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Roma, 19 mag – Uscita il 10 maggio scorso sulla piattaforma Netflix, la nuovissima serie “The Society” affronta un tema non altrettanto recente, e cioè la lotta per la sopravvivenza di un gruppo di persone che si trova, suo malgrado, completamente isolata dal mondo.

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Tra Lost e Il Signore delle Mosche

È un tema che nelle serie tv ha spopolato già dai tempi di Lost, la celebre saga in sei stagioni incentrata sulle vicende dei passeggeri di un aereo caduto su un’isola deserta, ed è poi stata declinata in vari generi di “sopravvivenza”: da Walking Dead a Under the Dome, è ormai un topos quello del gruppo esule dalla civiltà – per le ragioni più disparate – che si trova nella scomoda posizione di doversi dare una forma.

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The Society deve moltissimo al romanzo “Il Signore delle Mosche” di William Golding, edito nel 1954, che la serie filtra attraverso la lente eterodossa della modernità nelle sue declinazioni di genere, etnia e sessualità. Pur sacrificando molto all’altare delle apparenze, mettendo in scena giovani (ma non giovanissimi) attori e attrici dalle spiccate doti estetiche spesso non associate a grandi capacità recitative, la serie offre anche parecchi spunti di riflessione, in particolare se la si inquadra all’interno della fascia di spettatori che punta a conquistare: quella dei giovani adulti.

Ambientata in un New England bucolico e sfacciatamente benestante, la storia narra le vicende di un gruppo di circa duecento tra ragazzi e ragazze all’ultimo anno di liceo che – per motivi che non sveleremo per non anticipare nulla allo spettatore – tornano da un viaggio e trovano la propria cittadina completamente disabitata. E se ciò non fosse abbastanza, presto si renderanno conto che non possono neanche lasciare il villaggio, ora circondato da foreste a perdita d’occhio.

Per sopravvivere non avranno altra scelta che autogovernarsi, con tutte le difficoltà che questo comporta.

Le ambizioni tematiche ci sono, a partire dalle grandi domande politiche. In una scena viene addirittura chiamato in causa il socialismo reale, inserito in un dialogo abbastanza paradossale che serve però a svelare gli aspetti ideologici ed esistenziali dei personaggi: è possibile ricostruire un mondo migliore? E qual è il metodo migliore per farlo? Quanto è corretto spingersi nell’amministrazione della giustizia e nella difesa di una comunità dalle insidie dei singoli, e soprattutto come stabilire l’autorità senza farla scadere in autoritarismo?

I personaggi ricalcano canovacci abbastanza prevedibili, di cui conosciamo già i tipi: dal leader designato allo psicopatico, dallo scienziato alla ragazza difficile, dal ricco al povero, e via dicendo.

Al di là delle vicende da melodramma adolescenziale, però, la serie è da considerarsi un prodotto non ideale ma di buona fattura, nonostante un substrato di lettura un po’ spiacevole dove per la stragrande maggioranza i ragazzi non incarnano la parte del buono, e se lo fanno sono necessariamente estranei alla categoria “maschio bianco eterosessuale”, mentre i personaggi femminili vengono presentati con attributi molto più positivi – e se ne riconoscono le buone intenzioni di fondo anche quando fanno qualcosa di male.

The Society è strutturata in modo da sviluppare una discussione e, pecche di sceneggiatura e regia a parte, ha il merito di riuscirci, con un risultato che è da considerarsi dunque di gran lunga migliore di quel che molte serie tv riescono a mettere a frutto.

Alice Battaglia

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1 commento

  1. Grazie per la segnalazione (a me Lost piacque molto, anche se alla fine diventa complicato seguire).

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