Roma, 17 ott – “Il sistema (in)visibile”, con quelle parentesi tutt’altro che casuali, ci indica proprio questo “ibrido” tra ciò che è manifesto e ciò che non lo è. Marcello Foa ci parla anche di questo, quando gli chiediamo del suo ultimo libro, nato in seguito a profonde riflessioni maturate dall’ex-presidente della Rai sulla nostra società, sulla nostra identità e su ciò che – amaramente – stiamo diventando.

“Il sistema (in)visibile”, l’intervista a Foa

Cosa ti ha spinto scrivere “Il sistema (in)visibile”?

«Mi ha spinto una sensazione di disagio che ho maturato nel corso degli anni, iniziata quando ero inviato speciale in molti paesi stranieri per il Giornale. Col passare del tempo mi accorgevo che il piacere di scoprire diverse culture e diverse realtà stesse scemando, e non per una mia assuefazione al viaggio, bensì per il fatto di notare come le società stessero cominciando ad assomigliarsi tutte, fin troppo, a mio giudizio. Ho così cominciato a chiedermi come fosse possibile tutto ciò, ho iniziato ad occuparmi di fake news, di manipolazione delle notizie, e questo è un approccio che mi ha aiutato molto per la mia tendenza a “scavare” le informazioni, non accontentandomi di facili risposte. L’approfondimento mi ha permesso di studiare il mondo che viviamo. In realtà avrei voluto scrivere questo libro molto prima: i pressanti impegni – soprattutto istituzionali, in Rai – mi hanno costretto a posticiparlo».

Si può dire che quest’opera nasca dall’amore per le differenze e per le identità?

«Assolutamente sì. Per me il discorso è molto chiaro: guardando alle origini della mia famiglia, ad esempio, sono molto varie. Ma io ho comunque un’identità molto forte, che è quella italiana. Proprio in virtù di questo, trovo che il confronto con altre identità e altre culture mi arricchisca, purché non eroda la mia. Valorizzare l’identità altrui è un elemento di ricchezza per tutti. Al contempo osservare con profondo dispiacere un processo di omologazione e di appiattimento mi ha allarmato e mi ha indotto a scrivere questo libro. Mi auguro di riuscire a far riflettere anche persone che magari hanno delle sensazioni di disagio ma non riescono a trovare delle risposte, con questo approccio oltre che con il ragionamento e la cultura».

A proposito del concetto di “differenza”: perché essa viene inquadrata sempre come fonte di conflitto, e mai come punto di partenza di un dialogo pacifico e rispettoso tra i popoli?

«Perché rientra in quello schema. Oggi viviamo in una società in cui il dibattito è circoscritto in ambiti molto stretti: puoi confrontarti solo se rimani entro uno steccato molto limitato. Tutto ciò che vi fuoriesce è un’eresia che va combattuta a prescindere: così si inibisce l’aspetto più bello della democrazia, ovvero un confronto libero, schietto e possibilmente rispettoso».

Un’ultima domanda sulle “origini” della stesura del libro: l’esperienza come presidente della Rai vi ha influito?

«Sì, nel senso che mi ha permesso di capire quanto sia difficile cambiare dentro le istituzioni. È un punto molto sensibile. Negli ultimi anni soprattutto la cultura grillina ha diffuso l’idea che davvero bastasse “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”…».

Mentre in realtà è solo la punta dell’iceberg…

«Esatto. Più che altro conta sempre meno. Le istituzioni nazionali hanno un doppio limite: il primo è “interno” e l’ho potuto verificare come presidente. Quando si va con le migliori intenzioni, ma ci si trova in un’azienda con 13mila dipendenti e altrettanti collaboratori, essendo sottoposti a vincoli di ogni tipo, pensare di poter cambiare qualcosa in tre anni è veramente illusorio. Poi c’è la questione dell’egemonia: occorre un percorso paradossalmente gramsciano. Gramsci ha insegnato che se vuoi cambiare le cose devi prepararle molto prima e avviare un percorso di penetrazione delle istituzioni, cosa che il centrodestra non ha mai fatto. La Rai ha al suo interno professionalità validissime ed eccellenti che io ho avuto modo di apprezzare e di difendere, ma è un complesso così gigante che con mandati così limitati nel tempo può essere cambiata poco o nulla».

Ma cos’è questo sistema invisibile?

«Il messaggio che lancio con forza nel mio libro è questo: il potere delle istituzioni alle quali siamo abituati a riferirci, in quanto elette dal popolo, in realtà è molto limitato, solo che nessuno lo vuole ammettere. Ciò genera un malcontento popolare perché quasi nessuno riesce a mantenere le promesse elettorali. Il “sistema invisibile” è dunque questo insieme di condizionamenti (alcuni espliciti, ma molti impliciti e non visibili) che comporta la capacità di orientare la società privando i cittadini dei punti di riferimento necessari a un suo sviluppo più genuino».

Secondo te una riforma presidenziale potrebbe aiutare a sviluppare una verticalità del potere in grado per lo meno di rafforzare le possibilità di azione delle istituzioni?

«In teoria sì, ma l’esito non è scontato, se non si capiscono i parametri di fondo di gestione della nostra società. Non è solo l’Italia a subire questi condizionamenti (sebbene da noi i condizionamenti siano particolarmente forti) ma tutte le democrazie occidentali».

Però almeno si potrebbe ridurre una propensione media che è troppo spostata verso l’immobilismo totale dei governi, no?

«Probabilmente sì, sorretti da una maggioranza parlamentare solida, permetterebbe di attuare più rapidamente diverse riforme, quello sì. Ma il problema è che dobbiamo tornare a far coincidere i nostri valori, la nostra realtà con la comunicazione. I Paesi occidentali hanno vinto su queste basi il confronto con l’Unione Sovietica. Dopo la fine della Guerra Fredda è mancata proprio la volontà».

Domanda provocatoria finale: ti cito Gaetano Mosca, uno degli elitisti. Egli sosteneva che non esistesse né la democrazia, né la monarchia, né la dittatura, ma solo l’oligarchia. Per essere sintetici, decide sempre una minoranza a prescindere dalla forma di governo. Forse è inquietante, ma come commenti questo pensiero?

«Citazione brillante, Mosca l’ho studiato all’università, ti ringrazio per la bella domanda. Io penso che in ogni società ci siano minoranze che si formano, e pensare che ci sia una volontà popolare “piatta” è illusorio: è naturale che si formino dei “gruppi di guida”. Il punto è: questi gruppi hanno a cuore il bene della società oppure no? Perché nel primo caso riescono a far sviluppare comunità ammirevoli e ricche sia dal punto di vista culturale che economico. Nel secondo caso si sfocia in regimi oppressivi in cui il popolo viene considerata una variabile di cui si può fare a meno. Così le società diventano “brutte”. Servono “minoranze virtuose”, ecco».

Rispondo al complimento “domanda intelligente” con un altro complimento: “risposta intelligente”. Grazie.

«Grazie a voi». [Ride]

Stelio Fergola

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