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Roma, 26 nov – Non è possibile parlare di Yukio Mishima senza avere a che fare con concetti come onore, patria, fedeltà, sacrificio. Non è però neanche possibile parlarne solo in questi termini, perpetrando un’esausta tautologia dell’eroismo. Le parole non devono aderire troppo alle cose, altrimenti manca spazio per muoversi, il reale non ha aria e viene soffocato dal linguaggio. Del resto l’atto eroico è l’atto eccessivo per eccellenza: raccontarlo con una lingua a sua volta eccessiva finisce paradossalmente per colmare, con la ridondanza, la distanza tra l’eroe e l’ordinarietà esistenziale.



Proprio per questo, un libro come La spada di Mishima, di Christopher Ross, appena ripubblicato da Lindau, è benedetto. L’autore, che in un passaggio del libro si definisce “vicino agli ideali liberali”, confeziona un gioiello letterario difficilmente interpretabile e anche difficilmente riassumibile: non è una biografia di Mishima, né un’autobiografia dell’autore. Non è un saggio sul Giappone. Non è un romanzo di ambientazione giapponese. È un po’ di tutte queste cose insieme. L’espediente metaletterario che intesse la trama del libro è la ricerca della spada di Mishima, ovvero l’arma con cui lo scrittore giapponese compì seppuku il 25 novembre 1970, nell’ufficio del generale Mashita, presso il ministero della Difesa. Ma non si tratta di un libro che racconta la storia della spada di Mishima, bensì di un libro che racconta il tentativo di un giornalista britannico di raccogliere materiale per scrivere un libro sulla spada di Mishima.

Tentativo andato sostanzialmente a vuoto, perché la famiglia dello scrittore giapponese rifiuta di incontrarlo, i veterani della Società degli scudi pure. La polizia non sa che fine abbia fatto l’arma, gli spadai tradizionali danno informazioni contraddittorie. Un semi colpo di scena finale sembra far uscire fuori la spada, ma è tutto troppo vago e strano per considerare la missione compiuta.

Secondo l’abusato luogo comune secondo cui la vera scoperta è nel viaggio stesso, più che nell’approdo finale, tuttavia, Ross punteggia la sua narrazione con storie di samurai, con episodi della vita di Mishima e anche con strambi aneddoti privati, tipo le lezioni di karate prese da un maestro che poi si è rivelato essere un satanista transessuale o l’incontro con un conoscente di Mishima in un locale sadomaso.

C’è il Giappone eroico, nel libro di Ross, ma c’è anche il Giappone strano. Ci sono i complessi e le rimozioni, l’imbarazzo generale che si percepisce quando si fanno domande su Mishima. C’è, ed è giusto che ci sia, l’interrogazione sugli aspetti più bizzarri e narcisistici della personalità di Mishima: gli inverificabili, ma plausibili, aneddoti sulla sua vita sessuale, la dimensione kitsch e teatrale del suo esercito privato e della tragedia che ne ha sancito la fine. C’è il Mishima moderno, troppo moderno, mediocre nelle arti marziali e digiuno della vera spiritualità della spada. Lo stesso seppuku è un evento che si voleva di portata nazionale, ma che aveva a che fare anche con ossessioni del tutto private, individuali, con una sete di eros e morte che da sempre accompagnava lo scrittore. Non c’è, invece, ed è giusto che non ci sia, il sarcasmo tipicamente anglosassone verso il tragico, la denigrazione gratuita, l’irrisione borghese. Ross si chiede quanto di autentico vi sia in Mishima, ma sempre con grande rispetto. Ed è così che va fatto, con realismo non decostruttivo.

C’è un altro aspetto caratteristico del libro, che ricorda un po’ quanto già letto in un altro bel saggio, per alcuni aspetti simile, ovvero Il professore sul ring, di Jonathan Gottschall. È lo stupore e la fascinazione dell’intellettuale occidentale democratico, beneducato e di sani principi, verso la lotta, il corpo, la disciplina. Ross, in un passaggio del suo libro, arriva pure a teorizzare l’ipotesi un po’ platoneggiante di un’università in cui siano imposti ai docenti degli standard di forma fisica. Siamo davvero ai limiti di quei “valori liberali” in cui l’autore aveva detto di riconoscersi. Ai limiti, però, non oltre, perché La spada di Mishima è un libro ribelle, non rivoluzionario. E ai ribelli, malgrado la sospetta idealizzazione di tale figura sulla scorta anche del peggior Jünger, si può sempre trovare un ruolo estetizzante sullo sfondo del mondo ordinario. Ai rivoluzionari no. Ma questo è decisamente un altro discorso.

Adriano Scianca

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