrive. «Al contrario, parlano con orgoglio di come hanno stravolto tradizioni e modelli nelle loro vite private, esattamente come fanno nel mondo della tecnologia in cui regnano».

Contro confini e tradizioni

La rivoluzione digitale, dopo tutto, si basa sull’abbattimento delle barriere e dei confini. Dei limiti di ogni tipo. «Il modo in cui si comportano a queste feste esclusive», prosegue la Chiang, «è un’estensione della loro natura progressista e dell’apertura mentale – anche del coraggio, se vogliamo – su cui si basa la convinzione che ha chi fonda un’azienda: di essere in grado di cambiare il mondo. E credono che il loro diritto a scombussolare le cose non si limiti alla tecnologia, ma si estenda anche alla società». Questo è il punto. Nella Silicon Valley, la controcultura hippy californiana, in cui San Francisco era la capitale del flower power e dell’amore libero, si è fusa con il neoliberismo più selvaggio. Gli smanettoni ribelli che volevano abbattere il sistema sono divenuti i nuovi padroni e presentano il loro regime come una sorta di paradiso libertario e libertino. È il connubio perfetto: niente vincoli, né economici né morali. Il tutto avvolto da una ammorbante patina di politicamente corretto.

Dall’amore al poliamore

La Silicon Valley non è altro che l’appendice sud della più vasta Bay Area di San Francisco. Lì vide la luce, nel 1997, il testo fondamentale del poliamore, cioè La zoccola etica, di Dossie Easton e Janet Hardy. Un libro il cui scopo è quello di stilare le regole da rispettare nelle «relazioni aperte». L’idea è quella di abbattere il «tabù della monogamia», creando un codice di comportamento che permetta di gestire in modo «etico» i rapporti poliamorosi: «Ci sono infiniti modi “giusti” di essere sessuali», scrivono le due autrici, «e il nostro intento è di affermarli tutti». Il risultato, però, è una specie di delirio in cui eros e burocrazia si confondono, finché la seconda non uccide il primo.

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Ciò che alla fine degli anni Novanta era ancora, tutto sommato, avanguardia radical, nel frattempo è divenuto «la nuova norma». Non a caso Wired, rivista di riferimento della cultura digitale, nella primavera del 2017 ha dedicato un ampio articolo alla «rivoluzione sessuale della Silicon Valley» (basata appunto sul poliamore) segnalando le app da utilizzare per organizzare al meglio la propria sessualità tentacolare, tra cui OkCupid e The Poly Life. Sempre nel 2017, a settembre, è stata pubblicata una nuova edizione di La zoccola etica, una sorta di adattamento al nuovo clima. «Oggi, quando tengo conferenze con praticanti del poliamore, sono tutti giovani professionisti, splendenti e totalmente inseriti in società», ha dichiarato Janet Hardy a Rolling Stone. È questa la «nuova norma».

Gli smanettoni ribelli
volevano abbattere
il sistema, ma ora
sono i padroni
del nuovo regime
libertario e libertino

Sesso libero, liberissimo, ma solo in apparenza. Perché il controllo sociale, in verità, è più alto che mai. Come praticamente ogni aspetto della vita, anche la sessualità viene monitorata, controllata, standardizzata. Come nella puntata della serie Black Mirror intitolata Hang the Dj, ogni singolo approccio è calcolato, burocratizzato, robotizzato. Ci sono persino le app per il «consenso informato», ad esempio Sasie e Legalfling. Permettono alle persone che si accingono ad avere rapporti sessuali di siglare una sorta di «accordo pre sesso». In pratica, entrambe le parti si dichiarano consenzienti ed elencano le pratiche a cui sono disposte a sottoporsi. Rick Schmitz, ceo di Legalfling, ha dichiarato al sito Gizmodo: «Chiedere a qualcuno di firmare un contratto prima di fare sesso potrebbe risultare un po’ scomodo e strano. Con Legalfling basta una strisciata per essere sicuri che il tutto sia perfettamente legale». Oh, certo, così si evitano accuse postume di molestie e violenze. In compenso, però, ci si trasforma in robot. Ma del resto, è questo a cui mira la rivoluzione antropologica della Silicon Valley: renderci macchine.

Francesco Borgonovo

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