Firenze, 14 mar – Sono giorni duri per gli inguaribili maschilisti toscani. Come riportato da Il tirreno la Regione ha deciso di dare vita ad una svolta anti sessista senza precedenti, imponendo un nuovo linguaggio amministrativo che sia finalmente rispettoso dei diritti e delle sensibilità delle donne. Nel vademecum di ben dieci pagine si mettono al bando parole foriere di forti discriminazioni come “i lavoratori” o “i cittadini”, che saranno sostituite nei documenti ufficiali con “Il personale” e “la cittadinanza”.

Alla base della rivoluzione culturale della regione che diede i natali a Dante Alighieri c’è la volontà di sostituire i sostantivi maschili con i “nomi collettivi” o “promiscui” (quelli che assumono il genere in base all’articolo tipo “il professionista”). Il principio base è che in italiano “il neutro non esiste”, tanto che tra i nomi promiscui da utilizzare figurano diversi anglicismi come “leader” o manager”.

Nel solco della linguista femminista Alma Sabatini

Sempre al fine di evitare le discriminazioni di genere e nell’ottica di “neutralizzare” si invita inoltre ad utilizzare la forma sintattica passiva o l’utilizzo della forma impersonale. Ad esempio invece  del terribile e maschilista “i candidati devono allegare alla domanda” si può scrivere “alla domanda devono essere allegati” e altre amenità del genere. Non poteva mancare il diktat in stile boldriniano sulla declinazione al femminile delle cariche amministrative.

Alla base del nuovo corso anti sessista della Regione Toscana ci sono le indicazioni di due “linguiste” femministe, Alma Sabatini e Cecilia Robustelli. La prima scrisse nel 1986 il libro “Il sessismo nella lingua italiana”, la Robustelli ha redatto l’anno scorso le “linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo del Miur” e si occupa per l’Accademia della Crusca di linguaggio di genere. Proprio le indicazioni della Robustelli sono alla base del documento voluto dalla Regione Toscana.

Complicarsi la vita

“L’uso da parte della pubblica amministrazione di un linguaggio amministrativo facilita anche l’accettazione di neologismi e il superamento di retaggi culturali che ancora oggi si basano sulla preminenza del genere maschile”, spiega la Regione Toscana. Per la giunta di Enrico Rossi il presupposto è che “non esistono regole da applicarsi meccanicamente ai documenti: anzi occorre trovare la soluzione più idonea al tipo di testo tenendo conto della compresenza di più referenti e del tipo di destinatario e valutare caso per caso la soluzione più opportuna”.

Altro che semplificazione, questo è l’esempio pratico di come si possono complicare inutilmente le cose inseguendo l’ideologia dei “diritti un tanto al chilo” e della dittatura delle “sensibilità”.

Davide Di Stefano

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5 Commenti

  1. Quello che la grande menzogna femminista chiama “retaggio culturale” è invero la visione del mondo virile, guerriera ed aristocratica dei grandi popoli indoeuropei fondatori di città e civiltà, di cui la “tosca favella”, in quanto figlia linguistica della Grecia e di Roma, rappresenta l’eredità da amare e conservare. Se per le femministe tutto ciò è “offensivo” o addirittura “retaggio di oppressione”, devono avere il coraggio di adottare un altro idioma (non indoeuropeo), magari pescandolo dalle “bellissime” società matriarcali (preistoriche ed io direi pure pre-umane) che piacevano alla Gimbutas e compagne e che, con i loro “più civili” valori femminei, (pseudo)pacifisti e (pseudo)egalitari, sono rimaste fuori dalla storia, prigioniere del tutto indifferenziato dell’umano primordiale (come del resto inevitabile per chi depone il proprio principio “spirituale” nella matrice cosmica della “grande madre” da cui ogni individuo dirama e a cui ogni individuo ritorna dopo un’esistenza effimera). Non hanno alcun diritto a falsificare un linguaggio
    nato, all’opposto, da quella “virilità olimpica” (che peraltro ad ogni piè sospinto definiscono “civiltà dello stupro” o comunque banalizzano come “maschilismo”) senza la quale non sarebbe sorta nè la lingua nè alcun altro strumento della nostra civiltà. La “preminenza del genere maschile” di cui ci si lamenta con questa bacchettate politicamente corrette ha significato all’alba della storia una preminenza innanzitutto etico-spirituale del genere per cui (fino dal grado di spermatozoo) vita e vittoria coincidono, per cui la vera vita non è banalmente quella corporale e conservativa data (indistintamente a tutti) dalla madre (bensì quella spirituale ed ascendente data dal padre e cui si accede, selettivamente, per rito iniziatico), per cui il “superamente dell’umano” è stato qualcosa di praticato nei fatti storici molto prima della teorizzazione nietzscheana (questo e non altro significa la divinizzazione, ad esempio, del fondatore Romolo, divenuto nume durante la tempesta).
    Ma viviamo in tempi in cui i meriti sono divenuti colpe (ennesimo effetto a distanza della sovversione dei valori operata dal cristianesimo!), per cui aver generato la lingua e la scienza diviene argomento per accusare noi uomini di “uso sessista della lingua” e di “discriminazione delle donne nella fisica” (vedi l’ignobile caso Strumia).

    P.S.
    Ora la misura è ormai colma e prima o poi queste femministe “mainstream” dovranno pagare care le loro menzogne ideologiche, le loro bugie parascientifiche, le loro appropriazioni indebilte (anche linguistiche ora!), e soprattutto le loro iniquità (economiche, giudiziarie, morali). Se non loro, le loro figlie….(non penso, arrivate al capolinea oggi le bugie liberal-progressiste in genere, possa nascere un’altra generazione di zerbini pronta a supportarle come succede oggi, e se anche dovesse nascere, le nuove generazioni di islamici italianizzati la stroncheranno di giustezza).

  2. La grafia è già stata cambiata: pensate a venti anni fa quando le insegne degli uffici pubblici o delle stazioni ferroviarie erano tutte in stampatello maiuscolo.

  3. è da augurarsi che questo fanatico delirio femminista provochi finalmente anche nella terra del padre della lingua italiana un sussulto tale da ridurre il Pd al lumicino

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