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magneti marelliRoma, 4 ago – Quasi 3 miliardi. Un prezzo di tutto rispetto per una storica realtà italiana, la Magneti Marelli, che finisce sotto l’occhio di Samsung. Il colosso asiatico dell’elettronica sta cercando di espandere le proprie attività anche al di fuori della Corea del Sud e Magneti Marelli, oltre ad essere potenzialmente la più grande acquisizione mai effettuata dal gruppo, sembra rispondere perfettamente agli obiettivi si diversificazione.



Nata nel 1919 da un’alleanza tra Fiat e la Ercole Marelli, da sempre si occupa del ramo componentistica per automobili. Se ad inizio secolo gli ambiti di attività erano “limitati” a batterie, alternatori e poco altro, compresa qualche puntata negli apparecchi radiotelevisivi, con il tempo l’integrazione all’interno di Fiat e alcune acquisizioni mirate ha via via dilatato il proprio raggio d’azione, affermandosi infine come protagonista fra i produttori di sistemi elettronici, di infotainment e controllo del motore. Un settore in decisa espansione, appetito dai grandi giocatori internazionali. E sul quale Fiat non sembra aver intenzione di puntare. Della cessione di Magneti Marelli – che fattura 7.2 miliardi, controlla 85 stabilimenti e quasi 40 centri di ricerca, impiegando oltre 30mila lavoratori – si parla almeno da quando Marchionne é arrivato alla guida del gruppo torinese. Se all’epoca la cosa poteva essere giustificata dal bisogno di reperire risorse fresche, ora Fca é una realtà solida senza la necessità di far cassa immediata. Anzi, vista la disponibilità ad investire, Magneti Marelli potrebbe essere opzione da considerare viste le potenzialità di sviluppo del settore in cui opera, che si va via via sempre più integrando con quello dell’automobile.

L’operazione con Samsung, che potrebbe concludersi entro fine anno, assume così i contorni di un poco lungimirante disimpegno, in specie considerando che l’azienda rischia di essere “spacchettata”, cedendo ai coreani solo la parte dell’elettronica e tenendo tutto il resto in casa Fiat. Uno spezzatino che fa male alla (im)politica industriale italiana.

Filippo Burla

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