Roma, 6 apr – La strage di via D’Amelio in cui perse la vita Paolo Borsellino non sarebbe “mano esclusiva” di Cosa nostra, secondo quanto affermato dai giudici di Caltanissetta e come riportato dall’Ansa.

Strage di via D’Amelio, non solo la mano mafiosa

I magistrati siciliani hanno scritto che “l’istruttoria dibattimentale ha consentito di apprezzare una serie di elementi utili a dare concretezza alla tesi della partecipazione (morale e materiale) alla strage di Via D’Amelio di altri soggetti (diversi da Cosa nostra) e/o di gruppi di potere interessati all’ eliminazione di Paolo Borsellino”. Quali sarebbero questi soggetti? Non se ne ha alcuna idea precisa e, probabilmente, non si avrà mai. Ma intanto a far sorgere forti sospetti è “l’anomala tempistica della strage (avvenuta a soli 57 giorni da quella di Capaci), la presenza riferita dal pentito Gaspare Spatuzza di una persona estranea alla mafia al momento della consegna della Fiat 126 imbottita di tritolo e la sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino”. Già, la “famosa” agenda.

Si legge ancora: “La presenza anomala e misteriosa di un soggetto estraneo a Cosa Nostra si spiega solo alla luce dell’appartenenza istituzionale del soggetto, non potendo logicamente spiegarsi altrimenti il fatto di consentire a un terzo estraneo alla consorteria mafiosa di venire a conoscenza di circostanze così delicate e pregiudizievoli per i soggetti coinvolti come la preparazione dell’autobomba destinata all’uccisione di Paolo Borsellino”. “Ri-già”, le istituzioni. Ma perché? Una ragione, forse, è molto più logica di quanto si possa pensare.

Provocare massima indignazione pubblica e una reazione necessaria dello Stato?

Salvare la faccia e il prima possibile. La logica porta a pensare anche a un’evoluzione di questo tipo, sui misteri che attanagliano la strage di via D’Amelio sui quali, questo va ribadito, non si possono avere certezze e forse non si avranno mai. Ma ciò non ci impedisce di fare qualche ragionamento sulla questione. Sul fatto che Totò Riina, per quanto iniziatore di una politica decisamente sanguinaria anche per gli standard di Cosa nostra, non avesse interesse a fare fuori un magistrato a meno di due mesi dall’assassinio di Giovanni Falcone, molto si è discusso ed è difficile ritenerla un’ipotesi peregrina. Sono gli stessi giudici di Caltanissetta a sottolineare come “non è aleatorio sostenere che la tempistica rappresenta un elemento di anomalia rispetto al tradizionale contegno di Cosa nostra volto, di regola, a diluire nel tempo le sue azioni delittuose nel caso di bersagli istituzionali (soprattutto nel caso di magistrati) e ciò nella logica di frenare l’attività di reazione delle istituzioni”.

Ciò su cui non si è riflettuto abbastanza, forse, è il fatto che la reazione dello Stato “scoppi” proprio dopo l’assassinio di Borsellino. Una reazione che media e opinione pubblica richiedevano a gran voce, perché la figuraccia delle istituzioni aveva superato ogni limite di indegnità, di fronte a una mafia che sembrava fare letteralmente qualsiasi cosa desiderasse. Dunque, un “tappo” era necessario. Un tappo che, però, ancora non veniva posto. L’uccisione di Borsellino ha creato le condizioni perché venisse posizionato, e questo è un dato di fatto (uno dei pochissimi riscontrabili). Gli arresti di Riina, di Brusca e “compagnia cantante”, successivi a via D’Amelio, appaiono come una conseguenza. Di norma, chi ragiona in modo freddo e lucido senza curarsi delle vittime sono i servizi segreti, da sempre focalizzati sugli obiettivi a prescindere dai mezzi impiegati. Ci potrebbero essere loro dietro la strage? Non lo sapremo mai. Ma provare a ragionare è il primo passo per evolvere e per imparare lezioni utili per il futuro.

Stelio Fergola

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