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Roma, 2 apr – Siamo certi di conoscere le reali potenzialità di trasmissione dell’infezione da coronavirus? E’ l’interrogativo che molti ricercatori si stanno ponendo con la propagazione dell’epidemia a livello ormai globale. Si moltiplicano così gli studi che indagano su velocità, permanenza nell’aria e distanza percorsa dalle goccioline di saliva vettore del contagio, l’ultimo dei quali è quello apparso sulla rivista medica americana Jama e ripreso dal Corriere.



Vecchia classificazione

La ricerca, condotta da Lydia Bourouiba del Massachusetts Institute of Technology di Cambridge, aprirebbe nuovi preoccupanti scenari sulle modalità di contagio via starnuto, accantonando la distinzione, in voga dagli anni ’30, tra droplets (le goccioline respiratorie vettori dell’infezione) “grandi” e “piccole”. Quelle classificate come grandi, erano ritenute responsabili della contaminazione a corto raggio perché, dato il peso, tenderebbero a depositarsi nelle vicinanze. Mentre le piccole, piuttosto che depositarsi, si pensava evaporassero nella forma di particelle chiamate “nuclei di goccioline” o “aerosol”, responsabili della trasmissione sulla lunga distanza.

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Una nube che intrappola le droplets

Una classificazione che ricerche più recenti non solo smentiscono, ma bollano come inefficace ai fini dell’applicazione di misure di contenimento del virus basate su questa teoria. E’ infatti ormai dimostrato che le esalazioni, gli starnuti e la tosse sono formate da una nuvola di gas che intrappola e trasporta al suo interno le droplets stesse. L’atmosfera all’interno della nuvola non consente alle goccioline contenute di evaporare per molto più tempo di quanto si verificherebbe se le goccioline fossero isolate.

8 metri di distanza

Questo comporta che un droplet, prima di depositarsi, possa resistere all’interno della nuvola fino a un tempo mille volte più lungo – da una frazione di secondo, a interi minuti. Inoltre, trovandosi all’interno della nuvola ed essendo soggette alla sua spinta, le droplets pesanti vengono spinte ad una distanza maggiore. Insomma, lo studio calcola, in base all’analisi di alcuni fattori tra cui umidità e temperatura ambientale, che una nuvola gassosa originata da uno starnuto possa spostarsi fino a 7-8 metri di distanza. Quanto restano in aria queste goccioline? Questo dipende dai fattori esterni: il flusso d’aria dei sistemi di ventilazione, la temperatura, l’umidità.

Rivedere le raccomandazioni?

Se questo studio fosse confermato le raccomandazioni per evitare il contagio andrebbero completamente riviste. La distanza di sicurezza di un metro tra personale sanitario e pazienti con sintomi respiratori (tosse e starnuti), per esempio, non sarebbe più sufficiente. Non solo: i ricercatori avvertono che le mascherine Ffp2 e Ffp3 attualmente in uso per contrastare la trasmissione del virus potrebbero non essere più adatte per fermare le caratteristiche delle emissioni respiratorie evidenziate nello studio.

Cristina Gauri

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