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Roma, 22 gen – Twitter citata in giudizio per essersi rifiutata di rimuovere immagini e video pornografici di un minore vittima di traffico sessuale. Gli amministratori della piattaforma, sempre così solerti nel censurare opinioni e profili non allineati con la scusa dell’«incitamento alla violenza», in questo caso non hanno trovato alcuna «violazione delle policy dell’azienda». Lo afferma il NYPost.



Nella causa federale, presentata mercoledì dalla vittima (all’epoca 13 anni) e dalla madre nel distretto settentrionale della California, si accusa Twitter di avere monetizzato dei video che mostravano il minore durante alcuni atti sessuali: una forma di pedopornografia, quindi. L’adolescente – che ora ha 17 anni e vive in Florida – che chiameremo con lo pseudonimo generico di John Doe aveva tra i 13 ei 14 anni quando alcuni pedofili, fingendosi una ragazzina di 16 anni, avevano iniziato a chattare con lui su Snapchat.

Il ricatto pedopornografico viaggia online 

Doe e i trafficanti si sarebbero dapprima scambiati foto di nudo, poi sarebbe subentrato il ricatto: se l’adolescente non avesse condiviso foto e video ancora più espliciti sessualmente, gli aguzzini avrebbero condiviso il materiale precedentemente inviato con i genitori di Doe. Doe inizialmente aveva obbedito e inviato video che lo ritraevano durante atti sessuali. Successivamente gli era stato ordinato di coinvolgere un altro bambino. Cosa che accadde.

I video compaiono di Twitter

Alla fine, Doe aveva trovato il coraggio di bloccare i suoi molestatori. Tutto sembrava essere sepolto e dimenticato, fino al 2019: i video avevano fatto la loro comparsa su due account Twitter noti per condividere materiale di abusi sessuali su minori. Nel corso del mese successivo, qualcuno aveva segnalato i video ai gestori di Twitter almeno tre volte – la prima il 25 dicembre 2019. Ma il colosso social non aveva mosso un dito fino al coinvolgimento di un ufficiale delle forze dell’ordine federali, afferma la causa.

Due volte vittima

Doe era venuto a conoscenza dei tweet con i video pedopornografici di cui era protagonista nel gennaio 2020: a renderlo edotto erano stati i suoi compagni di classe, che avevano visionato i tweet e non gli avevano risparmiato «prese in giro, molestie, bullismo violento» portandolo vicino al suicidio.

Twitter: i due video non violano gli standard

I genitori di Doe si erano mossi immediatamente contattando la scuola e le forze dell’ordine e segnalando a Twitter la presenza di due video da rimuovere perché erano illegali, dannosi e in netta violazione delle politiche del sito. Silenzio tombale da parte di Twitter, che non aveva risposto nemmeno alle successive segnalazioni della madre di Doe. Fino al 28 gennaio, quando la piattaforma aveva risposto sentenziando che il materiale non violava gli standard e pertanto non sarebbe stato rimosso: «Grazie per la segnalazione. Abbiamo esaminato il contenuto e non abbiamo riscontrato alcuna violazione delle nostre norme, quindi al momento non intraprenderemo alcuna azione».

«Cosa significa che “non riscontrate violazioni”? [noi due protagonisti del video] Siamo entrambi minorenni in questo momento e lo eravamo quando sono stati girati i video. Avevamo entrambi 13 anni. Siamo stati adescati, molestati e minacciati e ora questi video vengono pubblicati senza il nostro permesso». Questa la risposta di Doe ai gestori del social. Nel frattempo i materiale pubblicato continuava a fare man bassa di condivisioni e visualizzazioni, che il colosso social monetizzava allegramente.

La piattaforma si “sveglia” solo con l’intervento dei federali 

Due giorni dopo, la madre di Doe si è messa in contatto con un agente del Department of Homeland Security che ha rimosso con successo i video il 30 gennaio, si legge nella causa. «Solo dopo la richiesta di rimozione da parte di un agente federale Twitter ha sospeso gli account che diffondevano i video e ha segnalato il materiale al National Center on Missing and Exploited Children», afferma la causa, presentata dal National Center on Sexual Exploitation e due studi legali.

Insomma, si è reso necessario l’intervento dei federali e settimane di suppliche perché Twitter si svegliasse e rimuovesse i video incriminati. Sarebbe bastato un briciolo della solerzia che la piattaforma utilizza per i sostenitori di Trump…

Cristina Gauri

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