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GIACINTORERoma, 3 mag – Si dice squadrismo e si pensa subito a violenza insensata, a torture infernali, a sovversione armata; ma cosa fu davvero lo squadrismo e perché non si riesce – neanche in forma romanzata-  a narrare senza paraocchi ideologici chi furono gli attori di quel periodo turbolento che precedette la Marcia su Roma? Noi lo abbiamo chiesto a Giacinto Reale autore di “Se non ci conoscete…” (Aga/ Testa di Ferro, pp. 200, € 15), un’imperdibile antologia di racconti ambientati nel periodo dello squadrismo.

Il tuo libro è uno dei pochissimi che fa muovere i suoi personaggi nel periodo dello squadrismo. Come mai, secondo te, questo disinteresse della letteratura (ufficiale e non) per un periodo così ricco di storie originali e di personaggi sopra le righe?

 Tutto credo nasca dal fatto che raccontare una storia di squadrismo vuol dire necessariamente (a meno che non se ne voglia fare un romanzo grandguignolesco) “umanizzare” i personaggi, che pur si muovono in un contesto sicuramente “crudo”, anche se meno di quanto comunemente si crede. Questo, una volta pubblicato il libro, non può non significare, per l’improvvido tentato da una simile avventura, ostracismo assoluto nei circuiti cultural-editoriali, con conseguente insuccesso assicurato. Aggiungerei una seconda osservazione: per parlare – anche in forma narrativa- dello squadrismo, bisogna conoscerlo. E questo comporta studi, ricerche e letture, se solo si vuole andare oltre i luoghi comuni. Troppo faticoso per molti….

Sappiamo che hai in lavorazione un’antologia di memorialistica sempre riferita al periodo dello squadrismo. Come mai ti appassiona così tanto questo tema? Credi che la storiografia ufficiale abbia detto tutto su questo periodo? Credi sia riuscita a cogliere a pieno cosa fu davvero l’epopea dello squadrismo?

La memorialistica, sia pure da “maneggiare con cura”, resta una fonte di informazione irrinunciabile per ricostruire il clima di un periodo, conoscerne i protagonisti, capire le loro motivazioni, sentimenti ed idee, spesso espresse con una sincerità anche disarmante. Non è un caso che fu proprio De Felice a volere la pubblicazione, nel 1980, di quel “Diario di uno squadrista toscano” di Mario Piazzesi che è un vero libro di storia, prima che il racconto di una giovanile avventura. Sulla stessa linea si è messa, di recente, Cristina Baldassini con il suo “Autobiografia del primo fascismo”, attingendo a memorialistica pubblicata durante il Regime, ma non sempre “allineata”, soprattutto da parte di quella base squadrista che si riteneva tradita dal compromesso post Marcia. È una buona strada da seguire se si vuole cogliere davvero, come dici tu “l’epopea dello squadrismo”. Ad essa va però unito –e questo è lavoro per ricercatori più “attrezzati”- lo scandaglio degli Archivi ed anche delle annate dei giornali dell’epoca, che spesso permette di ricostruire i fatti nel loro vero svolgimento, e non nella vulgata tramandata. Per ciò che riguarda il mio particolare interesse (diciamo pure la mia “passione”) per l’argomento, tutto nasce dalla lettura, molti anni fa, della prefazione di Pavolini ad un libro trovato su una bancarella: “Squadrismo fiorentino” di Bruno Frullini. In poche righe, il futuro Segretario del PFR, che fu adolescente squadrista a Firenze, rievocava un clima fatto di “bastonature che nascevano in piazza improvvise…canti irosi nei rioni ostili…vie deserte con le porte e le persiane serrate…temperamenti straordinari colti nell’istante dello scatenamento…vita di capannello e di spedizione” che a me parve –e pare ancora- avere parecchi punti di contatto, sia pure ad un livello di molto minore “intensità”, con quella stagione sessantottina e post che con molti coetanei mi trovai a vivere “dalla parte sbagliata della barricata”.

Quale è stato il miglior libro che hai letto sul periodo storico dello squadrismo?

Il miglior libro letto sull’argomento ed edito nel dopoguerra posso dire essere stato quello citato di Piazzesi, mentre nel periodo fascista credo essenziali, per il loro valore di testimonianza, il numero di “Antieuropa”, la rivista di Asvero Gravelli dedicato per intero, nel 1942, allo squadrismo, e il corposo “Il ventennale” di Marcello Gallian. Due autori che sono stati, sia detto per inciso, i migliori interpreti dell’anima squadrista. Questo per ciò che concerne le testimonianze “dirette”. Per chi ama i fatti, invece, essenziale resta la “Storia della rivoluzione fascista” del Chiurco, in cinque volumi, magari letta – per avere un inquadramento generale- in contemporanea ai primi due volumi della biografia mussoliniana di De Felice, e –per conoscere l’altra versione dei fatti- con il sempre valido Tasca di “Nascita ed avvento del fascismo”.

SQUADRISSSSSMolto spesso al termine squadrismo viene data un’accezione negativa e del tutto fuorviante. Si agita lo spettro dello squadrismo ogni volta che i toni di una qualsiasi protesta o polemica si inaspriscono. Ma chi dà alle fiamme i cassonetti durante un corteo cosa ha a che spartire con quelli che furono i veri squadristi? Non pensi che il rapporto tra la violenza e lo squadrismo sia stato spesso, volutamente, decontestualizzato e strumentalizzato?

Uno dei più grandi falsi terminologici di cui siamo vittime, è proprio quello relativo alla definizione di “squadrismo”, che oggi viene usata solo (e non potrebbe essere diversamente) a sproposito, generalmente con riferimento alla violenza spicciola parapolitica o addirittura da stadio. Lo squadrismo, che ebbe le sue essenziali motivazioni nell’amor di Patria, nell’avversione al disumanizzante comunismo che si stava affermando in Russia, e nella voglia di reagire ad un biennio rosso fatto di prepotenze, nella storia d’Italia fu piuttosto -secondo molti storici- insieme col garibaldinismo, uno dei pochi momenti nei quali i giovani divennero protagonisti e provarono a prendere in mano i destini della Nazione. Non certo quelli di undici mercenari in calzoncini corti…

Intervista a cura di Rolando Mancini

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