Roma, 7 gen – Gianluca Vialli era il dominatore d’Europa, oltre che uno straordinario centravanti. L’addio di ieri, struggente, triste sebbene atteso viste le condizioni del campione, ha fatto passare come un flash un’esistenza fatta di trionfi, ma anche di cadute e di modi di affrontarle con grande stile e coraggio. Per capire quanto non sia andato via soltanto un “semplice” vip, è sufficiente dare un’occhiata allo spazio clamoroso che la stampa mainstream ha dato alla sua morte: elenchi minuziosi di reazioni pubbliche, titoloni sulla stampa estera. È morto un gigante assoluto dello sport italiano, forse leggermente sottovalutato nella fase di suo maggiore splendore, quando in attività, ma col senno di poi di valore riconosciuto e immenso. Un pensiero che si avverte nell’aria è il classico “non ritroveremo più uno così”. Esagerazione, sia chiaro. Ma sintomatica del peso culturale, prima ancora che sportivo, dello scomparso in questione.

Vialli, centravanti dominatore d’Europa

Non sono molti i calciatori che hanno dominato a livello continentale quanto Gianluca Vialli. E con questo non ci si riferisce tanto a “collezioni improbabili” di Champions League, quanto al rapporto speciale con le competizioni continentali che ha vissuto per tutta la sua carriera l’attaccante di Sampdoria, Juventus e Chelsea. Un rapporto fatto anche di cocenti delusioni, come la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni del 1992 contro il Barcellona, quando vestiva la maglia blucerchiata. Una batosta in cui, va detto, pesarono le sue responsabilità, in una prestazione non esattamente illuminante: troppe le occasioni da rete buttate al vento dall’attaccante, in una partita giocata a Wembley e dominata dagli uomini di Vujadin Boskov, superati da quelli di Johann Cruiff solo grazie a una punizione d’oro di Ronald Koeman. Fu un vero peccato. Che però non cancella tutto il resto, gli altri trionfi, e che trionfi. Sempre con la Sampdoria, Vialli raggiunge la vetta d’Europa con la Coppa delle Coppe, trofeo allora concorso dalle squadre che vincevano le coppe nazionali. La ritrova – un po’ meno da protagonista – con la Coppa Uefa del 1993 vinta con la Juventus. E sempre in bianconero, con la rivincita di Roma, prendendosi quella Champions League nel 1996 sfuggitagli a Wembley, alzando quel trofeo con un senso di rabbia agonistica, piangendo dopo l’ultimo rigore decisivo di Vladimir Jugovic. Gianluca è uno dei pochissimi calciatori ad aver vinto tutte le coppe europee tradizionali della Uefa. Per non lasciare fuori alcuno “sfizio”, ha ben pensato di trionfare anche da dirigente della Nazionale italiana, campione d’Europa nel 2021.

Ci mancherai, campione

Al di fuori di qualsiasi ipocrisia: della morte della stragrande maggioranza dei vip, calciatori o altro che siano, in realtà interessa poco a tutti. Normale e anche giusto che sia così, perché al netto di un cordoglio, del dispiacere umano per la scomparsa di qualcuno, ovviamente non può esservi coinvolgimento personale, proprio solo dei familiari e di nessun altro. Esistono però dei personaggi che, in qualche modo, superano l’ostacolo ed “eludono” quella che potrebbe quasi definirsi una regola basilare come questa. Individui che con i loro comportamenti pubblici, il loro stile, il loro modo di porsi nei confronti dei giornalisti e dei colleghi, trasmettono familiarità. Persone che riescono a comunicare confidenza al pubblico, senza ovviamente essere realmente confidenti. Vialli era una di queste eccezioni. Lo abbiamo visto in tante occasioni, in tante interviste, in tante sue dichiarazioni e partecipazioni. Mai parole fuori posto, mai sgradevoli approcci. Molta simpatia e capacità di scherzare. L’apogeo, forse, è stato proprio l’Europeo vinto da dirigente con la nazionale nella splendida estate del 2021. Qualcosa che rimarrà nella memoria di chiunque, non solo di chi tifa – sul serio – la nazionale italiana. E che ci ricorderà per sempre quanto sentiremo la mancanza di Gianluca Vialli.

Stelio Fergola

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