Roma, 21 set – La legge 833 del 1978 istituiva il Servizio Sanitario Nazionale che assicurava l’uguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio. L’articolo 32 della Costituzione, cui la legge si ispirava, immaginava un servizio sanitario vasto ed inclusivo. Il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale è integralmente pubblico ed è coperto dalla fiscalità generale, con una piccola percentuale (3%) garantita da ticket a carico degli utenti. Gli erogatori di prestazioni sanitarie in Italia sono per 2/3 pubblici e per 1/3 privati e gli enti deputati alla gestione delle prestazioni sanitarie sono le Regioni con risorse annuali.

E’ da molto tempo che le Regioni sono costrette a risparmiare sulla spesa sanitaria, poiché secondo l’interpretazione comune si spende troppo per la salute pubblica e negli ultimi anni ci sono stati una serie di interventi destinati a ridurre i costi, comprimere le spese, eliminare gli sprechi. Ce lo chiede l’Europa? No, perché in Italia la spesa sanitaria si è fortemente contratta mentre i Paesi europei l’hanno aumentata, così come gli investimenti nel settore per migliorare il sistema. In Italia non tagliamo perché siamo bravi, ma perché viviamo in un sistema molto competitivo rappresentato dal mercato unico, col risultato che gli Stati più forti incrementano il welfare, gli Stati più deboli lo affossano, invocando quei “tagli agli sprechi” destinati a trasformarsi in tagli ai servizi.

Vogliono privatizzare il Servizio Sanitario Nazionale?

Questo rischio è stato ampiamente evidenziato negli ultimi anni sia dalla magistratura contabile, sia dagli enti di riferimento delle realtà locali, da tempo preoccupati che una politica di tagli eccessivi rischi di spazzare via quell’assistenza gratuita (per modo di dire) e universale che rende un Paese civile. Purtroppo questo trend non si è mai invertito e, tra l’altro, non si giustifica né con dati reali, né guardando ai sistemi sanitari dei nostri vicini. Ciò che appare incontrovertibile è la privatizzazione progressiva del nostro Sistema Sanitario Nazionale e la sua trasformazione in un grande affare per le compagnie assicurative. Giova fare alcune riflessioni.

La politica vergognosa dei tagli alla spesa porta alla contrazione della spesa sanitaria pubblica, tra il 2006 e il 2015, di circa 25 miliardi di euro, fatto che impone il blocco delle assunzioni del personale medico e paramedico, blocco contrattuale, blocco dei riposi e blocco delle ferie. Negli ultimi 10 anni sono stati tagliati 70mila posti letto e gli ospedali hanno perso 175 unità, ciò vuol dire che ogni Regione ha perso, più o meno, una decina di ospedali sul territorio, inutile sottolineare le pesanti ricadute sui cittadini.

Si è proceduto all’accorpamento delle ASL che da 642 negli anni ’80 sono scese a 101 nel 2017, per non parlare dei LEA che da gratuiti diventano a compartecipazione economica (ticket) o delle famose “liste d’attesa”, dove il paradosso è rappresentato da una media di 6 mesi per una visita oculistica o 12 mesi per una visita oncologica o neurologica o 13 mesi per una mammografia o ecografia (in media) nonostante un accordo tra ministero e Regioni di non superare tempi di attesa fino a 60 giorni che comunque non sono pochi.

Un servizio non più gratuito né universale

Ovviamente il cittadino fa di tutto per risolvere il suo problema di salute e chi può paga di tasca sua le prestazioni sanitarie nel privato e, se deve, affronta viaggi fuori Regione o dove gli sembra di ricevere soluzioni adeguate. E chi non può permettersi di affrontare queste spese cosa fa? Come si concilia l’universalità della legge 833 con l’art.32 della Costituzione per questa categoria di persone?

Altro grave problema è rappresentato dal progressivo pensionamento dei medici di famiglia che non verranno sostituiti se non in minima parte visto il blocco del turnover e delle assunzioni di cui si è già parlato, fatto già denunciato dalle Associazioni nazionali di categoria. E ciò vale anche per i medici universitari, per gli specialisti ambulatoriali e per i medici ospedalieri. Eppure nelle ultime elezioni politiche nessuno si è caratterizzato nel porre l’attenzione su un problema così urgente. Anzi, i vari programmi erano assai latitanti sulla questione, come se assolutamente incapaci di mettere in campo una minima strategia per affrontare il cambiamento epocale che si profila all’orizzonte.

E’ comunque interessante notare che i nostri politici sono assai sensibili quando si tratta della propria salute, poiché una parte dei compensi parlamentari copre l’assistenza integrativa per deputati, senatori, parenti e conviventi. Nel 2014, risulterebbero rimborsi pari a 11 milioni e 150mila euro per i deputati e 6 milioni e 100mila euro per i senatori. Naturalmente la copertura economica per i parlamentari è garantita dalle tasche dei cittadini italiani. Giova ricordare, per completezza, la mozione approvata dal Consiglio nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e Odontoiatri del 13/01/2018, autentico bollettino di guerra sullo stato della nostra salute pubblica: “Per le insensate politiche di de-finanziamento, la sanità pubblica, contro la nostra volontà, non garantisce correttezza e adeguatezza delle cure, poiché oggi si considera appropriato solo ciò che è compatibile con le risorse disponibili e non ciò che è adeguato alle necessità della cura. L’obiettivo politico dei Governi, delle Regioni, delle Aziende è ridurre progressivamente, nel tempo, i costi di farmaci, esami clinici e diagnostici, presidi, trattamenti, tagliando così, d’imperio, i bisogni reali delle persone, ma soprattutto il loro diritto alla salute, e alterando il ruolo del medico”.

Il disinteresse della politica

Inutile dire che questo pubblico documento non ha allarmato per niente la classe politica, anzi il suo agire (blocco del turnover, riduzione posti letto, accorpamento ASL etc..) sembra andare nella direzione della progressiva destrutturazione del Sistema Sanitario Nazionale, generando un business molto appetibile per le compagnie di assicurazione che fuggono dal ramo della Responsabilità civile dei medici per ovvie ragioni.

A questo punto appare chiaro che i cittadini per curarsi attingono ai loro risparmi (quelli che possono) pur di avere un’assistenza dignitosa, fatto che si evince dall’aumento della spesa privata, molto cresciuta dal 2008 ad oggi e coincidente con investimenti pubblici dello 0,6% dal 2007 al 2013. Pagare, quindi, per usufruire del diritto costituzionale alla salute si sta rivelando una triste realtà. Si comprende bene come le compagnie assicurative, abbandonata la Rc dei medici, molto onerosa per loro data la condizione di rischio permanente in cui è costretta ad operare la categoria, abbiano rivolto le loro attenzioni verso una prateria rappresentata dai cittadini che progressivamente rivolgono la loro domanda di salute alla sanità privata.

Quindi si demolisce la sanità gratuita e si ricorre a quella privata che, indubbiamente, offre servizi venduti come migliori ed offre una serie di vantaggi sia per i benestanti che per le classi meno agiate (rapidità di accesso, orari di apertura, scelta dei medici e degli specialisti etc..). E’ del tutto evidente che la spesa sanitaria privata è davvero iniqua considerando i presupposti della legge istitutiva 833 e l’art. 32 della Costituzione in quanto colpisce i meno abbienti, gli anziani e i territori depressi. Eppure ciò non sembra un ostacolo alla sua inesorabile espansione e crescerà inevitabilmente nel futuro. Tutto il comparto dell’economia Paese destinato alla cura delle persone, all’assistenza e alla previdenza è un sistema che vale più di 173 miliardi di euro e muove denaro più delle attività finanziarie, dei trasporti, delle costruzioni e delle attività ricettive e di ristorazione.

Il punto importante da considerare è che mentre in Europa si ricorre alle polizze sanitarie, in Italia i cittadini che si rivolgono alla sanità privata lo fanno di tasca propria o perché non trovano adeguate risposte nella sanità pubblica o perché costretti a pagare quella tassa occulta definita ticket. Queste persone in costante crescita alla fine sono un notevole territorio di caccia per le compagnie assicurative perché tanto vale, allora, stipulare una polizza che promette di coprire ogni necessità personale e familiare. E se, ad oggi, la questione sembra ancora poco espansa, col tempo, e col peggiorare progressivo del Servizio Sanitario Nazionale pubblico, si arriverà dal passato di una sanità universale e gratuita al futuro di un sistema a forte componente assicurativa che si reggerà su due pilastri, pubblico e privato. Peccato che quello pubblico abbia quasi certamente i giorni contati, e, dispiace constatare, nell’indifferenza generale della politica italiana. Complice o incapace?

Maria Teresa Baione

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