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Roma, 16 ago – Lasciate per una volta perdere i classici libri di evasione estivi. Stavolta avrete l’occasione di evadere dal politicamente corretto, restando ben saldi alla realtà. Quella autentica, troppo spesso dimenticata per far spazio ad un’edulcorata messinscena naif. Giù la maschera quindi, siate nudi con voi stessi. Il pamphlet di Emanuele Ricucci, giornalista dalla penna che taglia, già caporedattore di OFF, è una piccola bomba d’inchiostro nero sul candido mondo del buonismo mainstream. “Torniamo uomini. Contro chi ci vuole schiavi: come tornare sovrani di noi stessi”, sarà in edicola fino a domani con Il Giornale ed è un imperdibile schiaffo di maestrale nel torpore attuale.

“Se uno è stronzo non je posso di’ stupidino, si crea delle illusioni, je devi di’ stronzo!”. Un libro che apre così, citando Gianfranco Funari che in tempi ancora non del tutto assuefatti dagli sbadigli buonisti, sbeffeggiava la tendenza a moderare il linguaggio. Quella zavorra piagnucolosa che chiunque osi infrangere si ritrova in balia di ondate di parole consone pensate ad hoc per impedire qualsivoglia ragionamento fuori dal coro. Razzisti, xenofobi, populisti. La buon costume della comunicazione vi sfodera subito l’appellativo che stoppa la discussione. E’ lecito soltanto restare nei ranghi del verbale neutro, mai osare affermare un pensiero forte. Anzi, neppure un pensiero semplice, quando non allineato. Non è dato proprio produrne di pensieri, in fin dei conti perché non assuefarsi a quello dominante? Perché, sic et simpliciter, è terribilmente noioso e incapace di centrare il punto delle questioni. Vi relega alla condizione di zombie deambulanti in grado soltanto di assentire al consolidato. Addensati come una massa di pongo in una res publica oramai trasformata in res nullius.

“L’uomo inanimato – scrive Ricucci- è perfetto per la sottomissione, perché ha perso ogni funzione. Quella di uomo – virilità, paternità, esempio -, quella di donna – femminilità e maternità, oggi in pericolo; biologica e archetipica, originaria”. Si può ancora scegliere, sottomettersi oppure prendere coscienza di sé e per farlo basterebbe intanto restare quello che si è: uomini o donne, categorie fondanti oggi svilite e sovente addirittura negate. “Non c’è più tempo da perdere. Per morire in fila ai seggi o davanti all’Apple Store. Le masse quindi verso la responsabilizzazione culturale e la sovranità, non verso la mediocrazia, preferendo l’uomo al replicante, non accontentandosi e andandosi a riprendere uno spazio vitale che non passi più per le mani dei partiti politici, che non sia delegabile a gruppi di potere”.

Forse come scrive Ricucci non c’è più tempo da perdere, perché, tuonava Nietzsche, “quando guardi a lungo l’abisso, l’abisso guarda te”. Ed è proprio quel nulla oscurante che nega le identità e le appartenenze, che mette a tacere quella voglia di dare battaglia a partire dall’adozione di un linguaggio non già svirilizzato, ad essere sempre più una minaccia. Almeno per chi non si è già spento, da “Playmobil inanimato” affezionato alle proprie catene. E’ un libro che suona come un pugno in faccia all’omologazione, un libro per chi ha deciso di tornare uomo.

Eugenio Palazzini

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