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Roma, 13 mag – Ora i riflettori sono tutti puntati su Lilian Sora, la responsabile dell’Onlus Africa Milele che aveva spedito Silvia Romano in Kenya, luogo del suo rapimento avvenuto nel 2018. E’ stata proprio la 24enne milanese a puntare il dito contro la 42enne fanese Sora, accusandola di essere stata «mandata allo sbaraglio» nella savana kenyota, dove aveva poi incontrato il commando dei suoi sequestratori. Soprannominata dalla comunità italiana locale «la Sora Lella», la donna era approdata in Kenya nei primi anni 2000, durante il viaggio di nozze. Probabilmente affascinata dall’esotismo del luogo e dalle condizioni di estrema povertà in cui versava la popolazione, Sora aveva voluto rimanere a vivere lì, avviando un orfanotrofio e altre iniziative tra cui la raccolta di cibo e medicinali. Separata dal marito, aveva sposato un masai di nome Joseph,  a cui aveva deciso di affidare la missione a Chakama.



In seguito al sequestro della Romano le autorità avevano sentito più volte la fondatrice di Africa Milele. I carabinieri del Ros erano a venuti a conoscenza del fatto che la giovane si trovava in Kenya senza assicurazione per malattia o infortunio. «Non c’era ancora stato il tempo materiale per fare la polizza», aveva malamente tentato di giustificarsi Sora. La famiglia Romano aveva quindi chiesto al ministero degli Esteri di prendere provvedimenti contro la Onlus, colpevole di aver mandato in trincea la figlia senza uno straccio di sostegno. Sora aveva cercato di difendersi sostenendo che la cooperante era rimasta in compagnia del marito e di un altra guardia del corpo masai fino al giorno precedente al rapimento e che – guarda caso – i sequestratori si erano riusciti a infilare in un «buco organizzativo» causato da un «contrattempo». 

«Non abbiamo mai pensato all’ipotesi di un rapimento o un assalto violento – ha dichiarato Sora a Repubblica –. Se conosceste quel villaggio e la sua gente capireste. Quando è stata rapita Silvia, in sede a Chakama erano in servizio ben due guardiani». La fondatrice della onlus ha anche spiegato come Silvia Romano fosse entrata in contatto con Africa Milele: una vacanzina post-laurea alternativa. «Voleva fare un periodo in Kenya, dopo la laurea, e aveva scelto due onlus. Prima è andata sulla costa, a Liconi, con l’altra. Quella è zona rossa, non Chakama. Poi ci siamo date appuntamento a Malindi. Lei era già ambientata, me la ricordo con le treccine. Ma non sapeva che l’aspettava un’Africa diversa, la vera Africa, un’Africa rurale non ancora rovinata dal turismo». E sulla sicurezza? «Con i volontari, dorme sempre il guardiano masai – dice ancora Lilian Sora -. Il giorno che incontrai Silvia a Malindi, ero con le mie figlie: Silvia andò poi a Chakama con il matato, l’autobus di linea, insieme a Irene. E’ mia figlia, che ha 19 anni e studia cooperazione internazionale, che l’ha introdotta nel villaggio, un villaggio che era tranquillo – precisa –. Non ci saremmo mai aspettati quello che è successo».

Perplessità e critiche al sistema dei «cooperanti» delle Onlus italiane in Africa non provengono solo dalla famiglia Romano. Intervistato dal Corriere parla Fabrizio Popi, ex discografico e collaboratore di Renato Zero e responsabile di una fattoria solidale proprio a Chakama, la cittadina luogo del rapimento di Silvia. Che definisce le volontarie come improvvisate e poco inclini alla prudenza. «Io, per esempio, smisi nel 2013 di accettare volontari», aveva dichiarato poco dopo il sequestro della 24enne, accusando le Onlus di avere fallito nel proteggere i propri cooperanti.

Il ritratto dei volontari che esce dalle dichiarazioni di Popi è ben lungi dall’essere lusinghiero: li definisce «pericolosi per la loro leggerezza, per la loro ingenuità, per la mancanza assoluta di rispetto delle regole del Paese che li ospita, per l’esagerato amore nei confronti dei bambini, solo perché sono scalzi, sporchi, affamati e fanno tanta tenerezza». Tanta superficialità, insomma, traspare dalla condotta dei cosiddetti «cooperanti», che in realtà non sarebbero altro che turisti messi lì a giocare e farsi foto coi bambini: «Pensano a una bella vacanza, pensano alla novità, pensano alle foto, ai milioni di video che poi di sera postano sui social. Pensano di essere immuni da tutto e quasi ogni giorno, senza saperlo, rischiano grosso. Sono pericolosi e controproducenti, anche se apprezzo il loro grande impegno, che riconosco spontaneo e genuino».

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

5 Commenti

  1. “Con i volontari,DORME sempre il guardiano masai…”

    che vigilanza potrà mai fare un africano che di notte dorme,anzichè essere sveglio e “reattivo” (parolone applicato a quegli scenari) non ci è dato di sapere.

    alla fine per seguire le fisime e i capricci di una italiana col fidanzato o marito africano,abbiamo messo in pericolo di vita la sicurezza di migliaia di persone,italiane e non.

    spero che un Governo pronto a portare via l’intera pensione ad un anziano per essersi allontanato con il cane 100 mt in più dalla propria abitazione,presenti il conto di quanto è costata questa operazione,al netto del riscatto,alla “gattara” di turno.

  2. Ho vissuto in Africa, prevalentemente in Kenya, durante gli anni 90. Questa ” signora “, che già potete giudicare dalla foto, è l’ennesimo esempio di occidentale stregata dal sesso, che non capisce assolutamente che cosa la circonda. Il suo Masai, (una delle peggiori tribù del Kenya, vigliacchi che agiscono solo in gruppo), sarà probabilmente quello che avrà venduto la ragazza ai terroristi. Queste donne, (ma vale anche per gli uomini), vengono ottenebrate da una briciola di finta considerazione, di natura sessuale; perdono il senno e pretendono di giustificare la loro lussuria con opere di bene organizzate in loco, che servono solo a far lucrare quei pezzenti che lasciano sul posto. Il Masai, che probabilmente sarà un incrocio, perché quelli veri non si prostituiscono sulle spiagge, avrà anche una moglie africana, ma la signora che si reca nel paese una volta ogni tanto neppure se ne sarà accorta, l’avrà conosciuta come una sorella o parente di qualche tipo. Ho veduto decine di storie simili, l’unica certezza è che, la parte caucasica, in un rapporto carnale con questi esseri è quella perdente. Sinceramente potremmo tranquillamente scrollare le spalle, di fronte all’ennesimo caso di miseria morale e spirituale, purtroppo c’è andata di mezzo una povera ragazzina, intrisa di ideologie malsane, che si è trovata a far parte di un gioco più grande di lei. Alla fine della fiera, è la nostra collettività che si trova a pagarne le conseguenze economiche, con la beffa di risultare la grancassa delle istanze terroristiche dei taglia gole di turno. Ovviamente, inutile dubitarne, trovando nelle istituzioni nostrane, (politica, magistratura, informazione), il supporto necessario per propagandare le proprie idee. Siamo veramente una società decadente, principalmente nella nostra classe dirigente; spero, almeno, che il disagio economico che sperimenteremo possa risvegliare una parte dei nostri connazionali.

    • Sono pienanente d’accordo con quanto scritto sopra.
      Aggiungo che attaccare la ragazza fa proprio il gioco dei devoti delle sue idee malsane.

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