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Roma, 31 mag – E’ notizia di questi giorni di come il governo gialloverde abbia stanziato oltre un milione di euro per le associazioni partigiane. Una cifra enorme. La maggiore associazione partigiana, l’Anpi, vanta 130mila iscritti: di questi, solo novemila sarebbero davvero ex partigiani, anche se la cifra ci sembra eccessiva se non altro per ragioni anagrafiche. Nessuno degli altri 120mila, ovviamente, ha fatto la guerra e non ha neanche prestato servizio militare. Secondo i dati dell’Anpi, coloro che avrebbero ufficialmente partecipato alla guerra di liberazione erano 8000 nel 2014, circa 6700 nel 2015 e 5000 nel 2016. Riducendosi di circa 1500 ogni anno, entro il 2020 non ce ne sarà più nessuno. Ma l’Anpi continuerà ad essere piena di iscritti, giacché aperta a chi condivida i valori dell’antifascismo

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Chi, invece, il servizio militare e magari la guerra, pudicamente mascherata come Missioni di pace all’estero, l’ha fatta davvero viene considerato assai meno dall’attuale governo. Pensiamo ai militari che negli anni ’80 hanno prestato servizio in Libano o quelli che, negli anni ’90, sono stati in missione in Somalia, in Afghanistan, in Bosnia, in Kossovo, in Iraq o nelle missioni Nato, iscritti alle Associazioni d’Arma, ricevono assai meno risorse rispetto all’Anpi ed alle altre associazioni partigiane, che pure rispetto alla prima ricevono solo le briciole. E non ci si venga a dire che l’Anpi abbia maggiore titolo morale, per dire, dell’Associazione Nazionale Alpini con il suo mezzo milione di iscritti e ben più presente sul territorio, anche come Protezione civile.

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Cos’è l’Anpi?

Alla data del 5 aprile del 1945, anno in cui venne designata come ente morale, l’Anpi comprendeva unitariamente tutti i partigiani italiani ed era retta da un consiglio formato da rappresentanti delle varie formazioni che avevano operato in tempo di guerra, ma già nel primo Congresso nazionale, indetto a Roma nel 1947, fra le varie componenti emersero divergenze in ordine a questioni di politica interna ed estera, soprattutto per la subalternità dei comunisti alla politica sovietica, di cui i reduci delle brigate Garibaldi – che, lungi dall’aver deposto le armi continuavano ad essere il braccio armato in Italia, proseguendo nell’azione di soppressione anche fisica di chi fosse considerato non solo fascista o reduce della RSI, ma anche un avversario politico, anche se partigiano, o nemico di classe, soprattutto in aree come certe zone del Veneto e del Piemonte ma soprattutto nel famigerato Triangolo della Morte emiliano, che Guareschi ribattezzò sul Candido il Messico d’Italia – erano il braccio armato. Senza pensare all’appoggio fattivo dei comunisti italiani alla pulizia etnica in Istria e Venezia Giulia, con episodi che coinvolsero anche partigiani non comunisti, come alle Malghe di Porzus, a Gorizia, a Trieste, perché contrari alle mire titine sul confine orientale.

Divisioni iniziate già durante la guerra, dal momento che i comunisti perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la resistenza muoveva i primi passi: volevano essere la forza principale della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: imporre la dittatura del proletariato e fare dell’Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare di impronta stalinista schierata con l’Unione Sovietica.

Il colonnello statunitense John H. Hougen nella sua The Story of The Famous 34th Infantry Division scrisse:

Gli uomini della 34th Division videro fuggire presunti fascisti falciati dagli incalzanti partigiani e furono testimoni di massacri di massa di uomini cui non era stata concessa neppure una parvenza di processo. Questa anarchia durò fino a quando gli alleati e il governo italiano riconosciuto presero il controllo della situazione con mani forti e fecero inutili sforzi per indurre i partigiani a deporre le armi e dedicarsi ad opere di pace. Nonostante anche promesse di ricompense il tentativo fallì e allora dovettero imparare che gli estremisti partigiani erano comunisti fanatici i cui scopi e obiettivi manifesti erano di ottenere il controllo dell’Italia. Con la massima franchezza ci informarono che le armi e le munizioni nascoste sulle montagne sarebbero state in breve rivolte contro gli odiati capitalisti[1].

Anche il colonnello brasiliano Adhemar Rivermar de Almeida nel suo Montese. Marco Glorioso de uma Trajetoria non dà un quadro migliore dei partigiani comunisti:

La nostra missione si riduceva praticamente a custodire alcuni servizi pubblici e a reprimere le manifestazioni che perturbavano l’ordine causate dal permanere di atti di vera e propria barbarie provocati dai partigiani, atti che erano in contrasto con l’elevato livello di civiltà degli abitanti del nord della penisola italiana. Da tutte le parti si evidenziava una grande attività dei comunisti avidi di conquistare il potere[2].

Per inciso, storicamente è quantomeno inesatto definire combattenti della libertà i partigiani comunisti che combattevano con lo scopo dichiarato di instaurare una dittatura di tipo sovietico sotto l’egida dell’URSS di Stalin, di sicuro non più democratica di quella mussoliniana. I succitati brani dimostrano come anche gli alleati ne fossero coscienti e preoccupati.

Per raggiungere tale scopo rivoluzionario ogni mezzo era buono, dalla soppressione dagli avversari, anche appartenenti a formazioni partigiane di diverso orientamento, si pensi alle già citate malghe di Purzus o alle sospette morti di comandanti come Lupo e Bisagno, sino alla delazione, come avvenne a Roma con le denunce che portarono alla distruzione dei trotzkisti di Bandiera Rossa, i quali per i comunisti erano, come già in Spagna, avversari quanto i fascisti, massacrati alle Fosse Ardeatine.

Di ciò i vertici della resistenza non comunista erano ovviamente ben consci.

Bisogna qui ricordare Giovanni Pesce, il nome di copertura era Visone, aveva comandato i Gap di Milano, i piccoli nuclei partigiani comunisti che agivano in città con attacchi di pretto stile terroristico, assassinando alle spalle con colpi di pistola l’obbiettivo, di solito isolato: caddero così Ather Capelli a Torino – ucciso proprio da Pesce – Aldo Resega a Milano, Igino Ghisellini a Ferrara, l’archeologo Pericle Ducati a Bologna, il filosofo Giovanni Gentile a Firenze.

All’inizio del 1948, Pesce era il segretario provinciale dell’Anpi di Milano, il 29 febbraio di quell’anno, nella relazione al congresso che l’avrebbe rieletto, Pesce ebbe accenti di grande asprezza nei confronti dei partigiani anticomunisti usciti dall’Anpi: li accusò di utilizzare il denaro della Confindustria, e non per fini assistenziali, bensì per costituire delle squadre filo-fasciste. E subito dopo dichiarò che l’Anpi avrebbe sostenuto il Fronte Popolare, perché, spiegherà poi, era il naturale sbocco delle nostre attese democratiche. Il libro di Pesce – non scritto da lui, uomo di mediocrissima se non nulla cultura, ma da Roasio, esponente del Pci – La guerra dei GAP sarebbe divenuto il livre de chevet dei brigatisti rossi negli anni settanta.

Carlo C. di Santafusca

[1]J. H. Hougen, The Story of The Famous 34th Infantry Division, Arlington 1949,

[2]A. Rivermar de Almeida , Montese. Marco Glorioso de uma Trajetoria, Brasilia 1985.

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2 Commenti

  1. […] Gli uomini della 34th Division videro fuggire presunti fascisti falciati dagli incalzanti partigiani e furono testimoni di massacri di massa di uomini cui non era stata concessa neppure una parvenza di processo. Questa anarchia durò fino a quando gli alleati e il governo italiano riconosciuto presero il controllo della situazione con mani forti e fecero inutili sforzi per indurre i partigiani a deporre le armi e dedicarsi ad opere di pace. Nonostante anche promesse di ricompense il tentativo fallì e allora dovettero imparare che gli estremisti partigiani erano comunisti fanatici i cui scopi e obiettivi manifesti erano di ottenere il controllo dell’Italia. Con la massima franchezza ci informarono che le armi e le munizioni nascoste sulle montagne sarebbero state in breve rivolte contro gli odiati capitalisti[1]. […]

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