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sovranità famiglia denatalità padreRoma, 11 lug – Al primo gennaio 2016 i residenti nel nostro paese risultano essere 60 milioni 665mila, con una perdita di 142mila abitanti rispetto a inizio 2015, secondo i dati del Bilancio demografico Istat. E’ bene tener presente che nel declino perdiamo  soprattutto i giovani, con maggiori squilibri nel rapporto tra generazioni a svantaggio della popolazione potenzialmente più attiva e produttiva. Sembra interessante una sintetica comparazione tra Francia e Italia. Mentre la prima in questi ultimi decenni  ha seguito, e segue ancora, politiche molto incentivanti per la natalità, in Italia, dove non si è seguita alcuna politica per la crescita demografica nazionale, la nostra maggiore denatalità ha prodotto una erosione dei giovani, rendendo  sempre meno consistenti le nuove generazioni. I due paesi hanno, infatti, un numero simile di residenti dai 40 anni in poi ma la  differenza diventa evidente sui trentenni e si amplia nelle età ancora più giovani, con una perdita concentrata sulla popolazione potenzialmente più attiva e produttiva, ovvero sul futuro nazionale. Dagli anni ’80 in poi, l’instabilità dell’occupazione, assieme all’incertezza nelle relazioni affettive, porta sempre più oltre i 30 anni il momento in cui si inizia pensare alla  famiglia. Ma il limite conclusivo del periodo fertile è rimasto purtroppo vincolato alle leggi  della natura: l’età media alla menopausa è poco sopra i 50 anni, ma già dopo i 45 le possibilità di avere un figlio si riducono enormemente.  Il momento riproduttivo più importante è diventato quello tra i 30 e i 34 anni : oggi una nascita su tre si realizza nella classe di età 30- 34 e la classe 35- 39, con il 25% dei nati, supera quella tra i 25 e i 29 (23%).  Lo spostamento  in avanti dell’inizio della vita feconda ha quindi ristretto le possibilità di accesso all’esperienza genitoriale.



Inoltre se sino a qualche anno fa la consistenza numerica delle trentenni era ampia, fattore che ha limitato la caduta della quantità complessiva di nascite nel Paese, stiamo entrando, come detto nel precedente capoverso, in una nuova fase, in cui le potenziali madri sono a loro volta in riduzione, provenendo dalle generazioni nate dopo il 1985, quando la fecondità italiana è crollata ai livelli più bassi al mondo. L’Italia rischia quindi oggi di scivolare in un circolo vizioso: meno figli ieri,  meno madri oggi e quindi ad ancor meno figli domani. La famiglia moderna appare dunque indebolita, multiforme e disorganica, decentrata, stratificata in estensione e superficiale nei sentimenti, palesemente distante dal concetto di famiglia naturale,  come dimostrano diverse nuove consuetudini, quali ad esempio la gravidanza affidata a terzi, l’inseminazione artificiale eterologa, il matrimonio omosessuale e l’adozione nelle coppie omosessuali. Come detto sopra, la generale instabilità economica, affettiva e istituzionale, ha provocato uno slittamento temporale per la costituzione della famiglia, oltre ad una sempre maggiore difficoltà di sopravvivenza del nucleo famigliare. La famiglia moderna non è più la famiglia nella quale siamo nati, cresciuti e siamo stati educati – la grande famiglia verticale con i nonni ed i genitori stabilmente presenti, dove fratelli e cugini  spesso lavoravano insieme prima nell’Italia contadina poi in quella artigiana ed industriale – ma, volenti o no, è quella dove nascono e vengono educati i nostri figli, e dove, rispetto alla famiglia tradizionale, è relativa la figura del padre ed anche quella della madre e dove l’unico centro di gravità è costituito dai figli, attorno ai quali ruotano, con più o meno successo, diverse figure adulte che contribuiscono, nel migliore dei casi, alla loro crescita; oppure abdicano alla loro funzione educativa, delegandola ad altre istituzioni, generalmente la scuola e lo sport, a loro volta in crisi.

La crisi della famiglia determina la crisi delle prime figure educative di riferimento, e la progressiva riduzione del ruolo del regolatore delle misure, ovvero del genitore. Tra le figure della famiglia tradizionale, quella del padre è stata forse la più analizzata – si pensi alle opere di Freud, Kafka, Lacan – in particolare nel suo processo definito di evaporazione, ovvero di progressiva scomparsa dell’autorità paterna. L’idea dell’evaporazione del padre, che ha le sue radici teoriche nell’opera di Freud,   partendo dal noto conflitto di Edipo, si basa sul concetto della funzione regolatoria del padre, e dunque sulla sua capacità di imporre dei limiti alla soddisfazione dei desideri; i desideri però sono alla base dello sviluppo della società dei consumi e non devono, per le multinazionali dominanti, avere dei limiti, anzi vanno costantemente creati e soddisfatti, anche ricorrendo ai debiti: ecco perché, secondo questa teoria, il padre è scomparso e non c’è più limite. Questa idea dell’evaporazione del padre, parte da una visione dell’uomo e del mondo arida ed angosciante, solo basata su eros, peraltro corrotto, e libido per l’accumulazione. Appare soprattutto lontanissima dal vissuto di intere generazioni di italiani e di europei, pervase dallo spirito dei padri e delle madri, che solo con amore, senza doppi fini o funzioni giuridiche, in assoluta naturalezza, hanno cresciuto il mondo. La figura del padre è sopravvissuta, anche se con difficoltà,  a guerre, esplorazioni, commerci, consumismi, analisi psicanalitiche, new media, semplicemente perché è così che va il mondo, perché è nello spirito delle cose, perché lo vogliono i figli. Nel modello della nuova famiglia si può rilevare una trasformazione del ruolo paterno, trasformazione che ha coinvolto però anche la figura materna, che a sua volta  vive un  processo di profondo e difficile cambiamento, anche legato al parallelo percorso di emancipazione economica, reso ancora più complicato dalla grave crisi strutturale dell’economia e della società occidentale, oltre che dall’assenza di alleanze famigliari. Quelli che un tempo erano genitori uniti, sono ora due solitudini.

La crisi della figura paterna è oggi essenzialmente d’autorità. Con l’avvento della scolarizzazione di massa e della società dei consumi sono stati posti al centro i figli; oggi, al centro della famiglia impera l’immagine sociale, pompata da televisione e new media. In più l’alienazione diffusa ed il conseguente bisogno di tempo libero hanno diviso la famiglia in tante attività disgreganti, e spesso la sera parla solo la televisione. Inoltre l’identificazione sociale non è più con il tipo di lavoro e lo stile di vita del padre, ma più spesso con modelli indotti dalle pubblicità televisive, incidendo così sul modello d’autostima paterno, che ha consentito ad intere generazioni di presentarsi ai figli con un adeguato carisma. Ma la crisi della figura paterna rispecchia la crisi generale del sistema sociale: e forse proprio da questo si può partire, dalla certezza che la crisi sia la condizione di vita e che la funzione paterna sia proprio quella di insegnare non la specializzazione o l’apparenza,  ma l’arte iniziatica della sopravvivenza in un sistema in perenne cambiamento. L’atteggiamento del padre può in questo svolgere una funzione esemplificativa e di lenta e graduale emancipazione, quando il bambino è troppo protetto a casa o l’adolescente assorbito dalle playstation, aiutando i figli ad affrontare l’insicurezza di fronte agli altri ed al mondo, per acquisire senso del sé e del limite.
Il padre può e deve con i figli passare al bosco, navigare, andare per paesi stranieri e ascoltare lingue sconosciute, costruire tavoli e sedie. E forse ricreare quelle condizioni di stabilità emotiva necessarie a rilanciare il ruolo della famiglia. Per provare insicurezza, che è salutare per la vita come l’incertezza lo è per per la ricerca.  Questo perché – come rileva Erich Fromm – ” la nostra cultura tende a creare individui che non hanno più coraggio e non osano più vivere in modo eccitante ed intenso. Veniamo educati ad aspirare alla sicurezza, come unico scopo della vita. Ma possiamo ottenerla solo al prezzo di un completo conformismo, e di un’improduttiva apatia. Da questo punto di vista la sicurezza è l’opposto della gioia, poiché la gioia nasce da una vita vissuta intensamente”.

Gian Piero Joime

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