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bolzano squadristiRoma, 21 giu – A fine settembre del 1922, il fascio di Bolzano mette nero su bianco le richieste ritenute irrinunciabili per tutelare l’italianità della città. Tra esse, soprattutto: dimissioni del Sindaco Perathoner, bilinguità in tutti i documenti ufficiali, e designazione della scuola di via Elisabetta a “scuola italiana”. Mentre sembra che si possa trovare un’intesa, a far precipitare la situazione ci pensa lo stesso Perathoner, che il 22 settembre provocatoriamente battezza una piazza col nome di “Kaiser Joseph II”. E’ allora che, Starace da Milano e Giunta presente sul posto, avviano i preparativi per quella che poi verrà chiamata “la seconda redenzione di Bolzano”. Fra il 30 settembre e il 1° ottobre si concentrano in città squadre fasciste provenienti da tutta l’Italia del Nord, al comando di De Stefani e Giunta – ma con la presenza anche di molti altri esponenti di rilievo quali Farinacci, Bresciani e Arrivabene – che, per prima cosa, procedono all’occupazione della scuola di via Elisabetta, alla quale viene dato il nome di “Regina Elena”. Il 2 ottobre, mentre altri uomini continuano a giungere in città, si decide la “conquista del Municipio”. Ad essa voglio dedicare due righe, perché, nonostante la presenza dei massimi capi dello squadrismo nazionale, si svolgerà all’insegna di quell’improvvisazione (confinante con la confusione) che è comune praticamente a tutta la stagione squadrista, nonostante i vinti di ieri e i loro epigoni di oggi continuino a parlare – per giustificare la propria sconfitta – di “organizzata e ben diretta potenza militare” degli uomini in camicia nera.

Stando alla cronaca del Popolo d’Italia, nell’intera operazione ci sono vari tempi, con vari attori, che rischiano, accavallandosi, di provocare un dramma:

1) Un primo gruppetto di fascisti, guidato da De Stefani e Arrivabene penetra, intorno alle 15,30,  nel cortile del Municipio, ed avvia una trattativa con gli Ufficiali del Reparto di guardia per un indolore passaggio di consegne; un secondo gruppo, con alla testa Giunta e Starace arriva di lì a poco, e si attesta sul portone, frattanto chiuso.

2) Un terzo gruppo di veronesi, forte di una cinquantina di elementi, al comando di Giovanni Eliseo (carismatico  capo degli squadristi, agli onori della cronaca anche negli anni successivi per il suo temperamento irruento e le sue idee “intransigenti”), sopraggiunge in quel mentre, e  gli uomini “si lanciano all’attacco subito, (così che) ne nasce una colluttazione tremenda”. La loro sorte sarebbe segnata anche per l’arrivo di un rinforzo di truppa con Questore e Colonnello dei Carabinieri, se sulla piazza non sbucasse, all’improvviso un quarto foltissimo contingente fascista, al comando di Italo Bresciani, che si dispone, a centurie affiancate, di fronte al Municipio.

A questo punto il parapiglia è inevitabile: “D’un tratto, da una finestra si ode un fischio: è Arrivabene che ordina l’assalto. Le centurie, con alla testa Bresciani, si avventano sotto: è veramente un momento tragico. Sulla porta del Municipio, fra la strettezza del porticato, è una lotta accanita. Parte degli squadristi, con Bresciani, sono già nel cortile contro la seconda resistenza. Gli altri, con l’on Giunta, sono presi in mezzo dai Carabinieri che non hanno alcuna voglia di mollare. Dei moschetti si alzano. Dei pugni volano. Si prevede la tragedia di minuto in minuto. Vi sono dei feriti da una parte e dall’altra. I fascisti gridano: “Non sparate ! Viva l’Italia !”. La pressione aumenta. Un ultimo sforzo e il portone cede all’irruzione. Tutti i gagliardetti penzolano dalle finestre”. Alla fine si conteranno una quindicina di feriti fascisti e una decina tra le Forze dell’Ordine.

Giacinto Reale

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2 Commenti

  1. La citata operazione su Bolzano faceva parte della cosiddetta riconquista dell’Alto Adige voluta dallo stesso Mussolini in preparazione dell’imminente “Marcia su Roma”. Non solo il citato sindaco di Bolzano ma anche il Regio Commissario per il Trentino-AltoAdige Cedraro si opponevano di fatto all’italianizzazione della Regione o per spinte simpatie filoasburgiche o per semplice pavidità come appunto il Cedraro che sosteneva”non si potesse comandare in casa d’altri”. Di fatto quindi le leggi italiane erano pressoché non applicate e si continuava a governare come se la Regione facesse ancora parte dello sconfitto Impero Austro-Ungarico.Mussolini temeva che ,a seguito degli sconvolgimenti che sarebbero avvenuti con la Marcia su Roma, in Alto Adige avrebbero potuto approfittarne per dichiarare un’indipendenza o una riaffiliazione all’Austria e per questo ordinò l’invasione di tutto il Trentino-Alto Adige da parte di un nutrito contingente di squadristi.Questo avvenne anche in altre zone d’Italia, laddove esisteva una forte presenza filo bolscevica ,per impedire che in occasione della confusione che sarebbe derivata dalla Marcia su Roma queste forze eversive potessero creare problemi e rivolte contro l’Italia ed il Fascismo.In altri termini dall’agosto 1922 sino a poco prima del 28 ottobre vennero mobilitati decine di migliaia di squadristi per un’operazione di “bonifica preventiva” e conseguente presidio sui territori a rischio.Questo fa capire come la mobilitazione non si ridusse solo alle colonne in marcia su Roma ma ebbe un respiro molto più ampio.La fonte da cui sono state tratte queste integrazioni è “Storia del Fascismo” di Pino Rauti e Rutilio Sermonti ed.CEN Roma.

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