Roma, 2 mar – Giochi di guerra, o WarGames, nel cuore degli anni Ottanta. Quando nessuno si aspettava che, nel giro di neanche un decennio, quella guerra “mai combattuta” tra Washington e Mosca sarebbe finita. Quanto meno, “messa in panchina” per il resto del XX secolo, per poi riprendere, inesorabilmente, ai primi decenni del XXI. E chissà se in versioni ben peggiori. Di sicuro, qualcuno un po’ di paura ce l’ha, anche in casa nostra.

WarGames e XXI secolo

La guerra in Ucraina evoca fantasmi del passato, quando tra le due superpotenze c’era addirittura un filo diretto a livello comunicativo, per accertarsi che nessuno dei due avesse “sganciato” missili contro l’altro, per prevenire eventuali escalation. D’altronde, Vladimir Putin che allerta il sistema missilistico difensivo (e nucleare) fa riemergere certe tematiche. Fa riemergere il tema della deterrenza, e – si spera – del cosiddetto “equilibrio del terrore” da ambo le parti.

Perché WarGames, in fondo un film leggero, era caratterizzato da una profondità documentale notevole, testimone di un’epoca. Raccontava proprio questo, narrava l’equilibrio del terrore, declinato nel concetto di “gioco”, magari inquietante, ma concreto. Perché la guerra è – di fatto – un gioco. In cui si muovono pedine, si approntano strategie, si perde e si vince. Le sue conseguenze sono drammatiche rispetto a quelle di un gioco “semplice”, perché implicano morti e spesso stragi. Le sue conseguenze sono però spesso anche risolutive, perché comportano assestamenti e ridefinizioni utili a periodi di pace – sempre si spera – duraturi, anche se non necessariamente equilibrati.

Il “gioco”

La meccanica è esattamente quella del gioco. Lo stesso al quale un giovanissimo Matthew Broderick partecipava, al suo computer, nei panni dello studente David Lightman. Servendosi di un telefono collegato a una ancora primordiale connessione internet, il giovane David, genio e anche un po’ apprendista stregone dell’informatica, traffica con un bel po’ di cose: modifica i suoi voti a scuola, prenota biglietti aerei e…”gioca”. A scacchi, a battaglie di terra e anche a “Guerra Termonucleare Globale“. Peccato che, in una di queste sessioni, si colleghi per sbaglio a una simulazione virtuale legata  – a sua insaputa – ai centri di comando informatico e militare che inviavano a Mosca eventuali comunicazioni su missili in partenza, nella fattispecie di risposta a eventuali attacchi sovietici.

Era il supercomputer della NORAD (North American Aerospace Defense Command) ad essere coinvolto. Ma l’ingenuo David non lo sapeva. E da allora, le paure del ragazzo diventano un’emergenza nazionale, mondiale. La realtà e la fantasia si confondono in modo mai così lineare, in questa pellicola diretta da John Badham e uscita nelle sale cinematografiche nel 1983, ovvero – ancora – in piena guerra fredda.

E se allora un “supercomputer” (il quale oggi sarebbe probabilmente delle dimensioni di un pollice) già poteva scatenare un conflitto di proporzioni incalcolabili, cosa potrebbe accadere con le ben più evolute tecnologie odierne? Chiaramente, si tratta di suggestioni. Forse anche un po’ troppo pacifiste (del resto, l’impronta ideologica del film era chiaramente di stampo “progressista”, proprio di quel pacifismo abbastanza inutile che acclamava una distruzione reciproca degli armamenti piuttosto impraticabile, e per di più chiedendone – non si è mai capito il perché – l’attuazione prima da parte americana contando su una incomprensibile e aprioristica buona fede sovietica, ma vabbè). Anche le suggestioni, però, aiutano a riflettere. E non è per nulla assurdo pensare, in modo puramente teorico sia chiaro, che pulsanti rossi e linee dirette possano tornare d’attualità. Specialmente se – come appare evidente da anni – una parte in gioco (Washington) fa una fatica tremenda ad accettare il nuovo contesto multipolare. Con tutte le conseguenze e le complicazioni che tale atteggiamento comporta.

Stelio Fergola

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