Roma, 15 ago – Famosa in tutto in mondo, l’Afrodite di Milo (meglio nota come “Venere”) è diventata l’emblema del canone femminile greco nel mondo contemporaneo. Pur essendo privata delle braccia, la dea di marmo sfoggia in tutta la sua classicità forme morbide e solide, come il ventre contratto e l’attaccatura alta dei seni, tondi e sodi, con uno sguardo che ignora e trapassa il mondo terreno, volgendosi verso l’infinito. La forte simmetria della statua, che rafforza la solidità del busto, è tuttavia ingraziata dal movimento accentuato del ventre, delle anche e, di conseguenza, delle gambe. Per accorgersi della magnifica disposizione di tale struttura, un chiasmo di evidente derivazione policletea, bisogna vederla dal vivo, poiché la maggior parte delle foto la ritraggono dal punto di vista sbagliato, come se il fotografo, lasciandosi trasportare dal chiasmo delle forme, cercasse un punto di vista più artistico. “Una minima modifica di angolazione della veduta centrale – spiega tuttavia Heinrich Wölfflin –  paralizza tutta la potenza delle linee oppure fa apparire un motivo in maniera totalmente differente” e, riferendosi poi all’Afrodite Medicea (ma il discorso può essere trasportato anche alla nostra Afrodite): “L’intera peculiarità della postura delle gambe, la magnifica delicatezza del movimento vanno subito perse qualora ci si sposti dalla pura veduta frontale”. Ed è solo guardandola dal vivo, nella sua impostazione frontale, che ci si può rendere conto della grandezza di questa opera, grandezza tuttavia non esente da miti ed esagerazioni, entrambi conseguenti alla critica ottocentesca che ne ha “pompato” i pregi, evidenziando ed inventando difetti delle altre Afroditi.

La storia della statua

La storia della nostra Afrodite è fondamentale per capirne i sviluppi della critica. La statua fu scoperta casualmente nella primavera del 1820 sull’isola di Milos appartenente all’arcipelago delle Cicladi e venne acquistata dall’agente consolare francese Brest per conto del marchese de Rivière, ambasciatore in terra ottomana, che intendeva donarla al re di Francia Luigi XVIII, cosa che effettivamente farà dopo alcune infelici discussioni sul restauro che terminarono solo nel 1821 grazie al Quatremère de Quincy, segretario dell’Accademia di Belle Arti. La statua, un originale greco risalente alla seconda metà del II secolo a.C., venne esposta successivamente al museo del Louvre che qualche anno prima dovette piangere la restituzione della Afrodite de’ Medici, un altro raro originale greco, a seguito delle requisizioni napoleoniche. Quest’ultimo capolavoro fu infatti fortemente voluto da Napoleone Bonaparte e nel 1803, dopo la conquista dell’Italia da parte dei francesi, venne requisita fino alla Restaurazione, che nel 1815 restituirà l’opera alla sua collocazione originaria. La statua è ancora oggi esposta alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Una critica troppo generosa

La restituzione della Afrodite de’ Medici fu dunque un evento fondamentale per la fama che la critica, insieme alla stampa francese, ha attribuito all’opera, seguendo un vero e proprio “processo di sponsorizzazione” riguardante non solo la divina bellezza ma anche il contenuto simbolico, un processo atto a compensare la perdita del capolavoro mediceo. La fama fu tale che l’architetto statunitense Frank Lloyd Wright arrivò ad affermare che “l’Afrodite di Milo è più bella senza le braccia”, ma egli non fu l’unico a celebrare l’incompletezza dell’opera, la mancanza delle braccia è diventata quasi canonica nella concezione comune che concerne l’intera statuaria delle Afroditi, grazie alla fama della statua.

Come già detto, il processo di mitizzazione non ha coinvolto esclusivamente le forme e lo stile dell’Afrodite di Milo, ma anche gli aspetti sociali e simbolici che la critica gli ha attribuito assai generosamente. Giorgio Bejor, docente di Archeologia Classica nell’Università degli Studi di Milano, illustra questo aspetto spiegando che che la statua “arrivata al Louvre, in una Parigi in piena Restaurazione, dove viene estremamente apprezzata più per motivi contenutistici che stilistici, viene vista come simbolo di una sognata liberà sessuale perduta assieme al passato […] Da allora, la statua gode sempre di una fama immeritata”. È ormai evidente che l’Afrodite di Milo, indubbiamente di grande importanza oltre che bellezza, abbia sempre vissuto un complesso di inferiorità nei confronti della sorella esposta agli Uffizi. Ed è proprio nel paragone fra le due statue che forse si può comprendere con maggiore chiarezza i pregi e i difetti dell’Afrodite di Milo.

Le altre Afroditi

venere capitolina
L’Afrodite Capitolina

La morbidezza della carne, la delicatezza della forma, l’atteggiamento e la postura e la correttezza del disegno in questa statua sono di una qualità inesprimibile”: con queste parole Joseph Addison, durante un soggiorno in Italia, celebrò la Venere de’ Medici. Un originale greco in stato sublime, completa di ogni forma (comprese le braccia) e a lungo al centro di una discussione riguardante l’accusa di essere una copia romana, mossa in particolare da J.Richardson, scolpita probabilmente verso la fine del I secolo a.C. e giunta a Roma forse per decorare la Villa Adriana di Tivoli. Da sempre ha goduto di una fama indiscussa, venne infatti acquistata dal Cardinale Ferdinando de’ Medici e portata a Firenze da Cosimo III. John Ruskin, un importante critico d’arte inglese del XIX secolo, la descrisse, quando era già tornata a Firenze, come “una delle più pure ed elevate incarnazioni della donna mai concepite”. La statua viene ritratta in un momento di pudico quanto quello della Venere Capitolina, entrambi forse sono ad imitazione di un originale anteriore più noto agli antichi, con la differenza che l’Afrodite greca presenta una maggiore dignità e compostezza nello sguardo e nella postura, pur essendo entrambi la rappresentazione ideale del corpo femminile.

venere cnidia
L’Afrodite Cnidia

Sia l’Afrodite de’ Medici che quella di Milo però non reggono il confronto con un’altra opera rappresentante lo stesso soggetto: l’Afrodite Cnidia. È soltanto guardando quest’opera che le altre vengono sottodimensionate in uno stato di evidente inferiorità.  Come afferma nuovamente il Bejor, l’autore dell’Afrodite di Milo “deriva ancora dalla Cnidia le forme morbide e i piccoli seni dall’alta attaccatura, ma rende più leggiadra la solida impostazione del busto con l’accentuare la curvatura dell’anca destra”. Meno pudica, la dea lascia vedere la sua intima nudità all’osservatore, sino ad allora riservata esclusivamente alla statuaria maschile. La statua di Prassitele, per lo scandalo che ha recato, fu rifiutata dai committenti originari, ma trovò comunque fortuna grazie a degli ambasciatori di Cnido che cercavano una statua della dea da porre sul nuovo tempio costruito in patria e la statua piacque loro moltissimo. La sua fortuna non finisce tuttavia con la sua collocazione in un tempio sacro, infatti l’Afrodite venne riprodotta ed imitata in innumerevoli copie greche e romane, colpiti dalla seducente pudicizia e non curanza della dea agli occhi di chi la guarda, al contrario della già citata Afrodite Capitolina che, quasi intimorita dagli sguardi, si chiude in sé stessa coprendo le sue nudità. La sua bellezza fu tale che Plinio il Vecchio nel suo “Naturalis Historia” così la descrive: “La Venere di Prassitele primeggia non solo tra tutte le sue statue, ma tra quelle di tutto il mondo: molti sono andati per nave a Cnido semplicemente per ammirarla”. Per non parlare della leggenda che racconta di un giovane follemente innamorato della statua, tanto da tentare di intrattenere con essa un rapporto sessuale.

Purtroppo l’Afrodite Cnidia di Prassitele non è l’originale greco del 360 a.C., ma una copia di età romana, un fattore che ha pregiudicato in maniera significativa la critica nei confronti dell’opera (come qualsiasi copia romana) nel corso del XVIII e XIX secolo, eppure quei pregiudizi che sentenziavano come “mere copie” le opere romane verranno abbattute da un nuovo modo di vederle proprio della nuova critica del XX secolo, tale da giustificare la mia affermazione sulla superiorità dell’Afrodite Cnidia, pur essendo una copia romana, nei confronti di due originali greci, ovvero l’Afrodite de’ Medici e di Milo.

Davide D’Anselmi

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