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Roma, 3 lug – È proprio vero, quando si parla di omosessuali anche la legge passa in secondo piano. Ci riferiamo all’articolo di ieri di Repubblica, di cui si è occupato il Primato Nazionale, su una presunta violazione dei diritti di un gay da parte dell’Agenzia delle Entrate. Oggi il quotidiano, forse colpito nel vivo dalle nostre critiche, si è sentito in dovere di rilanciare riportando un virgolettato del nuovo Direttore Generale dell’Agenzia delle Entrate, Enrico Maria Ruffini, che avrebbe testualmente dichiarato “Se confermata, è una vicenda che appartiene al non senso di certa burocrazia, e per questo oggi ancora più inaccettabile”.
Insomma, per il nuovo Direttore Generale dell’ente tributario le disposizioni di legge alle quali si sono attenuti i dipendenti dell’Agenzia sarebbero soltanto un “non senso” e quindi “inaccettabile”. Eppure l’articolo 11 dello Statuto del Contribuente parla chiaro, ed è una legge dello Stato introdotta proprio a tutela dei cittadini che si vogliano rapportare con l’Amministrazione Finanziaria. Allo stesso modo parla in maniera cristallina il Decreto Legislativo n. 156 del 2015 quando all’articolo 3, punto e, stabilisce che tra gli elementi obbligatori che devono essere presenti nell’istanza di interpello c’è anche “l’esposizione, in modo chiaro ed univoco, della soluzione proposta” dal contribuente.
Fa sorridere, quindi, la levata di scudi e il bombardamento di critiche verso un ufficio che ha semplicemente applicato norme che, magari, sono state approvate proprio dal viceministro dell’Economia, Morando, che nello stesso articolo di Repubblica si dice sorpreso ed infastidito dal comportamento dell’Agenzia delle Entrate.
Eppure sia Ruffini che Morando dovrebbero ben sapere che l’Agenzia non avrebbe potuto far diversamente, in assenza di una interpretazione da parte del richiedente, perché come stabilisce il comma 6 dell’articolo 11 dello Statuto del Contribuente “La risposta, scritta e motivata, vincola ogni organo della amministrazione con esclusivo riferimento alla questione oggetto dell’istanza e limitatamente al richiedente”, pertanto una risposta ad un interpello non valido per carenza di uno dei requisiti essenziali avrebbe vincolato l’intera Amministrazione Finanziaria pur violando palesemente una legge.
Ma evidentemente, per Ruffini, Morando e i giornalisti di Repubblica i diritti dei gay valgon bene la violazione di una legge dello Stato. Quel che è sicuro è che Ruffini, la cui nomina all’Agenzia delle Entrate è tuttora sub judice da parte della Corte dei Conti per violazione dell’articolo 4 del Decreto Legislativo n. 39 del 2013, non è partito col piede giusto dato che ha criticato i suoi dipendenti, che hanno posto in essere un comportamento corretto, anziché difenderli da improvvidi attacchi della stampa. Una partenza falsa che ci auguriamo sia uno sfortunato episodio e non la premessa di un nuovo corso manageriale in base al quale i funzionari dell’Agenzia hanno sempre torto.

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